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La mafia e il suo “braccio”


Che cos’è l’antimafia, la differenza tra mafia e criminalità organizzata: ecco la nostra intervista al professor Giuseppe Carlo Marino, storico palermitano di 82 anni e massimo conoscitore del tema mafia.

«Ora più che mai è importante fare una azione capillare di diffusione dell’antimafia, andando oltre le manifestazioni commemorative che – pur essendo fondamentali – spesso si riducono a mera retorica. Bisogna stimolare il dibattito, senza abbassare la guardia: la mafia non è moribonda e, purtroppo, non è assolutamente finita». Il professor Giuseppe Carlo Marino, storico palermitano di 82 anni, è uno dei massimi conoscitori della tematica mafiosa, argomento che affronta sin dalla sua prima opera uscita nel 1964 e intitolata “L’opposizione mafiosa (1870-1882): baroni e mafia contro lo stato liberale”. E da conoscitore di lungo corso dell’argomento quale è da oltre mezzo secolo, sa bene che l’importanza di un sistema di antimafia efficiente è quanto di più prezioso ci sia nella battaglia contro Cosa Nostra: una battaglia che unisce magistrati, cronisti, associazionismo e semplici cittadini. Tutti, legati da un obiettivo: estinguere il cancro mafioso dalla Penisola, diffondendo la cultura della legalità. Una cultura della legalità di cui il professor Marino, a lungo docente all’Università di Palermo, indica come un vero e proprio faro da non perdere mai di vista, arma preziosa per opporsi alla barbarie mafiosa.

Professor Marino, si parla di mafia dal 1863, quando il termine comparve per la prima volta nell’opera teatrale di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca “I mafiusi della Vicaria’’: quando, invece, si comincia a parlare di antimafia?

«Partiamo dal presupposto che l’antimafia, intesa come opposizione a Cosa Nostra, è una risposta naturale al fenomeno criminale di cui stiamo parlando. Detto ciò, già nel 1873 emergono segni di antimafia come critica al sistema giudiziario corrotto e agli esponenti viziati dalla corruzione del potere politico siciliano. Da subito appare chiaro che politica e mafia sono conniventi, anche se erano in pochissimi a farlo presente. Entrando ancor più nel dettaglio, a farsi portavoce delle prime istanze antimafia furono i Fasci dei Lavoratori Siciliani ma era una antimafia di accezione popolare e non istituzionale».

In Italia possiamo parlare di una vera e propria cultura dell’antimafia?

«Sì, fortunatamente nel corso del tempo tante persone provenienti da contesti diversi si sono schierate e organizzate contro Cosa Nostra. Questo, però, non deve essere considerato un punto d’arrivo: ci sono alcuni individui che ancora oggi, purtroppo, sembra si siano dimenticati che non bisogna mai – e sottolineo mai – smettere di combattere la mafia».

Spesso i termini mafia e criminalità organizzata vengono usati come sinonimi: è d’accordo?

«Personalmente, credo sia necessario essere più precisi e fare qualche distinzione in merito. La criminalità organizzata è il braccio armato della mafia, non si tratta di sinonimi. La mafia nasce come sistema di auto protezione dei ceti privilegiati siciliani, di conseguenza direi che sarebbe meglio definire la mafia come un fenomeno di potere, prima ancora che criminale. I mafiosi, soprattutto quelli delle prime fasi, si definivano “onorabili” e ci tenevano a ribadirlo e a non passare come criminali. Chiaramente il loro è un concetto dell’onore perverso e privo di veridicità».

Quando, allora, i mafiosi comprendono che la forza bruta può essere la loro cifra caratteristica?

«Nel momento in cui capiscono che usare la forza per i propri fini è anche un modo per rappresentarsi e per legittimare la propria presenza all’interno dello Stato. I mafiosi si sono sempre considerati uno Stato a sé, in grado di integrarsi con lo Stato ufficiale, ecco perché la mafia e la politica da sempre sono un binomio plateale. Sfatiamo, inoltre, una convinzione data per certa ma in realtà fuorviante: il mafioso non è il delinquente con poca cultura come si tende a dipingerlo da sempre, anzi: quella è l’immagine che hanno voluto dare in un primo momento, ma la mafia ha sempre avuto menti brillanti al proprio servizio in grado di agire nell’ombra».

Entriamo nel dettaglio: che ruolo ebbe l’Alto Commissariato per la lotta alla mafia, attivo tra il 1982 e il 1992?

«Sicuramente importante, perché ha colto di fatto che la mafia non era solo un qualcosa di siciliano e quindi di regionale ma una problematica molto più estesa. Indubbiamente, l’Alto Commissariato fu un netto passo in avanti nella crescita dell’antimafia».

A proposito di antimafia, uno dei suoi massimi esponenti fu Rocco Chinnici di cui nel 2023 ricorrono i quarant’anni dalla morte.

«Quella di Chinnici è stata una figura fondamentale, di cui bisognerebbe sottolineare i meriti molto più spesso. Oltre alla creazione del celebre ‘’pool antimafia’’, la sua più  grande intuizione è stata quella di capire prima degli altri che per combattere la mafia occorreva un coordinamento dei magistrati che si occupavano della tematica in modo tale che non entrassero in conflitto. Chinnici ha dato coerenza e unità all’azione dei magistrati».

Cosa ha decretato la fine del pool antimafia ideato da Chinnici?

«Bisogna fare presente che la designazione di Antonino Meli, nel gennaio del 1988, come consigliere istruttore della Procura di Palermo da parte del Consiglio superiore della Magistratura, al posto di Giovanni Falcone è solo il triste atto finale di una serie di boicottaggi interni fin troppo palesi. La parola fine al pool antimafia è stata messa dalla mancanza di una visione d’insieme comune da parte di quei magistrati che, invece di supportare l’operato del pool, fecero di tutto per mettere loro i bastoni tra le ruote, molto spesso stando in silenzio senza schierarsi dalla loro parte».

La morte di Chinnici per mano mafiosa si colloca nella serie di stragi eclatanti compiute da Cosa Nostra. La mafia non ha più bisogno di azioni simili?

«La speranza è che non commetta più azioni di quella tipologia ma chiaramente l’attenzione deve essere massima, perché Cosa Nostra è in continua trasformazione e dell’agire nell’ombra fa il suo marchio di fabbrica».

Cosa spinse la mafia a compiere azioni così eclatanti?

«La consapevolezza del fatto che nello Stato italiano si stava sviluppando un sistema di antimafia efficiente ed estremamente coeso, a cui dava un grande impulso l’azione dei giudici così come quella di giornalisti quali Mauro De Mauro, Pippo Fava, Mario Francese e tanti altri. A quel punto, sentendosi minacciata, Cosa Nostra ha deciso di colpire in maniera estremamente feroce, per fare capire di essere pronta a tutto pur di sopravvivere».

Proprio riguardo la tematica dell’antimafia, il 10 gennaio del 1987 nacque una grossa polemica dettata dall’articolo di Leonardo Sciascia intitolato ‘’I professionisti dell’antimafia’’ sul Corriere della Sera in cui lo scrittore si disse in disaccordo con la nomina di Paolo Borsellino come Procuratore di Marsala.

«Già, ci fu una lunga discussione in merito e tanti pareri sono stati espressi, alcuni anche a sproposito. Personalmente, ero amico di Sciascia ma fui uno di quelli che contestò il suo punto di vista. Bisogna però fare presente che la sua polemica è stata strumentalizzata per mettere in cattiva luce quanto stavano realizzando con le loro indagini Falcone e Borsellino insieme a tutti i loro collaboratori: l’oggetto della critica di Sciascia non era Paolo Borsellino in quanto tale ma il fatto che venisse a mancare, nella sua nomina, un requisito come quello dell’anzianità di servizio che Sciascia riteneva fondamentale. Inoltre, Sciascia temeva  che introducendo procedure di indagine e processuali speciali, in nome della lotta alla mafia si potessero commettere ingiustizie ed errori di valutazione. Ciò che bisogna capire è che quella di Sciascia non era una critica personale a Borsellino, anzi, ma più una concezione dal punto di vista tecnico differente su cui poi si è detto e scritto tanto, in molti casi in maniera errata».

Spesso si è parlato dei rapporti tra mafia e massoneria. Qual è il suo punto di vista in merito?

«Chiaramente, esistono collegamenti organici tra mafia e massoneria, ci sono stati e sono documentati, risultando evidenti. La mafia ha avuto l’interesse di usare la massoneria per intessere rapporti con coloro che gestiscono grossi giri di denaro, così da guadagnare sempre di più dai propri business».

A proposito di business della mafia: come si è evoluta da questo punto di vista?

«Si è evoluta notevolmente: è partita dai latifondi per poi spostarsi ai traffici di droga sino ad arrivare al controllo delle multinazionali. Ribadisco ciò che ho detto in precedenza, la mafia ha occhi ovunque ed è in continua evoluzione, proprio quando sembra la sua spinta si sia esaurita. Invece è proprio quello il momento in cui si sta muovendo, architettando qualcosa di molto grosso».

Nella storia dell’antimafia, cosa rappresenta la cattura di Matteo Messina Denaro a Palermo il 16 gennaio scorso da parte dei Carabinieri del ROS con la collaborazione del Gis?

«C’è stato molto entusiasmo in merito da parte di alcuni ma penso sia meglio guardare in faccia la realtà con estrema franchezza: la sua è una cattura tardiva, si parla di un uomo che per trent’anni è stato latitante e che si è fatto praticamente ritrovare. Come è possibile che in tutto questo tempo non si sia riusciti a venirne a capo? Credo sia un paradosso e temo rimarrà uno dei tanti misteri nostrani irrisolti, anche perché Matteo Messina Denaro non parlerà mai e con la sua morte rimarranno senza risposta tanti interrogativi di cui da troppi anni si aspettano chiarimenti. D’altronde si sa: spalancare la porta dei misteri italiani è molto insidioso e non sono tanti coloro che hanno il coraggio di compiere questo passo detto francamente».

Come vede la nomina di Chiara Colosimo alla presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia? La nomina della fedelissima di Giorgia Meloni è stata accompagnata da una lunga serie di polemiche, nate da una vecchia foto che la ritraeva con Luigi Ciavardini, ex componente dei Nuclei Armati Rivoluzionari.

«Penso che la realtà dei fatti sia sotto gli occhi di tutti: non conosco personalmente Chiara Colosimo ma è evidente che non abbia particolari meriti o qualità per essere identificata come un’esperta della tematica mafiosa, non rappresenta alcun pericolo per Cosa Nostra. Si tratta di una semplice scelta di comodo come, tristemente, ce ne sono state tante nella storia del nostro Paese».