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La vita di Leonida Tonelli

In un piccolo borgo toscano, facendosi strada tra rovi e canne di bambù, la scorsa estate abbiamo visitato quella che il mondo urbex in genere definisce “la villa del matematico”. L’abitazione in questione è appartenuta a colui che è considerato “uno dei maggiori analisti della prima metà del XX secolo”: il matematico Leonida Tonelli.

Nato a Gallipoli nel 1885, compì gli studi superiori tecnici a Pesaro, successivamente si iscrisse all’Università di Bologna nel 1902, dove si laureò con lode nel 1907. Divenne subito dopo assistente del professor Salvatore Pincherle, considerato uno dei fondatori dell’analisi funzionale moderna, insegnando algebra e geometria analitica, calcolo infinitesimale e analisi superiore, successivamente nel 1910 conseguì la libera docenza in analisi infinitesimale. Nel 1913 vinse la cattedra di algebra dell’Università di Cagliari e quella di analisi infinitesimale dell’Università di Parma, dove prestò servizio fino al 1917.

Partecipò alla Prima Guerra Mondiale, combattendo in Macedonia e sul fronte delle Alpi, ricevendo una croce al merito di guerra e una Medaglia di bronzo al valor militare.

Durante la sua carriera insegnò all’Università di Bologna, a quella di Roma ed infine approdò a Pisa per insegnare alla Scuola Normale Superiore, dove concluse la sua carriera prima di scomparire prematuramente nel 1946.

Tra il 1922 e il 1928 scrisse le sue opere più significative, ovvero “Fondamenti di calcolo delle variazioni” e “Serie Trigonometriche”, ma durante la sua vita produrrà oltre 170 pubblicazioni, tra cui libi di testo per scuole medie e medie superiori, vincendo numerosi premi tra cui la medaglia d’oro dell’Accademia Nazionale delle Scienze nel 1923 e il premio reale dell’Accademia dei Lincei nel 1925 e ricevendo onorificenze e riconoscimenti, come l’intitolazione dell’Istituto di Matematica dell’Università di Pisa, avvenuta dopo la sua morte.

L’impegno politico e il rapporto col regime fascista

Leonida Tonelli ha svolto la sua opera di matematico proprio durante il ventennio fascista.

Ricercando informazioni sul suo rapporto col regime, emerge la sua adesione al Partito Nazionale Fascista, ma allo stesso tempo risulta uno dei firmatari del Manifesto degli intellettuali non fascisti, redatto da Benedetto Croce nel 1925 in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Gentile.

Sembra che il suo trasferimento alla Scuola Normale Superiore di Pisa nel 1930 fu voluto dallo stesso Gentile, emergono quindi dei rapporti non proprio lineari col regime. Probabilmente Tonelli aderì in maniera formale e non ideologica al fascismo per poter svolgere la sua opera di matematico senza subire conseguenze e Gentile lo volle a Pisa per dar lustro alla Scuola Normale, nonostante avesse dimostrato idee contrarie, firmando appunto il Manifesto di Benedetto Croce.

Durante l’occupazione nazista si impegnò attivamente nella difesa della biblioteca della Scuola Normale Superiore, facendo trasferire gran parte del patrimonio alla Certosa di Calci. Sembra anche che il Tonelli mise a disposizione la sua casa di campagna per riunioni clandestine partigiane delle Brigate Garibaldi.

L’esplorazione della villa

Sebbene, la villa sia in stato di abbandono da moltissimi anni, non tutto è perduto. Troviamo un’abitazione ancora arredata e piena di oggetti appartenuti al Tonelli. Stanza dopo stanza, entriamo nella villa del professore e troviamo le sue opere d’arte perché Leonida Tonelli, oltre ad essere stato un matematico di fama, è stato anche un pittore e le sue opere si trovano ancora nel salone, in attesa di essere mostrate al mondo. Nello stesso salone troneggia anche la sua scrivania, con vecchie riviste ed oggetti vari.

Ed ovunque libri, lettere e carteggi. Una stanza è letteralmente sommersa di libri, sia a terra che su due librerie. Come in ogni esplorazione non mancano le stanze “dark”, un’antica culla di colore rosa è una bella scoperta, ma illuminata con una torcia in una stanza buia ed abbandonata fa un certo effetto. E poi ancora appunti, pubblicazioni, un vecchio cappotto adagiato su una sedia.

Riflessioni

Questa interessantissima esplorazione, il contatto con la vita di questo straordinario personaggio, mi ha fatto riflettere sulla figura dell’intellettuale. Non ho vissuto l’epoca in cui gli intellettuali erano così, quelli con la scrivania di legno massello e gli occhialetti tondi poggiati sul naso, ma li ho sempre considerati affascinanti. Poi ci sono i vecchi libri, col loro inconfondibile odore. Quando si esplorano questi luoghi e queste vite passate, si capisce subito che al tempo quei volumi, che erano l’unica fonte del sapere, erano un tesoro inestimabile.

Un’ autobiografia di Mishima, una raccolta di poesie di Prévert, ora giacciono in terra nella villa del matematico, o vengono venduti a fatica nei mercatini dell’usato per pochi euro. Ora, che tutto sembra a portata di mano, anzi di “clic”, anche la conoscenza, tutto questo sembra quasi preistorico.

Senza dubbio esistono anche nella nostra epoca, persone che dedicano la vita allo studio, alla ricerca, ma più che intellettuali spesso sembrano influencer, forse per convenienza, forse per spirito di adattamento ai tempi, i tempi del tutto e subito, dei pochi secondi di video sui social che per forza di cose svilisce la conoscenza e la rende superficiale. Potrebbe risultare banale, ma quella polvere sui ricordi di una vita, quelle crepe sui muri, tutto ciò che porta con sé l’abbandono, può farci riflettere su quanto le nostre vite siano tutte racchiuse in  un grande palcoscenico.

La nostra sembra luce e la vecchia scrivania impolverata che ha visto decenni di studio sembra il buio, ma sarà davvero così?