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Un botellón bolognese su Chatroulette. L’esperimento virtuale della band “Acusticazzi”

di Lorenza Cianci

Nessuno ha pagato un biglietto per il tuo concerto. Eppure, nel bel mezzo di un lockdown, puoi dirlo: hai assaporato il brivido di esibirti di fronte a un pubblico internazionale.

Superi il concetto di spettacolo dal vivo on demand quando adotti, agli ingressi, il criterio di un sito d’incontri come Chatroulette: la casualità. Il fortunato spettatore del tuo concerto è solo un passante per caso, errante per il web, catapultato, con webcam e microfono acceso, nella tua stanza d’affitto. In una provincia del mondo in pieno inverno e in piena pandemia, Bologna.

Potrà fermarsi, divertito, a guardare la tua performance: un folk in cajòn e chitarra acustica. Oppure, “nextare”, passare alla stanza successiva. Non sai da che parte del mondo la spia rossa della telecamera altrui incroci il tuo palco. Che è, sempre, quella stanza in affitto, allestita a luci soffuse, come nei famosi locali di via del Pratello, nel capoluogo emiliano. Nessuno ha pagato un biglietto per il tuo concerto. Eppure, nel bel mezzo di un lockdown, puoi dirlo: hai assaporato il brivido di esibirti di fronte a un pubblico internazionale.

È successo veramente. Lo hanno fatto un trio di musicisti dall’iconico nome di Acusticazzi. Una band, composta da Gianfilippo di Bari, Gianluca di Fiore e Michele Lamacchia. Classe ’92, oggi basati a Bologna, ma di origini sipontine: «É nato tutto da uno scherzo come la maggior parte delle nostre cose» spiegano i ragazzi: «Una volta che avevamo fatto il concerto in streaming su Facebook, uno si chiede: ora, cos’altro possiamo fare? Cosa potrebbe essere bello, diverso…eccetera? L’avevamo buttata lì…Chatroulette? E poi un giorno, eravamo a casa, siamo andati su Chatroulette, avevamo beccato questo ragazzo che ballava, e aveva un cartello in cui c’era scritto il suo nome, la sua pagina Facebook. Ed era veramente molto particolare, non era per niente canonico. Allora, noi già volevamo farlo, ed eravamo andati apposta su Chatroulette per vedere com’era la situazione…no? E quella cosa… ho detto, cazzo! Allora sì! Dobbiamo farlo assolutamente!»

Così, inaugurano il primo live, di cui sia rimasta traccia, in Italia, durante la pandemia da Covid-19, su Chatroulette, una piattaforma di incontri online. Che connette, in modo del tutto casuale, utenti da tutto il mondo.

Chatroulette. Una leggenda, dalle origini.

È il 2009 quando un diciassettenne moscovita, Andrey Ternovskiy, crea nottetempo una piattaforma chat di scambi casuali. Durante un’intervista al quotidiano tedesco der Spiegel afferma che, a suon di paghetta da mille rubli a settimana (poco più di 11 euro, attualmente), è riuscito a comprarsi un computer, una webcam e alcuni accessori video. Dice di frequentare poco la scuola; il web è il suo unico libro aperto. Dopo due giorni e due notti di scrittura software, crea la primissima versione di un formato di messaggistica casuale che avrebbe messo in contatto gente da tutto il mondo. Il nome, lo prende da un film cult del ‘78 ambientato nel Vietnam della guerra, “Il cacciatore”, i cui protagonisti venivano obbligati a giocare alla roulette russa. Da piattaforma-esperimento, il sito, dopo poco tempo, viene ribattezzato dal New York Times come il “sacro Graal del divertimento”. I numeri dei visitatori giornalieri parlano chiaro: se all’inizio del novembre 2009 erano 500, un mese dopo il sito ne contava lo stesso numero, ma moltiplicato per cento.

«Una pietra miliare culturale»

Non solo. Secondo un articolo apparso sul magazine Salon, a marzo del 2010 Chatroulette diventa anche una “pietra miliare culturale”. In particolare, dopo che un pianista, nickname Merton e cappuccio in testa, aveva spiazzato tutti con le sue esibizioni al pianoforte, in uno dei tanti “appuntamenti al buio” della piattaforma. Divenendo, da quel momento, un perturbante alter ego del compositore statunitense Ben Folds. È lo stesso Folds, durante un concerto, a omaggiarlo. C’è chi assicura di aver visto esibirsi sul sito anche i The Jonas Brothers, chi Lady Gaga. Ci prova anche un giovane cantautore e musicista di Fidenza, Giuseppe Peveri, in arte Dente. E il suo esperimento, del 2010, è ancora visibile online.

Chatroulette è diventata, poi, una delle scene preferite dalla Net Art. Sono infatti due artisti di questa corrente artistica, Eva e Franco Mattes, di origini bresciane, ma trapiantati a Brooklyn, a mettere in onda “un quadro” in diretta Chatroulette. Si chiama No fun, tradotto: un finto suicidio artistico. Se la vita è social, che lo stia per diventare anche la morte?

Da Supernova a cometa

La piattaforma, però, ha subito, a un anno dalla sua creazione, una brusca decelerata, per cadere quasi nel dimenticatoio. Causa il numero di contenuti hard, che l’avevano resa, per usare un eufemismo, troppo monotona.

Chatroulette riemerge dalla spirale perversa dell’oblio durante la pandemia. Grazie anche agli investimenti, in fatto di intelligenza artificiale, che Ternovskiy ha continuato a fare, per ottimizzarla. Lo scopo, secondo il giornale Wired, è moderare “the adult caos” (il “caos” prodotto dagli adulti). Poi, la pandemia. Le piattaforme di messaggistica online impennano. Anche Chatroulette risorge.

Gli Acusticazzi: «un gruppo comunque, chiamiamolo emergente, piccolo, tre stronzi, appunto…hanno fatto un concerto con unutenza internazionale»

A Bologna è pieno inverno e pandemia. L’idea è, allora, geniale: un concerto su Chatroulette. Gli Acusticazzi, di concerti in modalità casuale, ne sapevano qualcosa già prima del Covid-19. A partire dal modo in cui tutto, per loro, è fisicamente nato, nel 2013, a Forlì. Dove la band ha ricevuto il battesimo di fuoco, prima di trasferirsi a Bologna: «Siamo nati all’interno del botellón. È un po’ questo l’imprinting, che è anche un po’ diverso dall’artista di strada. Perché l’artista di strada è un artista che si mette in strada e fa uno show per un pubblico che passa. Noi siamo nati facendo veramente parte del pubblico. Cioè, chi va nel botellón…non è che va a sentire un gruppo; chi va al botellón, probabilmente, si porta delle castagnette; dei cimbalini; dei tamburelli; dei jambé; delle chitarre. Quindi, possono essere tutti i musicisti e possono essere tutti pubblico. È quasi una jam. Quindi, veramente, quel confine è spezzato». E continuano: «c’è l’aspetto di occupare, tra virgolette, degli spazi, come la piazza. A me viene da dire occupare degli spazi non canonici per la musica ma, in realtà, la piazza, questo tipo di musica, e questo tipo di fruizione musicale, era uno dei ruoli antichi della piazza. Quindi, un pochettino, recuperare il fatto che in piazza si stava anche un po’ per suonare e per cantare, per viversi collettivamente. È naturale che dal momento in cui non possiamo vivere la piazza carnalmente, qualsiasi piazza, virtuale o reale, che troviamo cerchiamo di occuparla».  

I feedback sono stati positivi: «I due aspetti fighi, secondo me, di fare questa cosa è che un po’ erano tutti meravigliati. Appena ci vedevano, dicevano: no, wow, che figata! Interagivano, ma qualsiasi persona aveva piacere di interagire, chi di chiedere una canzone: abbiamo fatto una canzone su richiesta oppure non so, c’era un ragazzo spagnolo, e visto che era spagnolo abbiamo fatto una canzone in spagnolo. L’altra cosa figa è che un gruppo comunque, chiamiamolo emergente, piccolo, tre stronzi, appunto…hanno fatto un concerto con un’utenza internazionale».

La casualità ritorna, nel discorso, come un mantra: «Un po’ internet era il luogo della casualità. Cioè internet era il luogo in cui tu stavi, ti facevi i fatti tuoi, facevi delle robe e inaspettatamente ti entrava un contenuto nuovo. Adesso è sempre così, ma un po’ di meno perché, bene o male, tutti gli algoritmi, i social network, ti selezionano sempre più robe che ti interessano. Quindi anche quella cosa di serendipità…serendipità si chiama: di trovare un contenuto su cui tu non avevi nessun tipo di idea, si sta un po’ marginalizzando. Invece la chat random di Chatroulette, un po’, secondo me, riporta un po’ questo concetto», conclude il gruppo.