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La Fuorisede

Tra le equilibriste, cioè le donne con vari carichi familiari e lavorativi, chi ha anche radici altrove risulta essere una vera e propria funambola 

La famiglia fuorisede si continua a chiamare così per non tradire la tacita promessa cui si basa. Quel ‘fuorisede’ indica un nuovo spazio fisico di diversità, ma soprattutto un luogo teorico in cui si gioca il futuro. Segretamente nasconde una piccola zona d’ombra, di oblio, di quel ritorno a casa, rifugio del fallimento e meta di nostalgia allo stesso tempo, di cui nessuno parla esplicitamente. È la zona più complicata dove si annidano sensi di colpa e paure e dove si collocano le parole, non pronunciate, che legano i figli ai genitori, nel momento in cui viene comunicata la partenza. Tornerò, vediamo come va, mi costruirò un bellissimo lavoro e una famiglia e poi si vedrà, nulla mi impedirà di tornare, l’importante è che tu sia felice. 

Ma perché si diventa fuorisede?

Da giovani si ha la voglia e, a volte, la necessità di staccarsi dalla famiglia d’origine  per spiccare  il volo, per voglia di vedere cosa c’è nel mondo, per necessità non tanto di studiare e/o di trovare  lavoro, ma per necessità di crescere. Dopo gli insegnamenti, si vuole fare esperienza di quanto appreso e crearsi una propria identità. Se ai miei tempi, – racconta L.S., 48 anni, marchigiana fuorisede da decenni a Bologna, con il marito originario di Roma – questo si rifletteva andando a studiare in un’altra città italiana anche lontana, oggi a volte si riflette nell’andare in un’altra  nazione anche fuori d’Europa. 

La donna fuorisede sente particolarmente di esserlo nel momento in cui diventa madre. Quali sono gli aspetti di maggiore delicatezza in questa fase?

Il  problema di andare avanti da fuorisede, quando ormai diventa chiaro che non si tornerà più indietro, è che non hai più quella rete familiare insostituibile che è fatta non solo di genitori, ma  di parenti e amici che ti conoscono per quello che eri e magari non sei più, ma che paradossalmente anche nel tuo nuovo essere rimani nel profondo. Con i figli la cosa si amplifica, innanzitutto, perché hai effettivamente bisogno di aiuto e sostegno; in secondo luogo, perché  anche i figli sono un po’ soli in questa nuova avventura, senza quel contorno di nonni, cugini e  parenti che sono il primo modo di socializzare. Non a caso, molto spesso, si vuole fortemente  il secondo figlio, al fine di mitigare le necessità di condivisione del primo e per crescere, come  genitori, senza più l’ostacolo della troppa premura nei confronti del primo e unico figlio che, senza  l’esperienza coi parenti, può risultare soffocato dalle attenzioni di noi adulti. 

Quella che si costruisce nel nuovo luogo è una sorta di nuova identità. Come viene vissuto questo passaggio e soprattutto quello intermedio, tra la vecchia e nuova vita?

Le  necessità sono le più varie, quando nascono i bambini soprattutto. Il trasferimento temporaneo dei nonni, quando possibile, se migliora i rapporti coi nipoti, peggiora quello fra adulti, costretti a volte in spazi piccoli, a convivere con abitudini diverse che, da giovani, non  creano disagio, ma da adulti creano inevitabilmente attriti. Ognuno dovrebbe stare a casa propria  e trovarsi in maniera costante o all’abbisogna, quando si è sereni.

Quali sono i servizi e le azioni pubbliche che oggi potrebbero supportare la costruzione della nuova famiglia fuorisede?

Non ho mai  riflettuto su questo aspetto. Di sicuro, ci si ritrova spesso con istituzioni che danno per scontato che si abbia una rete familiare, ad esempio se uno deve prendere i figli da scuola, si  dà per scontato che, se non può andare un genitore, c’è comunque un fantomatico ‘qualcuno’ che  lo possa fare per noi. In tempo di covid, ho molto apprezzato che organizzassero l’acquisto di  beni per gli isolati perché risulta impossibile a chi è fuorisede farsi portare qualcosa da ‘qualcuno’. Non parliamo poi della sanità che dà per scontato che uno sia disponibile a qualsiasi ora del  giorno. Lavorando entrambi i genitori come dipendenti, tutto ciò è impossibile. L’attivazione di percorsi per telelavoro risultava impossibile prima del covid, invece ha dimostrato la sua efficacia ed efficienza, una mamma o un papà non poteva assolutamente lavorare da casa in modo da salvaguardare ad esempio una malattia di un figlio, dovendo necessariamente prendere qualcuno (con tutte le resistenze del caso) che ci si mette in casa, con una fascia di minori, buttandosi senza paracadute, cosa che in circostanze diverse non si sarebbe mai fatta. Nelle malattie degli adulti non c’è alcuna forma di sostegno, sebbene i mezzi ci siano (in primis il lavoro a distanza). Se, con la legge in tutela della salvaguardia del tempo vita, qualcosa si è fatto, la spinta vera è stata il covid: speriamo che la cosa diventi strutturata e strutturabile anche dopo che ce ne saremo liberati. Beninteso, il lavoro a distanza non deve essere la normalità, ma deve essere una possibilità fornita e strutturata. Anche nei confronti della mobilità, avere libertà di orari flessibili di ingresso e uscita, con completamento a casa delle ore, è un nuovo limite ancora non affrontato che renderebbe il traffico più leggero, favorirebbe gli spostamenti coi mezzi pubblici, muovendo la gente in orari diversi. Anche la scuola poi dovrebbe ritrovare un suo senso, troppi compiti.

I bambini della famiglia fuorisede hanno delle particolarità

Come nel caso dei bilingue, vivono il binomio di imparare cultura e abitudini, oltre che lingua e modi di dire, coi compagni di scuola e le maestre, mentre a casa il modo è diverso, per cui sono sicuramente più aperti ad accettare il modus operandi di tutti (tipico peraltro in generale dei bambini), ma non hanno delle radici forti univoche. Non hanno una forte identità culturale, ma la mescolano, e ne fanno venire fuori una che preferiscono al momento, a seconda dei casi, per trovare un proprio equilibrio. Solo uno dei miei figli sta vivendo l’inizio della adolescenza per cui, per ora, ho una visuale limitata. Di sicuro, a volte, è capitato che allenatori di calcio non capissero la provenienza dei miei figli perché usano termini bolognesi con accento del centro Italia o termini del centro Italia con inflessione bolognese, come se fosse la normalità. Risulta molto strano che a scuola di ogni grado affrontino poco l’identità culturale e storica del posto in cui ci si ritrova: ricordo ancora la lezione delle elementari con la storia del mio paese, cosa che non ho visto qui, nel Comune in cui viviamo (Granarolo). Si studia un po’ di cultura villanoviana, ma invece che andare al Muv di Castenaso, ad esempio, siamo dovuti andare da soli al Museo della preistoria di Roma per trovarne le tracce. I percorsi per visitare i luoghi, le ville e la storia anche popolare del posto dove si vive servono per identificare maggiormente gli abitanti di quel luogo e, con questo, non intendo Bologna, ma proprio la città in cui si vive. Ho trovato solo un libro, ma non da bambini, per la storia, invece certi riferimenti anche territoriali non sono scritti da nessuna parte e si fa fatica a creare una conoscenza. Una cosa molto bella è stata una lezione sui cibi locali, molto apprezzata, che purtroppo con la seconda non so se, a causa del covid, si riuscirà a fare.

Alla domanda precedente su cosa possono fare le istituzioni, secondo me, anche un maggiore insegnamento della cultura, e non solo gastronomica, aiuterebbe molto lo sviluppo di una propria radice nel territorio.

Come  si  modifica  nel  tempo il  rapporto con  la  famiglia di  origine? 

È sempre molto complicato, quando sei in ferie e dovresti riposare, invece c’è tutta una platea di parenti che ha necessità di vederti e toccarti fisicamente (noi tra l’altro proveniamo da due regioni diverse, ma molto legate entrambe alla famiglia e alle feste). Non che noi non vogliamo vederli, anzi, ma si crea quella cosa: chi viene? Vieni tu? E allora gli altri? Perché non scendi? La cosa si tranquillizza un po’ quando i bimbi sono autonomi e possono stare da soli, senza appesantire la situazione anche dei nonni che, nel frattempo, sono invecchiati e hai tanto bisogno di vederli. C’è poi sempre in fondo di: ma perché non tornate giù? Perché allora non venite voi su?

C’è un momento in cui da fuorisede si diventa definitamente migrati e poi persino radicati?

Onestamente per il momento devo dire no, semplicemente perché gli anni scolastici e della crescita segnano talmente tanto il percorso evolutivo che non si riesce mai veramente ad essere radicati altrove: sebbene si conosca a mena dito il territorio (fuorisede), proprio non viverlo in quegli anni, comporta quel sentimento platoniano del tribus caverna che risulta impossibile da eliminare. Resta, invece, una differenza coi figli che, a tutti gli effetti, vivono il territorio per cui, anche passando lunghi periodi feriali dai nonni,  considerano casa la città in cui vivono, con delle reminiscenze di altrove, mediato dai ricordi dei genitori. È un po’ come l’emigrato americano che, delle due rafforza, le sue origini, pur essendo americano, con un mai nascosta italianità che nel nostro caso è regionalità.

Grazie alla lettrice L.S. per avere suggerito il tema e per essersi prestata a rilasciare l’intervista.

REPORT LE EQUILIBRISTE, LE MAMME IN ITALIA, 2020

https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/le-equilibriste-la-maternita-italia-nel-2020.pdf