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Lavorare meno, per lavorare meglio ? Un esperimento islandese dice “Sì”

Si riapre il dibattito sull’equilibrio tra impiego e vita privata

Paolo Trapani

Si può lavorare meno per lavorare meglio? A quanto pare sì, almeno stando a quanto emerge da un esperimento condotto in Islanda e del quale, nelle scorse ore, sono stati annunciati, in modo trionfalistico, i risultati. I ricercatori, infatti, parlano di “successo travolgente” a proposito del test effettuato nel Paese nordico e relativo alla settimana lavorativa di appena quattro giorni.

Lavorare 4 giorni a settimana, ecco l’esperimento condotto in Islanda

A fronte del ridotto orario di impiego, i lavoratori sono stati pagati con importi tradizionali, senza riduzioni. 

Inizialmente, il test è stato avviato sull’1% della popolazione attiva (lavorativamente), ma ora i sindacati sono pronti a rivedere i vari modelli di impiego. L’idea è di estendere questa nuova modalità di lavoro che, nella fase sperimentale, ha visto coinvolti diversi luoghi e settori (ospedali, scuole, uffici pubblici). 

L’esperimento islandese, in linea generale, non è da sottovalutare, perché è durato diversi anni, dal 2015 al 2019, ed ora, considerando l’enorme trasformazione che investe il lavoro in tutto il mondo, anche a causa dei nuovi modelli sociali imposti dalla pandemia, non è detto che non si possa estendere ad altre Nazioni. 

Naturalmente la chiave di volta, oltre alla retribuzione, è la produttività. Qui deve misurarsi la verifica del nuovo modello, soprattutto nel settore privato, dal commercio all’industria, dai servizi al terziario avanzato. Certo è che il caso Islanda ha già fatto scuola e si segnalano analoghe iniziative, di ridurre in maniera significativa l’orario di lavoro, in realtà molto distanti tra loro come Spagna e Nuova Zelanda.  In Islanda, inizialmente, sono stati coinvolti 2.500 lavoratori: dunque una fascia ristretta della vasta popolazione lavorativa, ma i dati sembrano più che incoraggianti. 

Naturalmente, trasferire questa idea innovativa da un Paese del Nord a realtà come la nostra non è semplice, anche se da un punto di vista politico, almeno fino a diversi anni fa, anche in Italia il dibattito sul tema era più che aperto. Lo è stato almeno fino a quando in Parlamento erano presenti forze politiche fortemente caratterizzate per posizioni di difesa dei lavoratori, che però erano viste, pregiudizialmente e ideologicamente, contro il capitale (e quindi le imprese e i datori di lavoro).

Più in generale, c’è da considerare che oggi, nelle realtà più industrializzate e non solo, le tipologie di contratti di lavoro sono talmente variegate e disomogenee rispetto ad un modello base (lavoro 40 ore settimanali da lunedì a venerdì) che anche i paragoni e i confronti non sono affatto semplici da attuare. Anzi, spesso il lavoro e i relativi contratti di impiego sono talmente particolari (part time, tempo determinato, lavoro somministrato, ecc.) che introdurre e far prevalere un solo modello è molto difficile. 

Di certo, con un mercato del lavoro sempre più dominato e controllato da computer e robot, dove la mano e la mente umana spesso sono ridotti a elementi complementari, non è azzardato immaginare che le ore settimanali di impiego andranno a ridursi, cambiando molto rispetto al passato.

Il dato importante, emerso dal test del Paese nordico, è che i lavoratori si dichiarano soddisfatti, riferendo di sentirsi meno stressati e più vogliosi di lavorare (proprio per il carico meno significativo di ore di impiego). Su questo sicuramente si discuterà, considerando che nell’era contemporanea gli equilibri tra lavoro e vita privata sono fondamentali per determinare le migliori condizioni di produttività. 

Questo studio mostra che la più grande prova al mondo di una settimana lavorativa più corta nel settore pubblico è stata sotto tutti i punti di vista un successo travolgente“, ha sottolineato Will Stronge, direttore della ricerca, che ha poi aggiunto: “Dimostra che il settore pubblico è maturo per essere un pioniere delle settimane lavorative più brevi – e altri governi possono trarne lezioni“. Il dibattito è aperto e, ovviamente, investirà presto tutti i comparti del mondo del lavoro.