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Alessandro Foti nel suo libro spiega come riconoscere e accompagnare i ragazzi tra risorse straordinarie e fragilità emotive
Come si traccia l’identikit dei bambini plusdotati: il loro è un dono o una condizione difficile da gestire?
È una delle domande chiave quando si affronta il tema della plusdotazione cognitiva, al centro del lavoro di Alessandro Foti, psicopedagogista dell’età evolutiva e autore del volume Capire i bambini plusdotati e gli alto potenziali cognitivi – guida pratica per le famiglie e la scuola.
“Non esiste ancora una linea condivisa nel mondo scientifico – precisa Foti – tuttavia si può parlare di plusdotazione quando si manifesta, tra le altre cose, un disallineamento tra capacità cognitive ed emotive”. Bambini che rientrano in questa “eccezionalità neurologica” mostrano abilità sorprendenti in ambiti specifici, una curiosità particolarmente sviluppata e spesso una naturale inclinazione al confronto con gli adulti, accompagnata da un quoziente intellettivo superiore alla media, generalmente oltre la soglia di riferimento dei test standardizzati.
Ma ridurre tutto a un “dono” sarebbe fuorviante. La loro intelligenza, più rapida e strutturata, si accompagna spesso a un’elevata sensibilità: un elemento che può tradursi in senso di isolamento, difficoltà relazionali e disagio emotivo. È in questo equilibrio delicato tra potenziale e fragilità che si inserisce la riflessione proposta da Foti.
Il volume offre infatti una guida concreta per famiglie e scuola, chiarendo come la plusdotazione non coincida semplicemente con un alto quoziente intellettivo, ma rappresenti una condizione complessa e in evoluzione. Accanto ai punti di forza, apprendimento rapido, pensiero astratto, originalità, emergono anche criticità frequenti: noia verso attività ripetitive, insofferenza per ritmi lenti, difficoltà a integrarsi con i coetanei.
Da qui la necessità di un approccio educativo capace di riconoscere e coltivare questo potenziale senza comprimerlo, valorizzando il pensiero divergente e creativo e prestando attenzione, allo stesso tempo, alla dimensione emotiva. Perché, come sottolinea lo psicologo, conoscere è il primo passo per accogliere davvero.
Il testo insiste proprio su questo punto: la plusdotazione cognitiva non è una dote acquisita una volta per tutte, ma un potenziale da sviluppare. Può manifestarsi anche come una disarmonia nello sviluppo, un disallineamento tra le diverse dimensioni della crescita, che richiede attenzione da parte di famiglia e scuola.
Da qui l’importanza di un approccio educativo più flessibile e consapevole, capace di valorizzare non solo le capacità cognitive ma anche il pensiero laterale e divergente, senza trascurare la sfera emotiva. Perché riconoscere questi bambini significa, prima di tutto, metterli nelle condizioni di esprimere pienamente il loro potenziale.






