Europa: il prossimo terreno di scontro di Trump?

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Venezuela, Groenlandia, Cuba, Iran.

La lista degli obiettivi di Donald Trump sembra cambiare continuamente. In realtà, segue una logica precisa. E il prossimo terreno di scontro potrebbe essere molto più vicino di quanto sembri: l’Europa.

D’altronde, se analizzata con attenzione, la politica estera americana non è improvvisata. Sta seguendo proprio quella linea tracciata mesi fa nella National Security Strategy, il documento programmatico per eccellenza con il quale l’amministrazione americana ha voluto rompere, nei toni e negli obiettivi, con la tradizione. La geopolitica della Casa Bianca non poggia più sulla stabilità del sistema, ma su materie prime, convenienza e duro realismo economico.

(Abbiamo già analizzato nello specifico il documento in questione qui).

Washington non sta semplicemente ridefinendo la sua politica estera. Sta ridefinendo la natura stessa delle alleanze: non esiste né equilibrio né continuità strategica con lo storico alleato occidentale.

Stiamo assistendo al ritorno a una logica molto più elementare delle relazioni internazionali: la politica internazionale come sistema di rapporti di forza negoziabili e rinegoziabili sulla base dei propri interessi geostrategici. Una relazione fluida e continuamente rimessa in discussione, uno schema dal quale l’Europa non fugge.

Nella visione gerarchica del mondo trumpiano, Bruxelles scivola passando da partner a problema.

Non è un passaggio improvviso. L’insofferenza americana verso l’indecisione e la dipendenza europea non è in realtà qualcosa di nuovo ma un dato strutturale che Trump, con i modi che lo contraddistinguono, ha reso esplicito. “L’Unione Europea è stata creata per fregare gli Stati Uniti”, ha ripetuto più volte negli anni. Abbiamo sbagliato noi a interpretarla come una provocazione: è sempre stata una chiave di lettura.

La relazione transatlantica, per decenni fondata su valori condivisi, oggi ha cambiato volto.

La NATO stessa non solo non rappresenta più quello spazio sacro della difesa collettiva che è stato per settant’anni ma diviene terreno di scontro. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti proprio negli scorsi giorni ha minacciato l’uscita dall’Alleanza che già in passato aveva definito obsoleta e costosa per gli USA. A far infuriare il capo dello studio ovale questa volta è la mancata partecipazione europea alle operazioni nella crisi dello Stretto di Hormuz. Trump si è detto disgustato dagli alleati. Alleati che, nelle ultime settimane, gli stanno creando più problemi del solito: dalla Spagna che chiude lo spazio aereo ai caccia americani, alle critiche di Emmanuel Macron, fino alla crepa nella storia fatta di abbracci e complimenti con Giorgia Meloni per via delcaso della base di Sigonella.

La leadership multilaterale non è più regola; è, al massimo, un’opzione. Quella americana è una nuova grammatica: pressione, non cooperazione. È la logica transazionale a guidare la politica estera statunitense: non più valori, istituzioni o stabilità, ma una pragmatica analisi costi – benefici.
Gli interessi nazionali vengono prima di tutto, e le alleanze sopravvivono solo se utili.

Il sostegno americano va così guadagnato e diventa oggetto di continua pressione. Persino il supporto all’Ucraina viene oggi direttamente inserito nel quadro più ampio del comportamento europeo.

Tutto questo riporta, inevitabilmente, al nodo irrisolto dell’autonomia strategica europea. Una fragilità strutturale che ogni crisi non fa che rendere più evidente. Da alleanze asimmetriche, d’altronde, non ci si può aspettare altro se non relazioni gerarchiche. Soprattutto quando le priorità della potenza dominante si modificano. Le fragilità dell’Ue non sono causate da Trump, lui le utilizza portandole semplicemente al centro della negoziazione. È il linguaggio che conosce meglio, è il metodo che lo caratterizza.

Per questo è presumibile aspettarsi che la pressione americana aumenti ulteriormente sugli Stati europei; ovviamente non come blocco unitario ma come singoli Stati da trattare separatamente. L’Europa non è oggi (ancora) un nemico ma neppure un partner paritario e non solo perché è difficile immaginare che Donald Trump pensi a qualcuno come suo pari.

Immagine 1: Trump announcing American-Israeli strikes on Iran on February 28, 2026. Donald J. Trump – Public domain

Immagine 2: President Donald Trump holds a bilateral meeting with Prime Minister Giorgia Meloni of Italy, Thursday, April 17, 2025, in the Oval Office. (Official White House Photo by Daniel Torok) The White House – Public domain