
Prima Trump, ora Putin: la Cina è regina della geopolitica
20 Maggio 2026
Dall’inizio di questo mese una scossa sismica ha attraversato l’architettura geopolitica ed economica del Medio Oriente. Con un annuncio sintetico quanto dirompente da parte del Ministero dell’Energia e delle Infrastrutture di Abu Dhabi, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno ufficializzato la loro uscita dall’OPEC. Finisce così un matrimonio durato quasi sessant’anni, iniziato nel 1967, ben prima che la federazione emiratina vedesse ufficialmente la luce nel 1971. Non si tratta di una semplice frizione diplomatica, ma della frattura strutturale più profonda mai registrata all’interno del cartello petrolifero. L’addio del terzo produttore del gruppo sottrae all’organizzazione l’architrave della sua flessibilità produttiva, ridisegnando gli equilibri di potere in un momento di massima vulnerabilità bellica ed energetica globale.
La nascita dell’Opec
Per comprendere la portata di questo strappo, è necessario riavvolgere il nastro della storia fino al settembre del 1960. A Baghdad, cinque paesi pionieri – Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait e Venezuela – decisero di unire le forze per contrastare lo strapotere delle cosiddette “Sette Sorelle”, le multinazionali anglo-americane che fino ad allora avevano imposto unilateralmente i prezzi del greggio e i margini di profitto ai paesi estrattori. L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) nacque con uno statuto chiaro: coordinare e unificare le politiche petrolifere dei paesi membri al fine di garantire prezzi stabili ed equi sul mercato internazionale, assicurare un rifornimento efficiente, economico e regolare alle nazioni consumatrici, e garantire un ritorno economico equo ai capitali investiti nell’industria.
Sino all’inizio di Maggio, l’alleanza contava 12 membri sovrani dislocati tra Medio Oriente, Africa e Sud America, arrivando a controllare circa il 44% della produzione globale di greggio. Il funzionamento dell’OPEC si basa sul principio della gestione collettiva dell’offerta. Attraverso la Conferenza dei Ministri, l’organizzazione stabilisce un tetto massimo di produzione complessivo e lo ripartisce in quote individuali vincolanti per ciascun Paese membro. Se la domanda globale cala e i prezzi scendono, l’OPEC taglia l’estrazione per creare una scarsità artificiale e sostenere il valore del barile. Se l’economia corre o si verificano shock geopolitici, il cartello allenta i freni immettendo più greggio sul mercato. Negli ultimi dieci anni, questo meccanismo è stato esteso alla piattaforma allargata “OPEC+”, integrando dieci produttori esterni guidati dalla Russia, mossa cruciale per arginare l’ascesa dello shale oil statunitense.
Perché gli Emirati sono usciti dall’Opec
La narrativa istituzionale degli Emirati è improntata alla massima diplomazia. Nel comunicato diffuso, hanno descritto la decisione come un passaggio naturale per ottenere maggiore flessibilità e allinearsi a una strategia economica nazionale di lungo periodo, volta a rispondere meglio alle repentine evoluzioni del mercato. Il governo emiratino ha assicurato che continuerà ad agire in modo responsabile, portando sul mercato una produzione aggiuntiva in maniera graduale e misurata. Dietro i velluti della diplomazia si consuma, però, da anni un calcolo economico puramente analitico. Abu Dhabi non tollerava più la gabbia delle quote di produzione imposte dal cartello, guidato con pugno di ferro dall’Arabia Saudita. Negli ultimi anni, la compagnia di bandiera ADNOC ha investito oltre 150 miliardi di dollari per espandere aggressivamente la propria capacità estrattiva sostenibile, portandola a circa 4,85 milioni di barili al giorno.
Tuttavia, i tetti OPEC+ costringevano gli Emirati a produrre una quota ferma a circa 3,2 milioni di barili quotidiani. Mantenere inutilizzati oltre 1,5 milioni di barili di capacità potenziale significava congelare miliardi di dollari di investimenti. La logica è stringente: la finestra temporale in cui il petrolio rimarrà la risorsa strategica dominante si sta chiudendo ed è vitale monetizzare ogni singolo barile prima che la domanda globale raggiunga il suo picco definitivo. L’uscita degli Emirati dall’OPEC non avviene nel vuoto, ma si inserisce in un contesto internazionale infiammato da conflitti bellici, riallineamenti diplomatici e mutamenti strutturali.
La tensione tra Emirati e Arabia Saudita
Sullo sfondo di questa decisione si staglia la tensione latente e mai sopita tra gli Emirati di Mohammed bin Zayed e l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman. Le due principali economie del Golfo sono impegnate in una competizione feroce per la leadership regionale. Riad, legata al mega-progetto Vision 2030, ha un disperato bisogno di mantenere il greggio sopra gli 80-90 dollari al barile per finanziare le proprie riforme strutturali e le sue città futuristiche nel deserto, imponendo continui tagli alla produzione.
Abu Dhabi, che ha già diversificato con successo la propria economia nel turismo, nella finanza e nella logistica, preferisce vendere più volumi a prezzi inferiori, ottimizzando i margini della sua imponente infrastruttura. La fisionomia geopolitica degli Emirati si è radicalmente discostata da quella dei vicini regionali a partire dalla firma degli Accordi di Abramo. Il consolidamento dell’asse strategico ed economico con Israele, unito a una cooperazione di difesa sempre più stretta e riservata, ha allontanato ideologicamente Abu Dhabi sia dall’Iran che dalla stessa Arabia Saudita.
L’escalation bellica che ha coinvolto direttamente l’Iran nelle ultime settimane ha impresso l’accelerazione finale. Di fronte ai missili iraniani che hanno preso di mira il territorio emiratino e alle forti perturbazioni commerciali nel Golfo, Abu Dhabi si è sentita scoperta sul piano della sicurezza araba comune, decidendo di accelerare il proprio smarcamento dal blocco dei produttori mediorientali. Questo posizionamento rappresenta anche un enorme assist politico a Donald Trump, da sempre acerrimo oppositore delle politiche di restrizione dell’offerta dell’OPEC, che ha subito salutato la mossa emiratina come una vittoria per i consumatori occidentali.
Il petrolio al porto di Fujairah
Il conflitto iraniano ha reso drammatica la gestione dello Stretto di Hormuz, collo di bottiglia geopolitico attraverso cui transita una fetta monumentale del greggio mondiale. Gli Emirati, intuendo la paralisi del passaggio, hanno investito massicciamente nella condotta strategica che porta il petrolio direttamente al porto di Fujairah, bypassando interamente lo stretto e affacciandosi direttamente sul Golfo di Oman. Al contempo, lo scenario globale vede il parziale reinserimento nei flussi energetici del Venezuela, membro fondatore dell’OPEC ma da tempo instabile sotto il profilo produttivo.
La strategia di vendere il petrolio per investire in rinnovabili
Tutto questo converge verso l’obiettivo della transizione verde: Abu Dhabi non nega il passaggio alle rinnovabili, anzi, investe pesantemente nel colosso solare Masdar City, ma ha capito che per finanziare la propria infrastruttura post-petrolifera deve applicare una strategia: estrarre, vendere e incassare tutto il capitale fossile possibile nel minor tempo concesso dalla storia.
Nell’immediato annuncio, i mercati hanno registrato un calo dei prezzi dovuto al timore di un eccesso di offerta: la prospettiva di vedere immessi sul mercato oltre un milione di barili aggiuntivi da parte di un estrattore efficiente come ADNOC spinge storicamente i ribassisti a scommettere sul calo del greggio. Tuttavia, questo effetto strutturale è mitigato dalle fiammate geopolitiche collegate alla guerra in Iran, che mantengono un premio di rischio elevato, lasciando momentaneamente i prezzi internazionali sopra la soglia dei 100 dollari al barile.
Nel medio e lungo termine, l’uscita degli Emirati assesta un colpo quasi fatale alla credibilità politica dell’OPEC. Senza Abu Dhabi, e dopo i precedenti addii di Qatar (2019) e Angola (2024), il cartello controlla ormai meno del 30% delle esportazioni globali di petrolio. L’organizzazione perde la capacità di presentarsi come un blocco monolitico capace di governare i prezzi mondiali della benzina. Se la disciplina interna dovesse cedere del tutto e altri produttori decidessero di seguire l’esempio emiratino per difendere le proprie quote di mercato individuali, assisteremmo alla fine dell’era dei prezzi amministrati artificialmente, inaugurando una nuova stagione di spietata e aperta competizione di prezzo su scala globale.






