Mattia Lasio, Autore presso La Redazione https://www.laredazione.net/author/mattia-lasio/ Giornale digitale di inchieste, attualità, approfondimenti e fotogiornalismo Thu, 19 Mar 2026 17:52:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.1 https://www.laredazione.net/wp-content/uploads/2021/06/cropped-Laredazione.net-Logo-32x32.png Mattia Lasio, Autore presso La Redazione https://www.laredazione.net/author/mattia-lasio/ 32 32 Pippo Fava, a cent’anni della nascita https://www.laredazione.net/pippo-fava-a-centanni-della-nascita/ Tue, 17 Jun 2025 16:05:28 +0000 https://www.laredazione.net/?p=10610 Chi era Giuseppe Fava: ecco il ritratto tratteggiato da Mattia Lasio, a cent’anni dalla nascita del giornalista siciliano, ucciso dalla mafia. Il coraggio di dire la […]

L'articolo Pippo Fava, a cent’anni della nascita proviene da La Redazione.

]]>
Chi era Giuseppe Fava: ecco il ritratto tratteggiato da Mattia Lasio, a cent’anni dalla nascita del giornalista siciliano, ucciso dalla mafia.

Il coraggio di dire la verità, sempre e comunque. Il coraggio di esporsi e di prendere posizione davanti a chi si muove nell’ombra e trama con il favore delle tenebre. Giuseppe Fava detto ‘’Pippo’’ è stato questo e molto altro e a cento anni dalla sua nascita, ricorrenza che si celebra il 15 settembre 1925, il suo messaggio di giustizia e di impegno morale e civile tramite la scrittura è di estrema attualità, rappresentando un punto di riferimento prezioso a cui rivolgere lo sguardo. 

L’omicidio di Pippo Fava

Fava fu ucciso verso le 21.30 del 5 gennaio del 1984 dai mafiosi Aldo Ercolano e Maurizio Avola, al servizio di uno dei boss più feroci di Cosa Nostra ovvero il catanese Nitto Santapaola – tra i principali mandanti anche della strage della circonvallazione a Palermo in via Ugo La Malfa il 16 giugno 1982 in cui venne ucciso il rivale Alfio Ferlito. Gli spararono sulla nuca cinque proiettili calibro 7,65, mentre era in procinto di scendere dalla macchina per andare a prendere la nipote impegnata nella recitazione della commedia di Luigi Pirandello ‘’Pensaci, Giacomino!’’, al Teatro Verga in via dello Stadio a Catania. 

Un delitto feroce, cruento e meschino, a distanza di meno di un anno dalla strage di via Pipitone a Palermo in cui perse la vita l’ideatore del pool antimafia Rocco Chinnici, suo coetaneo, per cui ci vollero quasi vent’anni prima che saltasse fuori la verità. C’era chi, infatti, come l’allora sindaco di Catania ovvero il democristiano Angelo Munzone cercava di negare l’evidenza, sostenendo che la mafia a Catania non esistesse, preferendo credere che dietro la morte di Fava ci fossero motivi passionali o legati alle difficoltà economiche della sua rivista mensile ‘’I Siciliani’’. Chiaramente si sbagliava perché era palese, come rimarcato anche da Carlo Alberto Dalla Chiesa intervistato su ‘’Repubblica’’ da Giorgio Bocca il 10 agosto del 1982, che la mafia fosse forte anche a Catania e che proprio da Catania andasse alla conquista di Palermo. 

Pippo Fava questo lo sapeva, così come lo sapevano i suoi ‘’carusi’’ ovvero quei giovani cronisti che con lui lavoravano e combattevano in prima linea la mafia, e non aveva certo timore di dirlo pubblicamente, sia nei suoi articoli, che nei propri libri e nelle proprie opere teatrali così come negli incontri con gli studenti che metteva in guardia su cosa fosse davvero Cosa Nostra. 

Che cos’era il giornalismo per Pippo Fava

Cosa spingeva Fava a fare ciò? La spiegazione la offre lui stesso in uno dei suoi articoli più significativi ovvero ‘’Lo spirito di un giornale’’, pubblicato l’11 ottobre del 1981 sul ‘’Giornale del Sud’’ di cui era alla guida, in cui disse: «Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni». Parole che descrivono appieno cosa per Fava, che dopo quell’articolo venne licenziato dal Giornale del Sud, rappresentasse essere un cronista.

Nato a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, conseguì la laurea in Giurisprudenza e collaborò con varie testate di prestigio come la  ”Domenica del Corriere’’, ‘’Tuttosport’’, ‘’Espresso sera’’ e altre ancora, occupandosi di tutti gli argomenti, dalla cultura e gli spettacoli – Fava fu grande amante del teatro ambito a cui si dedicò con dedizione e grande passione – passando per lo sport, la politica, la cronaca e chiaramente la mafia. 

Fu uno dei primi cronisti a studiare il fenomeno mafioso nei minimi dettagli, andando oltre i luoghi comuni e le frasi fatte, riuscendo a inquadrare perfettamente cosa fosse realmente la mafia. Fava apparteneva a quella schiera di cronisti come Cosimo Cristina, Mauro De Mauro e Mario Francese che con il giornalismo volevano e sapevano davvero colpire coloro che avevano le proprie mani in una amalgama sporca fatta di bugie, raccomandazioni, verità celate che da sempre hanno tenuto legati i cosiddetti colletti bianchi al mondo mafioso. 

Pippo Fava scrittore

Prolifica fu anche la sua attività di scrittore e proprio da alcuni suoi libri vennero tratti film destinati a lasciare il segno nella storia del cinema italiano: su tutti, nel 1975, spicca ‘’Gente di Rispetto’’, diretto da Luigi Zampa con Franco Nero, James Mason e Jennifer O’Neill mentre nel 1980 è la volta di ‘’Palermo or Wolfsburg’’, diretto di Werner Schroeter, il qualer vinse l’Orso d’Oro, tratto dal suo libro ‘’Passione di Michele’’.  Come scrisse uno dei suoi principali allievi Riccardo Orioles, Fava fu prima di tutto un uomo: non solamente un intellettuale sopraffino e preparatissimo ma un uomo dotato di quella tempra morale che gli ha consentito di non arretrare mai e di non cedere mai alle false lusinghe di chi voleva metterlo a tacere.

L’ultima intervista a Pippo Fava fu quella di Enzo Biagi

Intervistato da Enzo Biagi, il 28 dicembre del 1983 durante la trasmissione ‘’Film Story’’, quando gli venne chiesto come fosse possibile sconfiggere la mafia ripose con risolutezza: «Tutto parte da un’assenza dello Stato e dal fallimento della società politica italiana. Bisogna ricominciare da qui. Forse è necessario creare una seconda repubblica in Italia, che abbia delle leggi e una struttura di democrazia che eliminino il pericolo che il politico possa diventare succube di se stesso e della propria avidità, della ferocia degli altri o della paura». Sempre durante quella intervista, l’ultima rilasciata da Fava che una settimana dopo venne ammazzato, si soffermò anche su altri argomenti: parlò del sindacalista Placido Rizzotto definito ‘’pazzo’’ nel senso più nobile del termine nonché un eroe dimenticato, attaccò il famigerato boss corleonese Luciano Liggio appellandolo come ‘’il Napoleone della mafia’’, si soffermò su vecchi mafiosi come Genco Russo, confrontò la mafia italiana con quella americana, parlò del mercato della droga, del dramma della tossicodipendenza, del traffico delle armi, rimarcando che è nelle banche che la magistratura doveva indagare perché è da lì che i soldi uscivano per confluire nel settore dell’edilizia. Non solo: sottolineò che se si voleva davvero sconfiggere la mafia bisognava partire prima dalla consapevolezza amara del fallimento della politica e degli uomini politici, per poi dire senza mezzi termini che ai funerali di Stato spesso gli assassini stavano proprio sul palco delle autorità, facendo buon viso e cattivo gioco. Sono frasi forti, al giorno d’oggi quasi utopiche visto il periodo storico nel quale viviamo dove battersi per la verità sembra una chimera, che rimangono impresse e colpiscono per la loro efficacia.

I figli Elena e Claudio Fava lo hanno definito un esempio di passione e generosità, elementi questi che traspaiono appieno dai suoi articoli pubblicati su ‘’I Siciliani’’, mensile antimafia che Fava fondò dopo essere stato licenziato dal ‘’Giornale del Sud’’. Un giornale che voleva essere, come puntualizzato da Fava nel pezzo ‘’I Siciliani perché?’’, il documento critico di una realtà meridionale che profondamente, nel bene e nel male, appartiene a tutti gli italiani. Sarà proprio su ‘’I Siciliani’’, nel gennaio del 1983, che pubblicherà una delle sue inchieste più significative intitolata ‘’I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa’’, in cui metterà l’accento sulle attività illecite degli imprenditori catanesi Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, facendo presente i loro legami con il boss Nitto Santapaola e definendoli senza mezzi termini come «rapaci, temerari, prepotenti, aggressivi, qualcuno anche grossolano o ignorante». La scrittura di Fava era colta e al contempo diretta e priva di orpelli, dotata di un’ironia sferzante e decisa ma che non sfociava mai nell’aggressività o nell’attacco gratuito. Una scrittura che, come traspare da ogni suo articolo, era frutto di quella genuinità di chi credeva davvero a ciò che stava affermando e per cui era pronto a battersi tenacemente. E proprio a battersi con tenacia invitava i suoi conterranei per i quali scriveva nel maggio del 1983 in un articolo intitolato ‘’Industria il fallito sogno siciliano’’: «i siciliani, se vogliono essere veramente protagonisti dentro la storia, debbono conquistare da soli la speranza di una dignità sociale europea. Senza scappare, senza tradire, senza corruzioni o sottomissioni, a testa alta, orgogliosamente». 

‘’I Siciliani’’

A testa alta, e orgogliosamente, Pippo Fava viveva la sua professione di giornalista come rimarcato in uno dei suoi articoli più significativi e accorati dal titolo ‘’A ciascuno il suo’’, risalente al 1983, in cui prendendo le difese del suo giornale ‘’I Siciliani’’ scrive: «Questo giornale fa paura ai corrotti, ai masnadieri, birbanti, dilapidatori, poiché temono che, da un mese all’altro, su queste pagine, compaia il racconto della loro ribalderia». Poche righe dopo rimarca con fermezza: «Per tutti coloro i quali credono di poter ammansire o sopraffare I Siciliani. Non ce la faranno mai. Ben vengano avanti. Chiunque voglia esserci nemico, pubblico o privato, che venga avanti!». Fava ha sempre affrontato a viso aperto la mafia, senza girare attorno alla questione e usando parole che in pochissimi altri hanno avuto il coraggio di pronunciare come quando, il 20 dicembre del 1983 durante un incontro a Palazzolo Acreide intitolato ‘’Violenza e mafia, i giovani e la scuole contro’’, disse: «La mafia è una bestia immane, una piovra oscura. È una tragedia che sconvolge l’umanità e che influisce profondamente sullo sviluppo della società. Gestisce tanto denaro da poter creare un esercito dieci volte più potente di quello italiano. Il mafioso è la cosa più laida e disonesta che esista sulla faccia della terra». Sono parole che tutti, dai più giovani agli adulti, devono fare proprie e tenere bene a mente: perché solo così sarà possibile non cedere alla tentazioni e agli inganni di un morbo quale la mafia è da sempre, che prolifera sin dalla nascita dello Stato italiano e che, soprattutto in un momento come questo dove sembra essere innocua, è pronta in realtà a colpire. Pippo Fava questo lo sapeva e non si è mai stancato di ripeterlo e di lottare affinché la verità potesse emergere. Perché, proprio come affermava lui stesso nel luglio del 1983 nell’articolo ‘’Mistero gaudioso dei democristiani’’, nascondere la verità significa interesse a celare un crimine, e significa perciò essere complici di quel crimine. L’Italia e gli italiani non devono permettere questo: lo devono a se stessi e a uomini come Pippo Fava che per la verità hanno sacrificato tutto, persino la propria vita senza mai chinare la testa e mostrarsi indifferente davanti alle ingiustizie.

L'articolo Pippo Fava, a cent’anni della nascita proviene da La Redazione.

]]>
Rocco Chinnici, la sua eredità a cent’anni dalla sua nascita https://www.laredazione.net/rocco-chinnici-la-sua-eredita-a-centanni-dalla-sua-nascita/ Mon, 28 Apr 2025 16:06:02 +0000 https://www.laredazione.net/?p=10462 «Questo è un messaggio onesto, chiaro e cosciente che posso lanciare alla mafia: noi giudici siciliani non ci arrenderemo mai. Non avremo mai rassegnazione o paura. […]

L'articolo Rocco Chinnici, la sua eredità a cent’anni dalla sua nascita proviene da La Redazione.

]]>
«Questo è un messaggio onesto, chiaro e cosciente che posso lanciare alla mafia: noi giudici siciliani non ci arrenderemo mai. Non avremo mai rassegnazione o paura. Per ognuno che cade ce ne sono altri dieci disposti a proseguire con maggiore impegno, coraggio, determinazione».

Queste parole Rocco Chinnici, di cui nel 2025 il 19 gennaio sono stati celebrati i cento anni dalla nascita, le pronunciò in una delle sue ultime interviste, nello specifico in quella rilasciata a Lillo Venezia pubblicata nella rivista ”I Siciliani” di Pippo Fava nel marzo del 1983. Quattro mesi dopo, esattamente alle otto del mattino del 29 luglio, morirà in un attentato a opera di Cosa Nostra che imbottì di tritolo una Fiat 126 parcheggiata davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico 59, a Palermo. Vent’anni dopo la strage di Ciaculli avvenuta nel contesto della prima guerra di mafia, e nove anni prima rispetto alla strage di Capaci e di via d’Amelio in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,  la mafia fa un uso della violenza spettacolarizzato per spazzare via l’ideatore del pool antimafia, colui senza il quale non ci sarebbe stato il Maxiprocesso di Palermo, che si svolse dal 1986 al 1992, e senza il quale non sarebbe stato possibile  prendere consapevolezza dell’evoluzione sempre più rapida della mafia.

Rocco Chinnici, come affermato anche da Nino Di Matteo Sostituto Procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo davanti al compianto cronista Andrea Purgatori su una speciale andato in onda nel maggio del 2023 su La7, è stato fautore di una autentica rivoluzione. Perché questo? Perché Chinnici ha capito prima di tutti gli altri che non era possibile svolgere attività istruttoria in materia di mafia singolarmente ma era fondamentale unire le forze, creare una sinergia tra i magistrati impegnati nella lotta al fenomeno mafioso. Capì che solo tramite la condivisione delle informazioni raccolte dai singoli magistrati sarebbe stato possibile colpire davvero la mafia e renderla vulnerabile. Fu con Chinnici che la lotta alla mafia, a partire dal 1979 anno della morte di Cesare Terranova che avrebbe dovuto prendere il suo posto alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo in cui Chinnici lavorava dal 1966, fece il salto di qualità: sino ad allora, le inchieste erano disperse in troppi uffici e troppe mani. Chinnici crea un gruppo di lavoro  motivato, tenace e dotato di una preparazione solidissima, si circonda di figure del calibro di Falcone, Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, collabora strettamente con professionisti quali il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, ucciso anche lui nel 1979 pochi mesi prima di Cesare Terranova, il vice dirigente della Squadra Mobile di Palermo Ninni Cassarà, figura fondamentale a cui si deve il ”Rapporto dei 162” in cui, grazie alle prime confessioni di mafiosi come Salvatore Contorno nel 1982, verranno delineati gli schieramenti della seconda guerra di mafia e sarà possibile capire appieno la pericolosità dei ”viddani” ovvero i corleonesi di Totò Riina e Luciano Liggio, sino a quel momento da alcuni ancora considerati come semplici malavitosi legati alla terra e alla campagna. Il rapporto dei 162 ha un’importanza unica, Chinnici lo comprese immediatamente, e come ribadito da tanti esperti del settore negli anni a venire rappresenta la base su cui si fonda lo storico maxiprocesso di quattro anni dopo. Una tappa, quindi, fondamentale del cammino dell’antimafia che non può essere tralasciata.

Le intuizioni di Chinnici che iniziò a occuparsi di mafia a partire dal 1970, seguendo le indagini sulla strage di viale Lazio a Palermo del 10 dicembre 1969 in cui i corleonesi fecero il loro primo vero exploit – richiamandosi alla strage di San Valentino di Al Capone – uccidendo il boss Michele Cavataio – , sono state tante e di grande rilevanza: su tutte, spicca l’essersi accorto, insieme a personalità del calibro del Procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa e del segretario regionale del PCI Pio La Torre che, per vederci chiaro sulla mafia, era necessario indagare nei loro assegni e nei loro conti correnti, seguendo la strategia del ”follow the money”, come venne ribattezzata in seguito ovvero l’analisi certosina degli spostamenti di denaro di coloro che appartenevano a Cosa Nostra, in quanto la mafia era diventata a tutti gli effetti una forza imprenditrice notevole. Proprio per questo Chinnici chiamò a lavorare con sé Falcone che veniva dalla sezione fallimentare del tribunale di Palermo in cui aveva fatto esperienze importanti nel campo economico, societario e finanziario. Fu un vero e proprio terremoto: Chinnici e Falcone mostrano il vero volto del costruttore edile Rosario Spatola, da tutti all’epoca considerato un benefattore, procedendo senza alcun timore nel loro cammino, mandando su tutte le furie Giovanni Pizzillo, l’allora presidente della Corte d’Appello di Palermo che li accusò di mandare in rovina l’economia palermitana. Sembra un paradosso, eppure il clima in cui si lavorava era quello. Chinnici sapeva di potersi fidare di pochissime persone, a dimostrazione di ciò spicca il fatto che con Gaetano Costa, il primo a spiccare un mandato di cattura su Spatola venendo lasciato solo dai suoi colleghi fatto questo che porterà alla sua uccisione nel 1980, erano costretti a incontrarsi nell’ascensore del Palazzo di Giustizia di Palermo per non farsi sentire da orecchie indiscrete. 

Un’altra battaglia di grande rilevanza portata avanti da Chinnici fu quella della difesa della legge La Torre, di cui il primo firmatario fu Pio La Torre ucciso dalla mafia nel 1982, che introduce il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso insieme al sequestro e alla confisca dei beni dei mafiosi. Non solo battaglie dal punto di vista prettamente giuridico: Chinnici fu il primo magistrato a uscire dalle aule giudiziarie e a tenere incontri con gli studenti delle scuole, per lui il rapporto con i giovani era fondamentale, sapeva bene che la mafia faceva grossi guadagni grazie al traffico di sostanze stupefacenti e in particolare di eroina e proprio per questo cercava di mettere in guardia i giovani in modo tale che non cadessero in un tranello dal quale sarebbe stato difficile uscire fuori. Il suo obiettivo principale, come rimarcato anche dalla figlia Caterina nel maggio del 2020 nel corso dello speciale su Rai Play ”Diario Civile: Palermo come Beirut”, era portare a compimento quel cambiamento nelle coscienze grazie al quale non cedere alle fasulle e sporche promesse mafiose. Chinnici non aveva paura, il timore lo aveva per i suoi cari, per la moglie Agata Passalacqua, per i tre figli Caterina, Elvira e Giovanni e per gli uomini della sua scorta. Due di essi, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, persero la vita con lui in quell’attentato di una brutalità inaudita del 29 luglio del 1983 in cui morì anche il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Quotidiani come ”l’Unità”, ”L’Ora” e ”La Repubblica” scriveranno: ”Palermo come Beirut”, facendo riferimento alla cruenta guerra civile in Libano di quel periodo. 

La mafia aveva alzato l’asticella della propria strategia violenta perché sapeva che Chinnici rappresentava davvero un pericolo per la criminalità organizzata. Era un uomo che, come disse Enrico Berlinguer per Pio La Torre il 2 maggio del 1982 durante i funerali in una gremita piazza Politeama a Palermo, non si limitava ai discorsi ma faceva sul serio. Proprio così, Chinnici faceva sul serio come rimarcato anche da Raffaele Bertoni, all’epoca giudice e presidente del comitato antimafia del CSM, che intervistato da Bruno Miserendino su ”L’Unità” disse con franchezza: «Sentiva che al suo impegno e a quello di molti colleghi, alla sua dedizione, non corrispondeva una pari fermezza, una pari mobilitazione altrettanto forte da parte delle istituzioni dello Stato. Di questo si rammaricava profondamente». Ma nonostante le amarezze e delusioni, ha proseguito imperterrito nel suo lavoro, proprio come ha sempre fatto sin dagli esordi a Partanna in cui ricoprì all’inizio della sua carriera per dodici anni il ruolo di Pretore conquistando la fiducia e la stima dei cittadini. Giuseppina Zacco, vedova di Pio La Torre, disse in un’intervista su ”L’Ora” del 25 aprile del 1992, realizzata dalla cronista Sandra Rizzo, che Chinnici aveva capito. Stava indagando sui delitti di La Torre, di Gaetano Costa, del presidente della Regione Piersanti Mattarella, ucciso il giorno dell’epifania del 1980, era pronto a spiccare i mandati di arresto per i temibili esattori di Salemi i cugini Ignazio e Nino Salvo, pur sapendo che il prossimo a morire dopo l’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa il 3 settembre del 1982 a Palermo molto probabilmente sarebbe stato lui. Sapeva i rischi che correva ma non ha temuto, non ha mosso un passo indietro, perché sapeva che la battaglia che portava avanti era più importante di qualsiasi cosa. Nonostante le minacce, nonostante gli sgambetti, nonostante all’epoca in tanti credessero che i mafiosi si ammazzassero semplicemente tra di loro, nonostante fosse diffusa l’erronea convinzione secondo cui la mafia era un problema che riguardasse solamente la Sicilia e i siciliani, Chinnici ha continuato a lavorare alacremente, con l’aiuto di pochi ma coraggiosi uomini. Uomini che sapevano quello a cui andavano incontro, ma che sono rimasti fermi nelle loro posizioni senza mai mostrarsi inclini ai compromessi. Uomini che, oggi più che mai, è importante ricordare a prescindere dalle ricorrenze e dalle celebrazioni per coltivare senso morale e spirito critico, grazie ai quali non piegarsi davanti alla violenza e grazie a cui battersi contro ogni forma di sopruso. Uomini che, come sottolineato dallo storico Salvatore Lupo, cercavano di fare luce e di vederci chiaro in una società dove la permeabilità tra la sfera della politica, della finanza e della mafia era decisamente cospicua, seppur si preferisse fare finta di niente girando la faccia dall’altra parte. Uomini come Chinnici, invece, la faccia dall’altra parte non l’hanno mai girata. Tra le sue parole più significative spiccano quelle pronunciate nell’autunno del 1981 in cui, durante un’intervista per la rivista ”Segno”, disse categoricamente: «la gente non vuole la mafia. I giovani non vogliono la mafia. Tutti i giovani, quelli politicizzati e quelli di nessun credo politico». A distanza di cento anni dalla sua nascita, sono proprio i giovani a dover fare tesoro di quanto realizzato da Chinnici perché sono loro, come sottolineato da Paolo Borsellino – nato lo stesso giorno di Chinnici sempre a Palermo, ma nel 1940 –  nell’introduzione all’opera ”L’illegalità protetta” contenente gli interventi più significativi dell’ideatore del pool antimafia, gli eredi spirituali di Rocco Chinnici e i possessori di un lascito duraturo che non può assolutamente essere sprecato.

L'articolo Rocco Chinnici, la sua eredità a cent’anni dalla sua nascita proviene da La Redazione.

]]>
L’amica geniale, chi è? https://www.laredazione.net/lamica-geniale-chi-e/ Tue, 10 Dec 2024 16:28:17 +0000 https://www.laredazione.net/?p=10119 Che cos’è l’amicizia che ha ispirato la saga il cui successo è reso possibile, oltre che dalla bravura della Ferrante, grazie alla trasposizione televisiva. È possibile […]

L'articolo L’amica geniale, chi è? proviene da La Redazione.

]]>
Che cos’è l’amicizia che ha ispirato la saga il cui successo è reso possibile, oltre che dalla bravura della Ferrante, grazie alla trasposizione televisiva.

È possibile definire l’amicizia? Forse no, seppur in tanti ci abbiano provato. Perché questo? Perché si tratta di un sentimento talmente complesso e ricco di sfaccettature che non possono essere ridotte a un unico schema prestabilito. Un sentimento attorno a cui ruota l’intera saga letteraria de ‘’L’amica geniale’’ realizzata da Elena Ferrante, pseudonimo dietro cui si cela un’autrice, o un autore, di cui non si conosce l’identità – seppur in tantissimi alludano alla traduttrice Anita Raja moglie dello scrittore Domenico Starnone –  aspetto questo che ha contribuito ancora di più a rendere affascinante questi romanzi aventi come sfondo una Napoli popolare nell’accezione migliore del termine, in quanto espressione – nel bene e nel male – di tutta la sua genuinità, della sua luce, dei suoi profumi oltre che delle inevitabili ombre con cui è inevitabile fare i conti, prima o poi.

La saga letteraria de ‘’L’amica geniale’’, costituita da quattro romanzi ovvero ”L’amica geniale. Infanzia, adolescenza”, ”L’amica geniale. Storia del nuovo cognome. Giovinezza”, ”L’amica geniale. Storia di chi fugge e di chi resta. Tempo di mezzo”, ”L’amica geniale. Storia della bambina perduta”, ha avuto un successo incredibile, travolgente, straripante. Quasi raro, per un mondo come quello editoriale sempre più in crisi e ammorbato di schemi triti e ritriti ai giorni nostri. Un successo reso possibile, oltre che dalla bravura della Ferrante, grazie alla trasposizione televisiva – creata dal regista e sceneggiatore Saverio Costanzo – durata quattro stagioni e andata in onda in prima serata su Rai 1, per un totale di 34 episodi, capace di fissare nella mente dei lettori ancora più nitidamente il rapporto di Lila e Lenù. Un rapporto particolare, nella piena accezione del termine. Un rapporto fatto di bene, tanto bene senza dubbio, ma anche di tantissimo male. Perché osservando attentamente i loro dialoghi, i loro gesti, l’evoluzione dei loro caratteri e le strade intraprese aleggia sempre un senso di rivalità e di contrapposizione tra le due, magari non voluta ma comunque presente e sotto gli occhi di tutti. Una rivalità che nelle quattro stagioni trasmesse sul piccolo schermo, dal 2018 sino alla puntata conclusiva del 9 dicembre 2024 con la magistrale versione adulta delle due protagoniste interpretate da Irene Maiorino e da Alba Rohrwacher, sembra per esplodere, sembra sempre sul punto di sfociare in un qualcosa di finalmente definito,  senza però arrivare a quel punto. E forse la bellezza del rapporto tra Lila e Lenù sta proprio in questa indefinitezza. 

In questi anni, lettori e telespettatori si sono chiesti quale delle due fosse l’amica geniale, oppure quale delle due impersonificasse il bene e chi invece il male. Probabilmente, la risposta che meglio descrive la relazione di amicizia di Lila e Lenù è, in parte, ovvia e scontata: entrambe. Già entrambe, perché sono complementari, l’una la controparte imperfetta dell’altra. Entrambe perché si richiamano l’una con l’altra, perché non riescono a separarsi mai del tutto nemmeno quando Lenù ormai anziana, osservando le bambole che appartenevano da bambina a lei e a Lila e fatele trovare improvvisamente nella cassetta della posta della sua nuova casa di Torino in cui ha deciso di trasferirsi dopo essere andata via dal rione di Napoli in cui è nata e cresciuta, capisce che non vedrà mai più Lila, segnata profondamente dal dolore per la sparizione della sua bambina Tina – stesso nome della bambola di Lenù – ma per cui sembra intravedersi finalmente un po’ di quiete o chissà cos’altro.

Quiete che, invece, manca a Elena detta Lenù la quale, da un certo punto di vista, appare come la parte perennemente fragile tra le due seppur sia riuscita a emanciparsi socialmente grazie ai suoi studi e all’essere diventata una scrittrice di successo. Eppure, nonostante ciò, Lenù non riesce a trovare serenità: nonostante i complimenti ricevuti, nonostante i riconoscimenti per i propri libri, nonostante sia riuscita ad affermarsi agli occhi degli altri, sembra costantemente irrisolta, costantemente in preda alle insicurezze che si porta dietro dall’infanzia e che, in parte, sono state dettate anche da Lila. Quell’amica così forte, così totalizzante da rischiare di annullarla. C’è chi ha parlato di rapporto tossico, chi abbandonandosi a commenti privi di un’analisi attenta ha minimizzato il loro modo di rapportarsi semplificandolo sino all’inverosimile, c’è chi ha optato per una contrapposizione netta tra le due. Ma, in verità, questa contrapposizione non c’è e non ci sarà mai: perché Lila e Lenù non impersonificano l’una nitidamente la cattiveria e l’altra nitidamente la bontà, non testimoniamo questi due elementi in toto. Assolutamente no: le due sono realmente il completamento l’una dell’altra, legate da un rapporto simbiotico a tratti dolce a tratti terribilmente amaro, ma mai relegabile a un’unica interpretazione. 

Lila a volte rappresenta il bene per Lenù con la sua schiettezza che non lascia spazio a frasi fatte e a mezzi termini, altre volte rappresenta qualcosa di negativo con la sua irruenza e la sua perentorietà che feriscono. Lenù è la personalità saggia, gentile e pacata, quella che stempera gli eccessi  di Lila ma è anche una donna che a causa dei suoi tormenti interiori non riuscirà mai a parlare senza peli sulla lingua con Lila, non riuscirà mai ad emanciparsi da lei, non sarà mai in grado di vedersi pienamente autonoma. Lenù è sì un’intellettuale  dotata di una genialità creativa notevole ma rimane comunque, suo malgrado, una donna che non è riuscita a chiudere definitivamente le porte a un passato doloroso, dove non sono mancati episodi che l’hanno segnata profondamente come l’amore perverso per Nino Sarratore che, in realtà, da quanto traspare anche abbastanza evidentemente, resta sempre affascinato da Lila. Una Lila che è a sua volte geniale, seppur in modo meno canonico e non comprensibile in maniera immediata.

Lila e Lenù, sempre e solo loro, due donne rimaste intimamente due bambine perdute in una società aggressiva che non perdona: due destini paralleli, due concezioni di vita diverse però simili, due personalità che si sfiorano ma che non riescono forse mai del tutto a tendersi la mano e a perdonarsi. Due figure che catalizzano l’attenzione su di loro completamente, due persone che vivono in maniera intensa i cambiamenti di un’Italia che passa dalla disperazione per la miseria causata dalla Seconda guerra mondiale, al boom economico sino alla grande illusione degli anni Ottanta, fatti di divertimenti allo stato puro così come di episodi di grande drammaticità come il dilagare dell’eroina, la ferocia della mafia, Tangentopoli, la mala politica e molto altro. Lila e Lenù: un rapporto vissuto e consumato fino in fondo, senza filtri, un rapporto che colpisce, che appassiona, che spaventa e che fa riflettere. Un rapporto capace di dimostrare che l’affetto, talvolta, non basta. Un rapporto fatto di chiaroscuri in cui è necessario e doveroso indagare per non cadere nel tranello della superficialità. Un rapporto che ricorda quanto l’amicizia possa essere una questione estremamente delicata e, in  alcuni casi, portatrice di domande più che di risposte.

L'articolo L’amica geniale, chi è? proviene da La Redazione.

]]>
Gigi Riva, chi era, anzi chi è https://www.laredazione.net/gigi-riva-chi-era-anzi-chi-e/ Mon, 22 Jan 2024 23:01:12 +0000 https://www.laredazione.net/?p=9240 Il sipario sul suo percorso terreno è calato con quella eleganza e quel garbo che lo hanno sempre accompagnato, dentro i campi di calcio e fuori […]

L'articolo Gigi Riva, chi era, anzi chi è proviene da La Redazione.

]]>
Il sipario sul suo percorso terreno è calato con quella eleganza e quel garbo che lo hanno sempre accompagnato, dentro i campi di calcio e fuori da essi. Gigi Riva si è congedato poche ore fa da questa vita terrena con quella compostezza che non l’ha mai abbandonato e che lo ha reso un grande uomo prima ancora che un grande campione.

Sì, perché Riva è stato qualcosa di ben più importante di un fuoriclasse unico dello sport italiano e di una leggenda capace di entusiasmare persino i meno avvezzi al gioco del calcio: ha rappresentato davvero la bandiera di un popolo come quello sardo che affiora le proprie radici nella genuinità, nella dedizione verso il duro lavoro e in quel senso di accoglienza che non conosce distanze e barriere. Nella storia dello sport sono stati tanti i campioni, i fuoriclasse capaci di dare vita a vere e proprie imprese grazie alla propria abilità tecnica e a un talento unico. Ma sono state poche le personalità in grado di essere punti di riferimento insostituibili sul campo e al di fuori di esso. Riva rientra in questa categoria, grazie a quel suo modo di fare pacato, a quel suo sguardo e a quel suo sorriso velati di una malinconia dolce che chiunque ha avuto il privilegio di fare la sua conoscenza non poteva non notare.

I numeri

Se è vero che i numeri vogliono la loro parte, il centravanti classe 1944 nato in quel di Leggiuno ha pochissimi rivali: 156 goal totali, di cui 35 in 42 partite con la maglia della Nazionale, diventando così il miglior marcatore azzurro di sempre. Una media da fare girare la testa a tutti o quasi. Perché nonostante quanto realizzato, Riva non si è mai abbandonato alla gioia selvaggia, preservando la sua semplicità e quella umiltà che gli hanno permesso di affrontare con maturità e saggezza i momenti felici così come le sconfitte brucianti.

Lo scudetto del suo Cagliari

Velocità notevole, scatto possente, prestanza nel gioco aereo, un sinistro imperioso: queste sono solo alcune delle sue caratteristiche tecniche unite a un estro fuori dal comune che ha condotto il suo “Cagliari”, la squadra in cui ha militato a partire dalla stagione 1963-1964 dopo essere stato in precedenza nel Legnano, a vincere quell’unico – sino a oggi – scudetto nella sua storia nel 1969-1970 avendo la meglio sulle cosiddette big del calcio italiano che avrebbero firmato carte false per avere nelle proprie file un vero e proprio mito della storia del calcio nostrano. Ma l’amore va al di là del denaro e Riva non si è mai fatto ingannare dalle offerte da capogiro delle squadre rivali, rimanendo fedele ai colori di una squadra che per lui ha rappresentato qualcosa di rara profondità. Una profondità testimoniata dalla scelta di colui che è passato alla storia come ‘’Rombo di tuono’’, una volta terminata la propria carriera, di rimanere in una Cagliari che è stata una madre dolce e affettuosa in cui rifugiarsi.

Gesti indimenticabili

In tanti hanno parlato di lui, in tanti hanno cercato di descriverlo, ma Riva è sempre stato al di là delle etichette. Forse è per questo che ha lasciato un segno così profondo nella gente, forse è per questo che il 22 gennaio del 2024 non sarà ricordata solo come la data della sua morte, ma come il giorno in cui fermarsi un attimo e ritagliarsi un poco di quiete per riavvolgere il filo dei ricordi e sorridere nonostante il dolore. E se di ricordi si parla, sono molteplici quelli che legano le persone a Riva: c’è chi lo ha conosciuto proprio quando, ormai sessantuno anni fa, approdò nel capoluogo sardo contribuendo alla promozione del Cagliari dalla serie B alla serie A, c’è chi era poco più di un bambino e ha sognato di diventare come lui dopo averlo visto trionfare ai campionati europei del 1968 al termine della ripetizione della finale contro la Jugoslavia, dove Riva aprì le marcature. Così come chi rimase incantato, nel 1970, dalla coriacea semifinale dei campionati del Mondo contro la Germania Ovest del ‘’Kaiser’’ Franz Beckenbauer –  venuto a mancare il 7 gennaio di quest’anno – disputata davanti ad oltre centomila persone che assistettero alla vittoria degli azzurri in un gremito Stadio Azteca di Città del Messico, occasione anche quella dove Riva non mancò di lasciare la propria firma con una rete.

Momenti felici, gol destinati a tramutarsi in opere d’arte, come la funambolica rovesciata contro il Vicenza nel gennaio del 1970 oppure il gol di testa nella partita terminata in parità contro la Juventus, sempre nel campionato dello storico scudetto, a danno del bravo portiere bianconero Roberto Anzolin che nulla poté contro un Riva in grande spolvero. Già, momenti felici, ma anche istanti di grande sofferenza, come la rottura del perone con la maglia azzurra a causa di un intervento brutale – il 31 ottobre del 1970 – del difensore austriaco Norbert Hof e lo strappo muscolare nel febbraio del 1976 che ne decretò la fine della carriera, dopo un contrasto con il giocatore del Milan, Aldo Bet. Ma nonostante ciò, Riva non si è mai lasciato andare a commenti sopra le righe oppure a uscite fuori luogo, a sfoghi carichi di acrimonia. No, niente di ciò rientrava nel suo carattere. È sempre stato un uomo mite, da tantissimi giudicato particolarmente schivo ma, alla fine dei conti, semplicemente consapevole del valore e dell’importanza della riservatezza. Una riservatezza che ha rappresentato il suo marchio di fabbrica insieme alla gentilezza. Quella gentilezza che traspariva nel momento in cui, mentre passeggiava per le vie di Cagliari in cui ha scelto di mettere radici e di trascorrere la propria vita, rispondeva con un sorriso al saluto di chi lo incrociava nel proprio cammino oppure quando non negava una foto o un autografo a chi aveva la fortuna di incontrarlo casualmente. I giorni passeranno, così come gli anni ma gli attimi continueranno a essere ricordati come diceva il celebre scrittore Cesare Pavese. Attimi che hanno visto genitori e figli, nonni e nipoti, fratelli e sorelle, amici e appassionati di ogni età, riuniti nel glorioso Stadio Amsicora e allo Stadio Sant’Elia, oppure attorno a un tavolo nelle proprie case davanti al televisore, così come alla radio per seguire passo dopo passo la carriera di un grande uomo quale Gigi Riva è. Proprio così, è: perché ciò che ha realizzato non conosce fine, non può essere relegato al passato e non potrà mai cadere nel dimenticatoio. Così come la sua umiltà e il suo legame verso una terra struggente e fiera come la Sardegna, di cui sarà sempre uno dei simboli più autentici e significativi. Un simbolo che si nutre di amore, di stima e di rispetto ma, soprattutto, un uomo in grado di essere una leggenda senza mai dimenticarsi del valore della normalità, rimanendo se stesso. Sempre e comunque.

L'articolo Gigi Riva, chi era, anzi chi è proviene da La Redazione.

]]>
Ghemon a teatro https://www.laredazione.net/ghemon-a-teatro/ Thu, 07 Dec 2023 20:55:45 +0000 https://www.laredazione.net/?p=9110  Il suo nuovo spettacolo ‘’Una Cosetta Così’’ in tutti i teatri. Dall’hip hop alla stand-up Comedy. Lo abbiamo intervistato. In quanti hanno il coraggio di cambiare […]

L'articolo Ghemon a teatro proviene da La Redazione.

]]>
 Il suo nuovo spettacolo ‘’Una Cosetta Così’’ in tutti i teatri. Dall’hip hop alla stand-up Comedy. Lo abbiamo intervistato.


In quanti hanno il coraggio di cambiare realmente, in una società come questa dove chi pensa diversamente sembra fare paura invece di suscitare ammirazione? Probabilmente in pochi, perché il cambiamento spaventa e comporta una presa di posizione decisa e risoluta. E se di decisione e risolutezza si parla non si può certo dire che siano doti che mancano a Gianluca Picariello in arte Ghemon, artista avellinese di quarantuno anni. Artista, non semplicemente cantante e rapper di caratura: perché Ghemon, sin dai suoi esordi prima nei Sangamaro e poi da solista con l’EP ‘’Ufficio Immaginazione’’ con l’allora pseudonimo di Ghemon Scienz passando per progetti distanti da vacui cliché come ‘’Embrionale’’ con il nome di Gilmar, ha sempre avuto la perseveranza nel declinare il suo amore per l’arte in varie forme come testimonia il suo nuovo spettacolo ‘’Una Cosetta Così’’ che lo ha visto grande protagonista in tutti i teatri, e non solo, della penisola in un 2023 che profuma per lui di nuovo inizio. Uno spettacolo che affonda le proprie radici nella stand-up comedy, scritto con Carmine Del Grosso e arricchito dalle tastiere di Giuseppe Seccia e dal suono elegante della chitarra di Filippo Cattaneo Ponzoni, per poi diventare qualcosa di ancora più profondo e che approderà in Sardegna per tre date che si prospettano stimolanti e ricche di spunti di riflessione: ad aprire le danze nell’Isola ci penserà la serata del 14 dicembre al TEN di Nuoro alle 21 organizzata dall’associazione culturale l’Intermezzo, seguita il 15 dicembre alle 20.30dall’appuntamento al Teatro Comunale ‘’Akinu Congia’’ di Sanluri per la Stagione 2023-2024 de La Grande Prosa, Musica e Danza del CeDAC, mentre il 17 dicembre alle 21 sarà la volta del Teatro civico “Gavino Ballero’’ di Alghero per l’undicesima edizione del ‘’FestivAlguer/Festival Internazionale di Arti Performative’’ ideato e realizzato da exPop Teatro. Al termine di questi tre appuntamenti in terra sarda Ghemon sarà il 22 dicembre al Teatro Socjale di Piangipane e il 28 dicembre all’Auditorium Unità d’Italia in quel di Isernia. Definire ‘’Una Cosetta Così’’? Molto probabilmente sarebbe poco adatto perché Ghemon sfugge a qualsiasi catalogazione e ingabbiarlo in un determinato filone proprio non gli si addice. D’altronde, lui stesso lo ha rimarcato con fare sornione: non si tratta né di un concerto, né di un monologo teatrale e nemmeno di uno spettacolo comico. Forse, alla fine della giostra, è tutto questo e molto di più. Quel molto di più che Ghemon ricerca dal suo primo disco ufficiale uscito nel 2007 e intitolato ‘’La rivincita dei buoni’’. Quei buoni di cui continua a essere uno dei portavoce più autorevoli e che, nonostante le difficoltà – come scriveva il celebre scrittore Cormac McCarthy nel suo capolavoro ‘’La strada’’  – continuano a provarci e a non arrendersi mai.

Ghemon partiamo dal presente e dal suo nuovo spettacolo, ‘’Una Cosetta Così’’, che la sta portando in giro per l’Italia raccogliendo tanti consensi in un settore per Lei nuovo come quello della stand-up comedy. Il suo amore per questa forma di espressione è un colpo di fulmine o c’è voluto del tempo per accorgersi del legame che vi univa?

«Beh, direi assolutamente un colpo di fulmine e nemmeno così recente come si potrebbe pensare».

Quando ha iniziato ad appassionarsi a questa forma d’arte?

«Circa dieci anni fa, come spettatore. Andavo alle serate degli stand-up comedian e sono rimasto subito colpito da ciò che realizzavano sul palco. Direi proprio che la stand-up mi ha stregato, ho pensato quasi da subito che potesse essere parte di me e così, in effetti, è come hanno potuto vedere le persone che hanno preso parte al mio spettacolo».

Uno spettacolo dove per un’ora è mezza le persone non mettono mano al telefono e non inondano il web di anticipazioni, foto e video di vario genere. Insomma, quasi un’utopia al giorno d’oggi.

«In effetti sì, ma mi piace pensare che le persone coltivino ancora alcune utopie e alcuni ideali, lasciandosi sorprendere e vivendo il momento».

In ”Una Cosetta Così” si parla di tanti aspetti della sua vita.

«Già, aspetti importanti che si compenetrano. Ci sono riferimenti al mio percorso artistico, alla mia quotidianità, alle mie tante passioni. Insomma, le mie varie inclinazioni affiorano in un’ora e mezza tutta da gustare».

Lei viene dalla scena hip hop italiana e ancora oggi, seppur abbia avuto un percorso molto trasversale, rappresenta uno dei pilastri della scena rap nostrana. Trova dei punti in comune tra rap e stand-up?

«Assolutamente sì, sono due forme di espressione incentrate sulla parola che svolge un ruolo determinante e in entrambi i casi si sta sul palco. Va anche detto che, spesso, sia chi si avvicina al rap sia chi si approccia alla stand up crede sia possibile essere protagonisti senza la minima difficoltà, come fosse un qualcosa di immediato quando invece non è così. C’è un lavoro dietro molto scrupoloso».

Come è stato per Lei approcciarsi alla stand-up?

«Chiaramente stimolante ma al contempo anche complesso. Ci ho messo tanto tempo per elaborare un mio stile e per creare qualcosa che fosse il più possibile peculiare. Ho studiato tanto e ancora adesso lo faccio».

Quanto è stato importante cambiare direzione nel suo percorso artistico?

«Si è rivelato assolutamente fondamentale. Dopo la mia partecipazione a Sanremo nel 2021, ero in cerca di nuovi stimoli, volevo voltare pagina e ricominciare: ecco ‘’Una Cosetta Così” è frutto di questo processo di cambiamento. Ho preso coraggio e mi sono buttato anima e corpo in questa nuova avventura, cominciando davvero da zero e facendo tutta la trafila tipica di ogni gavetta, in questo caso insieme ai comici emergenti. In definitiva? Sono ripartito da capo e non potrei essere più felice di averlo fatto».

Adesso l’attendono tre date in Sardegna, un luogo in cui lei ha avuto l’occasione di suonare in più di una occasione.

«Ebbene sì, non ci torno dal 2018: l’ultima volta fu in occasione del Festival ‘’Ateneika’’ in cui presentai a Cagliari il mio disco ‘’Mezzanotte’’. Sono stato anche a Gavoi, in passato  più di una volta sono stato a Sassari e ricordo quelle date con molto piacere perché mi riportano ai miei esordi, all’epoca avevo all’attivo solo un disco e trovare qualcuno che mi desse fiducia non era assolutamente scontato. La Sardegna è una terra che amo molto e posso dire di avere avuto il privilegio di aver conosciuto tanti suoi lati  ricchi di fascino, diversi tra di loro ma al contempo complementari».

Facciamo un passo indietro. Nel 2013 ha preso parte al remix del brano di Neffa ‘’Dove sei’’ contenuto nel disco ‘’Molto calmo’’. Che ruolo ha avuto Neffa nel suo percorso artistico?

«Beh direi parecchio importante, Neffa è stato per me un gran bell’esempio e avere l’opportunità di collaborare con lui fu una grande emozione. Quando ci siamo conosciuti di persona, ho subito capito che eravamo legati da propensioni e gusti molto simili. Lui mi è sempre piaciuto, da adolescente così come da adulto, è sempre stato un artista speciale con cui confrontarsi è un piacere e un’occasione di crescita. Ricordo, ad esempio, quando gli dissi che volevo concentrarmi sempre di più sul cantato: ecco, lui che anni prima proprio come me era passato dal rap alla dimensione cantata seppur in modo più radicale, mi mise in guardia, avvisandomi che non sarebbe stato un cammino semplice e che avrei dovuto lavorare tanto per non incappare in critiche accanite. A distanza di anni, mi ha scritto per complimentarsi, apprezzando la mia decisione e il percorso di maturazione intrapreso. Un attestato di stima da un artista come Neffa non può che lusingarmi: ancora oggi ci sentiamo e abbiamo un bel rapporto umano».

Una figura che lega Lei a Neffa è Al Castellana una delle voci soul italiane di maggior prestigio.

«Proprio così, Al Castellana è un caro amico che sento spesso, è stato maestro di canto sia mio che di Neffa per l’appunto. Anni fa, tra l’altro, mi sono trasferito per qualche mese a Trieste proprio per studiare canto con Al Castellana e ha rappresentato per me un bel bagaglio d’esperienza di cui fare tesoro».

Lei ha partecipato due volte a Sanremo: nel 2019 con ‘’Rose viola’’ e nel 2021 con ‘’Momento perfetto’’. Che esperienze sono state?

«Importanti, decisamente, e totalmente diverse. Nel 2019 fu una grande festa, un’esplosione di emozioni e di sensazioni positive che mi diedero una grande carica positiva. Nel 2021, invece, fu un momento brutto a causa della pandemia che rendeva tutto una grande incognita».

Le piacerebbe tornare sul palco dell’Ariston?

«Non escludo il ritorno ma non voglio che la mia vita ruoti attorno alla speranza di essere selezionato per Sanremo in modo da godere di un’esposizione mediatica notevole. Il mio percorso artistico e umano va al di là di tutto questo».

Tra le sue tante passioni spicca anche la corsa, tra l’altro è reduce dalla maratona di Valencia tra le più qualificate al mondo. L’atto del correre influenza la sua scrittura?

«Correre influenza tantissimo il mio modo di scrivere. Giusto per fare un esempio, varie battute del mio spettacolo ‘’Una Cosetta Così” sono nate proprio mentre correvo, l’atletica leggera è una disciplina molto suggestiva che mi ha influenzato non solo dal punto di vista artistico ma anche nel mio approccio alla vita quotidiana. Mi ha consentito di essere molto più metodico e tenace, aspetti fondamentali che permettono di fare la differenza». 

Nel 2024 si celebreranno i dieci anni dall’uscita di ‘’Orchidee’’ uno dei suoi album più apprezzati e che ha sancito il suo passaggio alla musica suonata. Ha in programma qualche iniziativa in merito?

«Per prima cosa ci tengo a sottolineare che ‘’Orchidee’’ è stato per me un disco fondamentale che mi ha proiettato verso nuovi lidi, un po’ come adesso sta facendo il mio spettacolo ‘’Una Cosetta Così”. Proprio come allora mi sento contento di questi cambiamenti netti che sto vivendo, è come se stessi salendo nuovamente su un treno in corsa che mi porterà a una nuova consapevolezza di me stesso. Un treno all’insegna della libertà di essere più cose, senza cedere alle insidie delle definizioni fini a se stesse. Tornando a ”Orchidee”, sono legatissimo a quell’album che alcune grandi etichette discografiche scartarono perché non ne colsero il potenziale, fu una vera e propria scommessa che posso dire con fierezza di aver vinto. Sicuramente faremo qualcosa per tributarlo, tante persone che all’epoca non hanno avuto l’occasione di assistere al tour è giusto che abbiano questa possibilità».

Nel suo percorso artistico ha collaborato con tanti artisti, tra cui risalta Mecna con cui avete sempre avuto un’alchimia spiccata. Tempo fa si prospettava l’idea di un vostro album in coppia: è ancora in programma l’idea di concretizzare questo proposito?

«Con Corrado non ne abbiamo più parlato ma continuiamo a vederci e a volerci bene, siamo amici da tanti anni. Comunque perché no? Potrebbe succedere quando nessuno se lo aspetta. Ormai i joint album sono sdoganati, a noi piace andare in controtendenza quindi vedremo strada facendo cosa accadrà».

Il 2024 sarà l’anno del suo ottavo album?

«Sicuramente uscirà il disco riguardante il mio spettacolo ‘’Una Cosetta Così’’ dove non mancheranno canzoni inedite. Riguardo tutto il resto, vivrò giorno per giorno e vedremo il da farsi, in maniera molto naturale e senza alcuna forzatura».

Nel suo primo album ufficiale del 2007 ‘’La rivincita dei buoni’’ spicca il brano ‘’La politica del tempo’’: Lei come vive il tempo che passa?

«Non ho alcun problema con il tempo che passa, è inevitabile e bello che sia così. Compiere quarant’anni dona una nuova prospettiva e, personalmente, mi ha spinto ancora di più a migliorarmi e ad approcciare nuove cose. Credo che nella vita non adagiarsi e ricominciare sia fondamentale per realizzare davvero ciò che si sogna».

In questi vent’anni di carriera in cosa è cambiato maggiormente e in cosa vorrebbe cambiare ulteriormente?

«Ho sempre assecondato i miei cambiamenti, facendomi guidare dall’istinto. Sono cambiato tanto, ad esempio aprendomi a più cose e a nuove esperienze, ma rimanendo comunque fedele ai miei valori. Quello che spero per il futuro è di potermi muovere in più direzioni possibili, trovando e sperimentando nuovi mezzi per potermi esprimere. Oggi come in passato, così come in futuro, ciò che mi interessa è mettermi in gioco in qualsiasi ambito e contesto, facendo emergere la mia personalità e lasciando la mia impronta».

L'articolo Ghemon a teatro proviene da La Redazione.

]]>
Rocco Chinnici, chi era l’ideatore del pool antimafia https://www.laredazione.net/rocco-chinnici-chi-era-lideatore-del-pool-antimafia/ Wed, 20 Sep 2023 15:44:01 +0000 https://www.laredazione.net/?p=8947 A quarant’anni dalla sua uccisione abbiamo intervistato Giovanni Chinnici, il figlio del giudice maestro di Falcone e Borsellino. La ricerca della verità, la cultura del lavoro […]

L'articolo Rocco Chinnici, chi era l’ideatore del pool antimafia proviene da La Redazione.

]]>
A quarant’anni dalla sua uccisione abbiamo intervistato Giovanni Chinnici, il figlio del giudice maestro di Falcone e Borsellino.

La ricerca della verità, la cultura del lavoro e della legalità, la dedizione verso la propria professione e la consapevolezza che il proprio sacrificio non sarebbe stato vano. Sono stati questi i fari che hanno guidato Rocco Chinnici nel suo operato volto a sradicare il male della mafia da un Paese quale l’Italia che, ancora oggi, sembra non comprenderne appieno la gravità e i pericoli scaturiti dalla sua sottovalutazione. Il giudice Chinnici, il cui impulso alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo diede una svolta decisiva nella lotta alla mafia preparando il terreno a quello che sarebbe passato alla storia come il ‘’Maxiprocesso di Palermo’’ iniziato il 10 febbraio del 1986, invece, ne era ben conscio e sin da quando venne nominato magistrato il 31 marzo 1953 davanti alla corte del tribunale di Trapani ha adoperato ogni singolo mezzo in suo possesso per sconfiggere la criminalità organizzata, pagando con la sua stessa vita il 29 luglio 1983 il proprio lavoro coraggioso e tenace.

“Trecento giorni di sole: la vita di mio padre Rocco, un giudice scomodo’’

Coraggio e tenacia: due termini dal significato profondo che traspaiono appieno dal libro ‘’Trecento giorni di sole: la vita di mio padre Rocco, un giudice scomodo’’, opera scritta da Giovanni Chinnici uno dei tre figli dell’ideatore del Pool Antimafia, il più piccolo di casa – prima di lui nacquero Caterina ed Elvira – pubblicato lo scorso 11 aprile da Mondadori, a distanza di quarant’anni esatti dall’attentato di via Pipitone a Palermo che strappò alla propria famiglia, alle otto del mattino di una mattina estiva apparentemente come le altre, un uomo dai valori solidi e dalla spiccata determinazione, oltre che un magistrato di indubbio spessore. Una morte cruenta e barbara, decisa dai cugini Ignazio e Nino Salvo e il cui esecutore materiale fu Antonio Madonia che azionò il telecomando che determinò l’esplosione proprio davanti a dove Chinnici viveva con i propri cari. Una esplosione quasi irreale ma che, tristemente, era quanto di più vero potesse esserci e che causò la morte anche di Mario Trapassi, Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi. Giovanni Chinnici ha 59 anni, uno in più di quanti ne avesse il padre quando venne ucciso, e rievoca con naturalezza e massima precisione un momento di estremo dolore che ha cambiato radicalmente la sua esistenza, così come i tanti istanti lieti e le piccolezze della vita quotidiana trascorsi con suo padre, in quei settemila centoquarantasette giorni che hanno vissuto insieme prima della sua morte. Pochi, troppo pochi, come dice lui stesso nella premessa del suo libro, ma quanto di più prezioso ci sia per andare avanti nel proprio cammino con la consapevolezza che quanto realizzato dal proprio padre rappresenta una lezione di immenso valore per tutti coloro che sanno cogliere l’importanza dell’onestà e, in particolare, per i più giovani. I giovani che Rocco Chinnici amava tanto e che rappresentano la risorsa più preziosa contro Cosa Nostra e chiunque cerchi di sopraffare il prossimo con la violenza e l’intimidazione.

Giovanni Chinnici quando ha preso la decisione di scrivere il libro?

«La scelta di scrivere il libro è frutto di un ragionamento molto attento. Ero già da qualche anno in contatto con la Mondadori, mi era stata fatta la proposta di scrivere un libro che raccontasse la storia di mio padre. Prima di accettare, chiaramente, volevo essere certo di ciò che stavo facendo e volevo prendermi tutto il tempo necessario per adempiere a questo impegno al meglio. Sicuramente, la ricorrenza dei quarant’anni dalla morte di mio padre mi ha dato la spinta per mettermi all’opera».

Ci sono stati momenti complessi nella fase di realizzazione del libro?

«Forse solo nel momento iniziale ma poi scrivendo di giorno in giorno mi sono accorto di non avere alcuna difficoltà, anzi: i ricordi mi hanno guidato, è stato tutto molto spontaneo. Certo, non sono mancati gli istanti in cui mi sono posto alcune domande mentre andavo avanti nel raccontare quelle vicende ma è un aspetto inevitabile con cui fare i conti».

A quali istanti fa riferimento?

«Proprio alla fine del processo di elaborazione, ormai a stesura praticamente ultimata, ho avuto qualche titubanza sulla descrizione della morte di mio padre. Temevo di essere troppo crudo nel descrivere un momento così tanto drammatico dove la ferocia della mafia è emersa in tutta la sua forza».

Alla fine del gennaio 2018 è uscito su Rai1 il film su suo padre, con protagonista Sergio Castellitto, intitolato ‘’È così lieve il tuo bacio sulla fronte’’ con la regia di Michele Soavi. Come è stato guardare la pellicola e che giudizio ha in merito?

«Il mio è un giudizio indubbiamente positivo, abbiamo visto la sceneggiatura in anteprima e si è rivelata fedele a ciò che era mio padre e a ciò che era la nostra vita familiare. Certo, c’è qualche piccola imprecisione ma viene giustificata da esigenze narrative tipiche di ogni lavoro televisivo o cinematografico».

Ad esempio?

«C’è una scena in cui mio padre viene raffigurato mentre piange dopo la morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Papà non pianse mai nella sua vita, era un uomo molto tenace e dalla grande fierezza, chiaramente era figlio dei suoi tempi e di un periodo storico molto diverso da quello che ho vissuto io o che vivono adesso i più giovani».

A proposito dei giovani: suo padre fu il maestro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, qual era il loro rapporto?

«Un rapporto di totale fiducia e di grandissima stima reciproca, oltre che di grande affetto. Il primo ricordo che ho di Giovanni Falcone risale al 1980, ero un adolescente e ricordo Giovanni arrivare a casa nostra per un pranzo domenicale. Chiaramente erano due rapporti diversi, per un insieme di motivi: il rapporto che papà aveva con Giovanni era più individuale nel senso che coinvolgeva principalmente loro due, mentre con Paolo il legame si era esteso anche alle rispettive famiglie, avendo lo stesso Paolo tre figli. Era una amicizia nel vero senso della parola familiare, ho tanti bei ricordi della famiglia Borsellino e mi sarebbe piaciuto inserire nel mio libro qualche aneddoto di quei giorni».

Che giudizio aveva suo padre della politica?

«Papà era un uomo e un professionista assolutamente indipendente, questo è stato il suo caposaldo. Era totalmente dedito al suo lavoro e alla sua famiglia, non tollerava interferenze della politica e ha sempre sostenuto fermamente nella sua vita la necessità di una totale indipendenza dalle sfere della politica. Mio padre era un democratico, per lui la democrazia era un valore concreto e fondamentale, le sue idee non si rispecchiavano in un partito politico specifico. Sicuramente, però, ebbe una vicinanza e una visione d’insieme comune con l’Onorevole Pio La Torre del PCI con cui collaborarono attivamente nel momento in cui Pio La Torre stava scrivendo il disegno di legge che poi prese il suo nome e per il quale mio padre fornì materiale e un supporto di grande rilevanza».

Lei Giovanni, proprio come sua sorella Caterina, è laureato in Giurisprudenza e svolge la professione di avvocato. Quale fu la reazione di suo padre quando scelse questo percorso universitario?

«La mia fu una scelta poco decisa, seppur la passione comunque non mancasse. Era normale chiaramente, avevo diciotto anni e a quell’età si procede per tentativi, è giusto che sia così, un giovane ha bisogno di tempo per poter trovare la propria direzione, è un processo che richiede tempo. Detto ciò, mio padre fu molto contento della mia decisione, per lui era fondamentale che noi figli, ma in generale ciascuna persona, svolgesse il proprio compito al meglio e con la massima correttezza».

Quali erano le passioni di suo padre?

«Mio padre aveva due grandi passioni ovvero il suo lavoro e la sua famiglia. Sono stati i punti cardini della sua vita, a cui non è mai venuto meno nonostante negli anni la situazione si facesse sempre più delicata e le rinunce fossero tante, dettate dai pericoli a cui era esposto con il proprio lavoro. Nonostante ciò, mio padre non ha mai fatto pesare su di noi le difficoltà dettate dal proprio operato, anzi: sapeva essere sempre rassicurante e pronto a dare sostegno a noi figli e a nostra madre Agata Passalacqua».

Cosa amava suo padre oltre al lavoro e alla famiglia?

«Amava profondamente la letteratura e la musica classica e, in particolare, la campagna. Mio padre veniva dalla campagna, ricordo i fine settimana nella casa di via La Masa a Misilmeri di cui mio padre era originario ma anche le estati nella casa di campagna di San Ciro, in cui ci trasferivamo sempre il primo giorno di agosto, oppure le giornate insieme al fratello di papà ovvero lo zio Giusto, la cui abitazione si trovava nella contrada Caccamisi nel mezzo del Piano Stoppa, un piccolo altopiano sopra Misilmeri circondato da montagnette. Per papà andare in campagna non era semplicemente ritagliarsi un momento di svago e di riposo, ma rappresentava qualcosa di molto più significativo: era proprio come tornare alle origini. Adorava la campagna, aveva con la terra un rapporto viscerale».

Qual è l’insegnamento più importante che le ha trasmesso suo padre?

«Il valore dell’indipendenza, sotto tutti i punti di vista. La sua linea guida è diventata anche la mia. Oltre ciò, direi indubbiamente anche il valore della libertà e l’amore per essa, oltre alla passione incrollabile per il proprio lavoro e il coraggio di prendere delle decisioni e fare delle scelte importanti, senza pensare ai patemi d’animo che da esse potrebbero inevitabilmente nascere».

Come definirebbe suo padre?

«Papà era un uomo rigoroso, nell’accezione migliore del termine. Ha sempre preteso il massimo da sé, svolgendo il proprio ruolo con indefesso impegno e scrupolosità. Un impegno che non verrà mai dimenticato e che rappresenta una delle pagine più significative della lotta alla mafia».

L'articolo Rocco Chinnici, chi era l’ideatore del pool antimafia proviene da La Redazione.

]]>
La mafia e il suo “braccio” https://www.laredazione.net/la-mafia-e-il-suo-braccio/ https://www.laredazione.net/la-mafia-e-il-suo-braccio/#respond Mon, 14 Aug 2023 17:41:03 +0000 https://www.laredazione.net/?p=8815 Che cos’è l’antimafia, la differenza tra mafia e criminalità organizzata: ecco la nostra intervista al professor Giuseppe Carlo Marino, storico palermitano di 82 anni e massimo […]

L'articolo La mafia e il suo “braccio” proviene da La Redazione.

]]>

Che cos’è l’antimafia, la differenza tra mafia e criminalità organizzata: ecco la nostra intervista al professor Giuseppe Carlo Marino, storico palermitano di 82 anni e massimo conoscitore del tema mafia.

«Ora più che mai è importante fare una azione capillare di diffusione dell’antimafia, andando oltre le manifestazioni commemorative che – pur essendo fondamentali – spesso si riducono a mera retorica. Bisogna stimolare il dibattito, senza abbassare la guardia: la mafia non è moribonda e, purtroppo, non è assolutamente finita». Il professor Giuseppe Carlo Marino, storico palermitano di 82 anni, è uno dei massimi conoscitori della tematica mafiosa, argomento che affronta sin dalla sua prima opera uscita nel 1964 e intitolata “L’opposizione mafiosa (1870-1882): baroni e mafia contro lo stato liberale”. E da conoscitore di lungo corso dell’argomento quale è da oltre mezzo secolo, sa bene che l’importanza di un sistema di antimafia efficiente è quanto di più prezioso ci sia nella battaglia contro Cosa Nostra: una battaglia che unisce magistrati, cronisti, associazionismo e semplici cittadini. Tutti, legati da un obiettivo: estinguere il cancro mafioso dalla Penisola, diffondendo la cultura della legalità. Una cultura della legalità di cui il professor Marino, a lungo docente all’Università di Palermo, indica come un vero e proprio faro da non perdere mai di vista, arma preziosa per opporsi alla barbarie mafiosa.

Professor Marino, si parla di mafia dal 1863, quando il termine comparve per la prima volta nell’opera teatrale di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca “I mafiusi della Vicaria’’: quando, invece, si comincia a parlare di antimafia?

«Partiamo dal presupposto che l’antimafia, intesa come opposizione a Cosa Nostra, è una risposta naturale al fenomeno criminale di cui stiamo parlando. Detto ciò, già nel 1873 emergono segni di antimafia come critica al sistema giudiziario corrotto e agli esponenti viziati dalla corruzione del potere politico siciliano. Da subito appare chiaro che politica e mafia sono conniventi, anche se erano in pochissimi a farlo presente. Entrando ancor più nel dettaglio, a farsi portavoce delle prime istanze antimafia furono i Fasci dei Lavoratori Siciliani ma era una antimafia di accezione popolare e non istituzionale».

In Italia possiamo parlare di una vera e propria cultura dell’antimafia?

«Sì, fortunatamente nel corso del tempo tante persone provenienti da contesti diversi si sono schierate e organizzate contro Cosa Nostra. Questo, però, non deve essere considerato un punto d’arrivo: ci sono alcuni individui che ancora oggi, purtroppo, sembra si siano dimenticati che non bisogna mai – e sottolineo mai – smettere di combattere la mafia».

Spesso i termini mafia e criminalità organizzata vengono usati come sinonimi: è d’accordo?

«Personalmente, credo sia necessario essere più precisi e fare qualche distinzione in merito. La criminalità organizzata è il braccio armato della mafia, non si tratta di sinonimi. La mafia nasce come sistema di auto protezione dei ceti privilegiati siciliani, di conseguenza direi che sarebbe meglio definire la mafia come un fenomeno di potere, prima ancora che criminale. I mafiosi, soprattutto quelli delle prime fasi, si definivano “onorabili” e ci tenevano a ribadirlo e a non passare come criminali. Chiaramente il loro è un concetto dell’onore perverso e privo di veridicità».

Quando, allora, i mafiosi comprendono che la forza bruta può essere la loro cifra caratteristica?

«Nel momento in cui capiscono che usare la forza per i propri fini è anche un modo per rappresentarsi e per legittimare la propria presenza all’interno dello Stato. I mafiosi si sono sempre considerati uno Stato a sé, in grado di integrarsi con lo Stato ufficiale, ecco perché la mafia e la politica da sempre sono un binomio plateale. Sfatiamo, inoltre, una convinzione data per certa ma in realtà fuorviante: il mafioso non è il delinquente con poca cultura come si tende a dipingerlo da sempre, anzi: quella è l’immagine che hanno voluto dare in un primo momento, ma la mafia ha sempre avuto menti brillanti al proprio servizio in grado di agire nell’ombra».

Entriamo nel dettaglio: che ruolo ebbe l’Alto Commissariato per la lotta alla mafia, attivo tra il 1982 e il 1992?

«Sicuramente importante, perché ha colto di fatto che la mafia non era solo un qualcosa di siciliano e quindi di regionale ma una problematica molto più estesa. Indubbiamente, l’Alto Commissariato fu un netto passo in avanti nella crescita dell’antimafia».

A proposito di antimafia, uno dei suoi massimi esponenti fu Rocco Chinnici di cui nel 2023 ricorrono i quarant’anni dalla morte.

«Quella di Chinnici è stata una figura fondamentale, di cui bisognerebbe sottolineare i meriti molto più spesso. Oltre alla creazione del celebre ‘’pool antimafia’’, la sua più  grande intuizione è stata quella di capire prima degli altri che per combattere la mafia occorreva un coordinamento dei magistrati che si occupavano della tematica in modo tale che non entrassero in conflitto. Chinnici ha dato coerenza e unità all’azione dei magistrati».

Cosa ha decretato la fine del pool antimafia ideato da Chinnici?

«Bisogna fare presente che la designazione di Antonino Meli, nel gennaio del 1988, come consigliere istruttore della Procura di Palermo da parte del Consiglio superiore della Magistratura, al posto di Giovanni Falcone è solo il triste atto finale di una serie di boicottaggi interni fin troppo palesi. La parola fine al pool antimafia è stata messa dalla mancanza di una visione d’insieme comune da parte di quei magistrati che, invece di supportare l’operato del pool, fecero di tutto per mettere loro i bastoni tra le ruote, molto spesso stando in silenzio senza schierarsi dalla loro parte».

La morte di Chinnici per mano mafiosa si colloca nella serie di stragi eclatanti compiute da Cosa Nostra. La mafia non ha più bisogno di azioni simili?

«La speranza è che non commetta più azioni di quella tipologia ma chiaramente l’attenzione deve essere massima, perché Cosa Nostra è in continua trasformazione e dell’agire nell’ombra fa il suo marchio di fabbrica».

Cosa spinse la mafia a compiere azioni così eclatanti?

«La consapevolezza del fatto che nello Stato italiano si stava sviluppando un sistema di antimafia efficiente ed estremamente coeso, a cui dava un grande impulso l’azione dei giudici così come quella di giornalisti quali Mauro De Mauro, Pippo Fava, Mario Francese e tanti altri. A quel punto, sentendosi minacciata, Cosa Nostra ha deciso di colpire in maniera estremamente feroce, per fare capire di essere pronta a tutto pur di sopravvivere».

Proprio riguardo la tematica dell’antimafia, il 10 gennaio del 1987 nacque una grossa polemica dettata dall’articolo di Leonardo Sciascia intitolato ‘’I professionisti dell’antimafia’’ sul Corriere della Sera in cui lo scrittore si disse in disaccordo con la nomina di Paolo Borsellino come Procuratore di Marsala.

«Già, ci fu una lunga discussione in merito e tanti pareri sono stati espressi, alcuni anche a sproposito. Personalmente, ero amico di Sciascia ma fui uno di quelli che contestò il suo punto di vista. Bisogna però fare presente che la sua polemica è stata strumentalizzata per mettere in cattiva luce quanto stavano realizzando con le loro indagini Falcone e Borsellino insieme a tutti i loro collaboratori: l’oggetto della critica di Sciascia non era Paolo Borsellino in quanto tale ma il fatto che venisse a mancare, nella sua nomina, un requisito come quello dell’anzianità di servizio che Sciascia riteneva fondamentale. Inoltre, Sciascia temeva  che introducendo procedure di indagine e processuali speciali, in nome della lotta alla mafia si potessero commettere ingiustizie ed errori di valutazione. Ciò che bisogna capire è che quella di Sciascia non era una critica personale a Borsellino, anzi, ma più una concezione dal punto di vista tecnico differente su cui poi si è detto e scritto tanto, in molti casi in maniera errata».

Spesso si è parlato dei rapporti tra mafia e massoneria. Qual è il suo punto di vista in merito?

«Chiaramente, esistono collegamenti organici tra mafia e massoneria, ci sono stati e sono documentati, risultando evidenti. La mafia ha avuto l’interesse di usare la massoneria per intessere rapporti con coloro che gestiscono grossi giri di denaro, così da guadagnare sempre di più dai propri business».

A proposito di business della mafia: come si è evoluta da questo punto di vista?

«Si è evoluta notevolmente: è partita dai latifondi per poi spostarsi ai traffici di droga sino ad arrivare al controllo delle multinazionali. Ribadisco ciò che ho detto in precedenza, la mafia ha occhi ovunque ed è in continua evoluzione, proprio quando sembra la sua spinta si sia esaurita. Invece è proprio quello il momento in cui si sta muovendo, architettando qualcosa di molto grosso».

Nella storia dell’antimafia, cosa rappresenta la cattura di Matteo Messina Denaro a Palermo il 16 gennaio scorso da parte dei Carabinieri del ROS con la collaborazione del Gis?

«C’è stato molto entusiasmo in merito da parte di alcuni ma penso sia meglio guardare in faccia la realtà con estrema franchezza: la sua è una cattura tardiva, si parla di un uomo che per trent’anni è stato latitante e che si è fatto praticamente ritrovare. Come è possibile che in tutto questo tempo non si sia riusciti a venirne a capo? Credo sia un paradosso e temo rimarrà uno dei tanti misteri nostrani irrisolti, anche perché Matteo Messina Denaro non parlerà mai e con la sua morte rimarranno senza risposta tanti interrogativi di cui da troppi anni si aspettano chiarimenti. D’altronde si sa: spalancare la porta dei misteri italiani è molto insidioso e non sono tanti coloro che hanno il coraggio di compiere questo passo detto francamente».

Come vede la nomina di Chiara Colosimo alla presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia? La nomina della fedelissima di Giorgia Meloni è stata accompagnata da una lunga serie di polemiche, nate da una vecchia foto che la ritraeva con Luigi Ciavardini, ex componente dei Nuclei Armati Rivoluzionari.

«Penso che la realtà dei fatti sia sotto gli occhi di tutti: non conosco personalmente Chiara Colosimo ma è evidente che non abbia particolari meriti o qualità per essere identificata come un’esperta della tematica mafiosa, non rappresenta alcun pericolo per Cosa Nostra. Si tratta di una semplice scelta di comodo come, tristemente, ce ne sono state tante nella storia del nostro Paese».

L'articolo La mafia e il suo “braccio” proviene da La Redazione.

]]>
https://www.laredazione.net/la-mafia-e-il-suo-braccio/feed/ 0
Nesli si racconta https://www.laredazione.net/nesli-si-racconta/ Thu, 22 Jun 2023 09:40:04 +0000 https://www.laredazione.net/?p=8640 Lo abbiamo intervistato sul suo ultimo lavoro ’Nesliving Volume 4 – Il seme cattivo’ e sulla scrittura. “Ci sono ottime penne in circolazione. Penso, ad esempio, […]

L'articolo Nesli si racconta proviene da La Redazione.

]]>
Lo abbiamo intervistato sul suo ultimo lavoro ’Nesliving Volume 4 – Il seme cattivo’ e sulla scrittura. “Ci sono ottime penne in circolazione. Penso, ad esempio, a Venerus così come a Tedua che parla di vicende sempre molto reali e sincere. Apprezzo anche Shiva”.

«La scrittura ha sempre fatto parte di me, è sempre stata un’indole, un approccio al mondo. È un po’ come la solitudine, ovvero una compagna silenziosa che c’è sempre». Francesco Tarducci, 42 anni in arte Nesli, parla con tono pacato, pesando ciò che dice. D’altronde, per chi come lui sulle parole ha incentrato il proprio percorso non c’è da stupirsi più di tanto. Parole che hanno dato vita a brani iconici quali ‘’La fine’’ e a undici album densi di significato e storie personali, di cui l’ultimo è ‘’Nesliving Volume 4 – Il seme cattivo’’, uscito il 9 marzo e costituito da 22 tracce, il tassello finale di una carriera cominciata ben oltre vent’anni fa e segnata da tanti momenti significativi, alcuni felici e altri inevitabilmente complessi. Alle definizioni predilige una visione dell’arte e della musica decisamente più sfumata. «La musica ormai è diventata un codice unico: io non rappresento un filone, ma un modo di essere».

Nesli partiamo dal suo ultimo disco. Cosa lega questo quarto volume della saga ”Nesliving” agli altri tre usciti in precedenza?

«Sicuramente il sottoscritto».

Perché?

«Perché sono io il minimo comune denominatore di tutto».

Oltre questo?

«Chiaramente una grande volontà di realizzarlo e di mettermi ancora una volta in gioco. Per me la saga di ‘’Nesliving’’ significa rinascita: una rinascita incentrata sulla libertà artistica che lega intimamente i quattro volumi».

Cosa rende unico questo quarto volume rispetto agli altri?

«Questo, mi permetto di dire, credo sia il mio disco più bello. Sicuramente, già questo fattore lo rende unico rispetto a tutti gli altri».

Come mai sostiene sia il suo album migliore?

«Perché arriva al termine di un percorso artistico e di vita intenso, dove ho acquisito una esperienza notevole. Sono maturo sia come produttore che a livello di contenuti e questo si avverte nell’album».

Un album dove non c’è alcun filtro.

«Proprio così, mi sono espresso in totale libertà rispetto ad altri episodi della mia carriera. E, attualmente, esprimersi liberamente in un panorama musicale come quello nostrano non è di certo facile. La discografia di oggi non la giudico, ci mancherebbe, però non la capisco molto e trovo alquanto difficile rispecchiarmi in essa».

Di recente ha collaborato alla realizzazione del nuovo singolo di Emma Marrone ‘’Mezzo mondo’’. Come si trova a scrivere per gli altri?

«Di sicuro a mio agio, lo trovo molto più facile rispetto a quando si scrive per se stessi».

Cosa ama maggiormente dello scrivere per altri artisti?

«Il fatto che hai più orizzonti da esplorare a disposizione e questo ti consente di sentire molto meno la tensione. Scrivere per gli altri mi appaga tanto, non hai scadenze e, soprattutto, non hai alcun paletto che limita la tua creatività».

In questo momento della sua carriera come si definirebbe?

«Mi definirei nella stessa maniera in cui mi sarei definito agli inizi del mio percorso ovvero un artista. Io sono sempre stato molto più artista che imprenditore, non ho mai fatto musica per gli altri ma sempre per me stesso. Definirmi è compito arduo, sono sempre stato un battitore libero, tutto fuorché accondiscendente verso le mode e ciò che va per la maggiore».

Vent’anni fa pubblicò il suo primo disco solista ‘’Ego’’. Che ricordo ha di quel periodo?

«È stato un periodo importante e formativo, ero giovanissimo. Avevo le idee molto chiare, facevo 12 ore di musica al giorno: la mattina mi dedicavo alla realizzazione delle basi, mentre la sera scrivevo i testi. Tutto questo lo facevo ogni giorno, senza mai fermarmi. Ero lucidissimo, sapevo dove volevo arrivare e nulla poteva distogliermi dal mio obiettivo».

In ‘’Salvami’’, brano contenuto nel suo ultimo disco, canta: «la mia persona è a terra da troppo tempo». Adesso invece?

«Sicuramente realizzare questo disco è stato catartico, mi è servito per stare meglio. Sto provando a rialzarmi, non credo di esserci ancora riuscito ma sto facendo il possibile per tirare fuori da me ancora il meglio sia umanamente che artisticamente».

Quali sono gli artisti di cui apprezza il modo di scrivere?

«Ci sono ottime penne in circolazione. Penso, ad esempio, a Venerus così come a Tedua che parla di vicende sempre molto reali e sincere. Apprezzo anche Shiva, che tra i giovanissimi è uno dei nomi più amati: pur essendo molto diverso dal sottoscritto, ne riconosco il talento e la crescita».

Nel suo ultimo disco in ‘’Ancora tu’’ dice: «la solitudine è una voragine». Questo la spaventa?

«Mi spaventa e al contempo mi trovo a mio agio. La solitudine fa parte della vita di tutti noi, per quel che mi riguarda ci so convivere molto bene e al contempo mi accorgo che stare soli allontana dagli altri e dalle molteplici dinamiche di un’esistenza che si fa ogni giorno che passa sempre più frenetica».

Insieme a suo fratello Fabri Fibra, Shezan il Ragio, Word, Dj Lato, Chime Nadir e Dj Rudy B ha costituito anni fa lo storico collettivo ‘’Teste Mobili’’: cosa vi caratterizzava rispetto agli altri artisti del periodo?

«L’essere noi stessi al cento per cento senza emulare nessuno. Noi eravamo diversi e riconoscibili, sia dal punto di vista geografico – non venendo da una metropoli ma dalle Marche e dall’Emilia Romagna – sia per l’attitudine che sviluppavamo. Il nostro era un approccio completamente peculiare, grazie al quale riuscivamo a comunicare la semplicità e la purezza della vita in provincia e la magia delle piccole cose quotidiane che a nostro malgrado si tende a perdere».

In cosa è cambiato il suo modo di approcciarsi alla musica?

«Nella vita si cambia, è inevitabile ed è lecito sia così. Rispetto al passato, ascolto pochissima musica, preferisco il silenzio. Sì, proprio così: il silenzio nutre la mia mente molto più delle tante parole che vengono riversate, troppo spesso, senza calibrarle e coglierne il reale significato».

L'articolo Nesli si racconta proviene da La Redazione.

]]>
In memoria del maresciallo Mancuso e del giudice Terranova https://www.laredazione.net/in-memoria-del-maresciallo-mancuso-e-del-giudice-terranova/ Wed, 31 May 2023 15:18:17 +0000 https://www.laredazione.net/?p=8563 Il ricordo di Carmine Mancuso, figlio del Maresciallo di Polizia che fu ucciso insieme al giudice Terranova nel 1979 per mano di Cosa Nostra. “Una mattina […]

L'articolo In memoria del maresciallo Mancuso e del giudice Terranova proviene da La Redazione.

]]>
Il ricordo di Carmine Mancuso, figlio del Maresciallo di Polizia che fu ucciso insieme al giudice Terranova nel 1979 per mano di Cosa Nostra. “Una mattina di primavera del 1962, mentre stavo per andare a scuola, una signora vestita di nero in segno di lutto si avvicinò al portiere del palazzo per domandargli se lì vivesse Lenin Mancuso. Quella signora era Serafina Battaglia ovvero la prima donna testimone contro i delitti mafiosi’’. Da quell’anno Lenin Mancuso incontrò Terranova e non si separano più.

«Il potere politico sta dietro alla mafia, è il suo cervello. La politica si serve da sempre della mafia: questo è un aspetto centrale che non può essere ignorato». Carmine Mancuso, 75 anni palermitano figlio del Maresciallo della Polizia Lenin Mancuso ucciso insieme al Giudice Cesare Terranova il 25 settembre 1979 da Cosa Nostra, pronuncia queste parole con tono fermo e deciso. Le pronuncia con la consapevolezza di chi conosce nel dettaglio il sistema della criminalità organizzata e con la convinzione di chi sa che la lotta alla mafia è una battaglia che si affronta giornalmente con abnegazione, meticolosità e attenzione verso i dettagli. Quella stessa attenzione che non è mai mancata al padre Lenin assegnato alla scorta del giudice Terranova, con cui dettero vita a un sodalizio prima ancora che professionale umano. Un sodalizio dal valore profondo che la loro uccisione quella mattina di fine settembre di quarantaquattro anni fa, mentre si dirigevano con la Fiat 131 verso il tribunale di Palermo, per opera di un commando di cui facevano parte Leoluca Bagarella, Giuseppe Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino e Vincenzo Puccio non ha scalfito nonostante la ferocia dei mezzi adoperati da Cosa Nostra, nonostante la raffica di colpi esplosi con un Winchester e svariate armi da fuoco. Una amicizia sincera e un impegno indefesso il loro che, nell’incertezza dei giorni nostri, è quanto mai prezioso ricordare per comprendere che la fine della criminalità organizzata non è utopia ma può diventare concretezza. Una concretezza che si costruisce lavorando sulle coscienze, facendo appello a quel senso di giustizia e umanità che nemmeno la più atroce delle barbarie potrà fare venire meno.

Mancuso suo padre Lenin era calabrese, nato a Rota Greca nel 1922: quando arrivò a Palermo?

«Mio padre arrivò a Palermo in un momento di grandissima rilevanza ovvero nella primavera del 1943 qualche mese prima dello sbarco alleato in Sicilia tra il 9 e il 10 luglio durante il secondo conflitto bellico. Precedentemente, ricopriva il ruolo di Questore a Spalato. Quello era un periodo davvero importante, in cui la mafia era assopita per poi tornare prepotentemente a fare sentire la sua presenza: erano gli anni del banditismo e, in particolare, a destare preoccupazione era il bandito Salvatore Giuliano che proprio nel 1943 cominciò la sua latitanza. Detto ciò, mio padre cominciò a lavorare alla Squadra Mobile e circa vent’anni dopo conobbe il giudice Terranova».

A quando risale il suo incontro con il giudice Cesare Terranova?

«Siamo agli inizi degli anni Sessanta, esattamente nel 1962. Il giudice Terranova era a Palermo già da quattro anni: infatti, lavorava all’Ufficio Istruzione dal 1958. Detto ciò, si incontrarono nel 1962 grazie a un avvenimento significativo che portò Terranova a chiedere alla Questura di assegnare mio padre al suo ufficio».

A quale avvenimento fa riferimento?

«Una mattina di primavera del 1962, mentre stavo per andare a scuola, una signora vestita di nero in segno di lutto si avvicinò al portiere del palazzo per domandargli se lì vivesse Lenin Mancuso. Quella signora altro non era che Serafina Battaglia ovvero la prima donna testimone contro i delitti mafiosi. Serafina, soprannominata la ‘’vedova della lupara’’, perse a causa di Cosa Nostra prima il marito Stefano Leale e poi il figlio Salvatore detto anche ‘’Totuccio’’».

Una morte quella del figlio che si rivelò decisiva.

«Esattamente. Serafina era profondamente legata a Totuccio e quando venne ucciso uscì letteralmente fuori di testa. Se riuscì, con enorme fatica, a passare sopra la morte del consorte così non fece quando venne eliminato suo figlio. Fu l’evento che le permise di rompere definitivamente il muro dell’omertà; Serafina parlò con mio padre e gli disse esplicitamente di voler collaborare con la giustizia essendo a conoscenza approfonditamente di tutto ciò che riguardava Cosa Nostra. Di questo incontro tra mio padre e Serafina fu informato Terranova che poco dopo la interrogò. Da quel momento in poi, cominciò il sodalizio professionale e umano tra Terranova e mio padre: il loro fu un lavoro incredibile che portò ai primi grandi processi di mafia come ad esempio il ‘’processo dei 117’’ che si svolse a Catanzaro nel 1968, successivamente fu la volta del processo di Bari nel giugno dell’anno seguente. Furono due processi importantissimi ma che, purtroppo, si conclusero con un nulla di fatto dato che gli imputati vennero assolti. Questo è un vero peccato, perché quello era un momento in cui Cosa Nostra poteva essere sconfitta».

Cosa mancò affinché ciò avvenisse?

«Prima di tutto la volontà politica di andare fino in fondo. La politica ha sempre avuto legami e contatti con la mafia che andando avanti nel tempo si sono fatti più stretti. Inoltre, all’epoca, i giudici nei confronti della mafia potevano applicare solo l’articolo 416 del Codice Penale che prevede il reato di associazione a delinquere. Solo nel 1982, dopo la morte del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, ci fu l’approvazione della Legge Rognoni-La Torre che istituì l’articolo 416 bis con cui è stata definita l’associazione di stampo mafioso».

A proposito di legami tra mafia e politica, suo padre e il giudice Terranova furono fermi sostenitori di questa vicinanza tra potere politico e potere criminale, in un momento in cui si faceva fatica a riconoscere il fenomeno mafioso.

«Esattamente, basti pensare alla ‘’relazione di minoranza’’ del 1976 a cui contribuì fortemente Terranova che all’epoca faceva parte della Commissione parlamentare antimafia. In quella relazione si facevano presenti i legami tra mafia e politica, con riferimenti espliciti ai democristiani Giovanni GioiaVito Ciancimino Salvo Lima».

Suo padre e Terranova morirono nel 1979, considerato unanimamente l’annus horribilis nella lotta alla mafia, in cui perirono anche il cronista del Giornale di Sicilia Mario Francese, il segretario provinciale di Palermo della Democrazia Cristiana Michele Reina e, il 21 luglio ovvero due mesi prima dell’assassinio di Lenin Mancuso e del giudice Terranova, il capo della Squadra Mobile Boris Giuliano.

«Sì, indubbiamente il 1979 fu un anno in cui Cosa Nostra agì con una brutalità e con una frequenza incredibili ma è bene precisare che i mafiosi cominciarono molto prima a compiere atti di estrema violenza. In pochissimi fanno, ad esempio, riferimento alla Strage di Ciaculli del 1963 in cui persero la vita personalità di grandissimo intuito investigativo come il maresciallo Silvio Corrao e il tenente dei Carabinieri Mario Malausa: questo è un evento che non può assolutamente passare in secondo piano, dato che segnò uno spartiacque fondamentale e fu il culmine di quella che è passata alla storia come la Prima guerra di mafia. Molto spesso, mi accorgo che quando si affronta la tematica mafiosa manca una visione d’insieme globale e questo non è un bene».

Una visione d’insieme, ad esempio, che permetterebbe di comprendere meglio proprio gli omicidi compiuti nel 1979.

«Esattamente. Le uccisioni di Mario Francese, Boris Giuliano e di mio padre insieme a Terranova non vanno analizzate singolarmente ma devono essere prese in esame come se fossero un tutt’uno perché così è la realtà. Sono morti collegate tra di loro, Cosa Nostra sapeva di doverli eliminare perché i singoli operati di ciascuno di loro andavano ad amalgamarsi alla perfezione e questo rappresentava un serio rischio per la sopravvivenza di Cosa Nostra».

Cosa legava suo padre e Cesare Terranova?

«Una empatia immensa, l’amore per la legalità e, soprattutto, il desiderio e la volontà di dimostrare alla criminalità organizzata che lo Stato non aveva alcuna intenzione di piegarsi alla ferocia di cui si servivano i suoi rappresentanti».

Suo padre le ha mai dato l’impressione di essere preoccupato per quello che si stava verificando in quegli anni?

«Mio padre e il giudice Terranova sapevano che il loro destino era scritto. Ne avevano la piena consapevolezza e nonostante ciò hanno proseguito sino all’ultimo dei loro giorni con il massimo impegno nella lotta alla mafia».

Qual è l’insegnamento più prezioso che le ha trasmesso suo padre?

«Il senso del dovere. Mio padre non si è mai risparmiato, lavorando tutti i giorni con una passione e una tenacia uniche. Questa è la lezione più preziosa che mi ha trasmesso, oltre all’amore per la nostra famiglia. Il suo è ancora oggi un esempio fondamentale per il sottoscritto, un punto di riferimento di cui faccio tesoro ogni giorno».

L'articolo In memoria del maresciallo Mancuso e del giudice Terranova proviene da La Redazione.

]]>
Georgofili, scampato alla strage per un toast https://www.laredazione.net/georgofili-scampato-alla-strage-per-un-toast/ Mon, 29 May 2023 10:02:22 +0000 https://www.laredazione.net/?p=8537 Aldo Cursano è uno dei sopravvissuti alla strage di via dei Georgofili a Firenze, nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 – poco dopo l’una. Abbiamo raccolto la sua testimonianza a distanza di trent’anni.

L'articolo Georgofili, scampato alla strage per un toast proviene da La Redazione.

]]>
Aldo Cursano è uno dei sopravvissuti alla strage di via dei Georgofili a Firenze, nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 – poco dopo l’una. Abbiamo raccolto la sua testimonianza a distanza di trent’anni .

Un istante e tutto cambiò. All’improvviso, in maniera definitiva.  E a distanza di trent’anni rivivere quei momenti è doloroso e al contempo necessario per non scordarsi di ciò che accadde. Aldo Cursano è uno dei sopravvissuti alla strage di via dei Georgofili a Firenze che nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 – poco dopo l’una – fu coinvolta in una delle pagine più drammatiche della storia dell’Italia Repubblicana. Una pagina firmata da Cosa Nostra che fece deflagrare un Fiat Fiorino imbottito di 250 chilogrammi di una miscela contenente tritolo, T4, pentrite, nitroglicerina. Una combinazione letale che provocò il crollo della Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, causando ingenti danni a ben 173 dipinti e 56 sculture ubicati nelle vicinanze, 48 feriti, e la morte di cinque persone: la famiglia di Fabrizio Nencioni, 39 anni, e della moglie Angela Fiume, 36 anni,  – quest’ultima  custode dell’Accademia – insieme alle loro bambine Nadia di 9 anni e Caterina di poco meno di due mesi, oltre che dello studente universitario Dario Capolicchio 22 anni che perì a causa del propagarsi dell’incendio nelle abitazioni circostanti.

In tanti persero le proprie case, i propri mezzi di trasporto, diventando loro malgrado protagonisti di quello che definire incubo sarebbe riduttivo. Un incubo tramutatosi in realtà per volontà di alcuni dei vertici di Cosa Nostra quali Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Francesco Tagliavia, Cosimo Lo Nigro, che parcheggiò il Fiorino in via dei Georgofili, Giuseppe Barranca e Gaspare Spatuzza. Aldo Cursano, 59 anni salentino da 40 a Firenze vicepresidente della Fipe Confcommercio, quei frangenti li ricorda dettagliatamente e nel farlo emerge la consapevolezza di quanto ricordare sia fondamentale per portare avanti, nonostante la sofferenza, un messaggio di speranza. «All’epoca ero molto giovane, avevo appena iniziato a gestire il ‘’Caffè Le Rose’’ e mi apprestavo a tornare a casa mia che distava poco meno di un chilometro dalla Torre dei Pulci. Decisi, però, di non tornare immediatamente e di mangiare un toast. Quella scelta mi ha salvato la vita». Cursano parla con pacatezza, mai con enfasi seppur le circostanze comportino emozioni notevoli. Lo fa con l’esperienza e la maturità di chi ha vissuto uno dei momenti più complessi dell’Italia Repubblicana, scossa un anno prima dalle stragi mafiose di Capaci e di via D’Amelio in cui persero la vita Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e i ragazzi delle rispettive scorte. Un’Italia che mai avrebbe immaginato una nuova azione di tale meschinità da parte mafiosa.

«Il periodo nel quale si verificarono i fatti era estremamente delicato», racconta. «Era chiaro a tutti che la mafia volesse piegare lo Stato e si percepiva che volesse colpire con qualsiasi mezzo chi cercava di combatterla. Mai e poi mai, però, ci saremmo immaginati che Firenze finisse al centro di una delle sue azioni, fu per tutti noi cittadini un fulmine a ciel sereno». Un accaduto stravolgente di cui ancora oggi chiedersi il perché porta con sé sgomento, incertezze e incredulità. «Nemmeno gli esperti di criminologia credo potessero immaginare qualcosa di simile: non eravamo pronti, ci colse completamente di sorpresa e nel trovarci catapultati in una situazione simile eravamo allibiti, testimoni di un qualcosa che andava oltre la nostra immaginazione», prosegue. «Ricordo ancora benissimo quello che mi si presentò davanti agli occhi: avevo appena chiuso il mio bar, passai da via Porta Santa Maria verso via Lambertesca, fu una frazione di secondo e uno scoppio improvviso ruppe l’aria: capì subito che qualcosa di terribile era successo». Parlare di fortuna sarebbe inappropriato, ma indubbiamente una serie di circostanze si sono rivelate fondamentali per Cursano e altri che proprio attorno al luogo dell’esplosione risiedevano. «Quello stesso giorno non trovai parcheggio proprio nel punto in cui si trovava il Fiorino contenente l’esplosivo. Decisi quindi di mettere la mia macchina sul Lungarno, presi anche una multa. Beh, a trent’anni di distanza quella scelta mi ha salvato la vita: ho perso la mia casa, ma fortunatamente posso essere qui a raccontare quei giorni. Mi sento la persona più miracolata del mondo, sono eventi che ti toccano da dentro in maniera indelebile. Ho avuto il privilegio di sposarmi con quella che all’epoca era la mia compagna e di costruirmi una famiglia: nulla di ciò è scontato e dopo quella strage ne ho la certezza ogni giorno che passa».

Le domande sono molteplici così come i dubbi sul perché la mafia decise di colpire proprio Firenze, quando sino ad allora era solita operare sul territorio siciliano. «Ancora oggi mi domando il perché di questa strage», sottolinea, «ma avere una risposta è pressoché impossibile. Di sicuro, Cosa Nostra voleva attaccare la città in quanto simbolo per eccellenza della cultura e sappiamo bene che la cultura spaventa i mafiosi. I mafiosi temono il libero pensiero, probabilmente volevano dimostrare di poter colpire ovunque e in qualsiasi momento. Ma nonostante ciò e nonostante l’efferatezza delle loro azioni, non sono riusciti a scalfire la tenacia del popolo fiorentino: la strage di via dei Georgofili è la dimostrazione che la barbarie non avrà mai la meglio e che il linguaggio della brutalità adoperato dai mafiosi non può sopraffare quello dell’amore». Il linguaggio dell’amore così come il linguaggio del coraggio e la forza del dialogo: tre capisaldi di chi ha fatto della lotta alla mafia fondamento della propria esistenza, tre linee guida da seguire per non dimenticarsi di tutti coloro che si sono sacrificati per una società libera dalla ferocia di un fenomeno che, seppur estremamente complesso, può e deve essere sconfitto. «Ogni occasione per parlare della strage di via dei Georgofili», conclude, «così come degli altri attentati mafiosi è fondamentale per tenere viva la memoria delle persone che sono state vittime della inumanità di Cosa Nostra. Fare ciò è doveroso, non solo durante le ricorrenze, affinché il loro ricordo non venga mai meno e affinché i più giovani conoscano ciò che è accaduto. Bisogna lavorare sulle coscienze, ora più che mai».

www.gergofili.it per le fotografie

L'articolo Georgofili, scampato alla strage per un toast proviene da La Redazione.

]]>