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Israele alle urne. È la quarta volta in due anni

Basterà il voto per uscire dalla paralisi politica? 

di Paolo Trapani

In piena crisi pandemica ma con la campagna vaccinale in fase assai avanzata, Israele affronta la quarta tornata elettorale per le politiche in meno di 2 anni. Dopo le consultazioni dell’aprile e del settembre 2019, quelle del marzo 2020, il Paese è ancora nel pieno dell’instabilità politica. 

Tutto ciò nonostante l’economia segni indici positivi e, quindi, in controtendenza rispetto a molti altri Paesi. Ad esempio, dal 2009 ad oggi il PIL israeliano è raddoppiato, segnando un record in Occidente, e il tasso di disoccupazione è sotto al 4% nel 2020. 

Tutto ciò ha permesso a Benjamin Netanyahu , premier in carica ininterrottamente dal 2009, di imporsi col suo partito, il Likud, nelle ultime tre elezioni, ma sempre con una maggioranza relativa che ha necessitato di alleanze che poi puntualmente si sono sfaldate.

L’ultima, sicuramente la più azzardata, ha visto il 72enne leader politico israeliano, formare una coalizione destra/sinistra, con il cartello governativo formato dal suo Likud e dal partito di sinistra “Blu e Bianco”. I due partiti hanno creato un cartello parlamentare post elezioni e hanno siglato un accordo che prevedeva la rotazione del Premier, prima Netanyahu per 18 mesi, poi Benny Gantz (leader di Blu e Bianco) per un altro anno e mezzo. Ma la coalizione è naufragata e a dicembre scorso l’assemblea parlamentare israeliana, la Knesset, non ha approvato il bilancio. Tutto ciò ha causato lo scioglimento anticipato del Parlamento e l’indizione di nuove elezioni, convocate martedì 23 marzo. 

Oggi il quadro politico e particolarmente caotico, anche perché a sinistra si è consumata una pesante scissione con la nascita del partito di Yesh Atid, nato da molti fuoriusciti di “Blu e Bianco”,  ma anche a destra il Likud di Bibi Netanyahu (come viene soprannominato da sempre il premier) ha dovuto fare i conti con aspre spaccature.

Due sono infatti i partiti in crescita, “Nuova Speranza”, fondato dall’ex ministro e dirigente del Likud Gideon Sa’ar, e “Yamina” (che in ebraico significa “a destra”), guidato da Naftali Bennett. Bennett è l’ex capo del gabinetto di Netanyahu: i due hanno rotto dopo una lite tra Bennett e la moglie del Premier. 

In questo caso, però, va ricordato che, in passato, Yamina dopo le elezioni si è alleata varie volte con il Likud. Netanyahu e il suo partito, oggi, non se la passano bene nei sondaggi, ma dalla sua, l’esperto leader, ha diversi colpi da utilizzare. In primis, la positiva gestione della pandemia, che oggi registra in Israele un tasso molto basso di positivi al covid, grazie soprattutto ad una massiccia campagna vaccinale che ha portato già il 96% dei cittadini a ricevere il siero.

Inoltre, Netanyahu ha siglato, lo scorso anno, gli “Accordi di Abramo”, per arrivare a normalizzare le relazioni diplomatiche con Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Un successo di politica estera che potrebbe fungere da ulteriore leva positiva sugli elettori. A questo, come già detto, si aggiunge una positiva congiuntura economica. 

Le urne decideranno il futuro di Israele e del suo premier che, dopo 12 anni di potere interrotto, è criticato da tanti che vorrebbero un’alternativa alla guida dello Stato Ebraico.