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Che forme ha la violenza?

Il mio viaggio nella casa rifugio

di Dania Ceragioli

Che forme ha la violenza? È una domanda che mi sono rivolta molte volte. Dalle violenze fisiche si passa più sottilmente per quelle psicologiche e la maggior parte di esse è rivolta verso donne e bambini. Mentre sto percorrendo l’ultimo tratto di strada che mi separa dalla casa rifugio, la mia mente è pervasa da questa domanda e dalle sue diramazioni. L’indirizzo è segreto, non facile da trovare e una nebbia molto fitta non ne aiuta l’individuazione. La nebbia, mi appare subito come una metafora perfetta per descrivere la vita di queste donne, una fitta nebbia ha avvolto le loro esistenze, le ha nascoste momentaneamente celandone addirittura l’identità, ma basterà anche un solo piccolo raggio di sole disposto a trafiggerla per dissiparla, facendo tornare il sereno, permettendo a ogni cosa di riprendere a fluire liberamente.

Tutto appare offuscato e anche un po’ spettrale. Non sono sicura di essere nel luogo giusto, ma l’arrivo di Alice, una delle operatrici dell’Associazione Mondo Donna che gestisce il rifugio, me ne dà conferma. La casa è accogliente piuttosto spaziosa e confortevole. Ogni ospite ha la sua stanza, la sua dispensa, la sua zona nel frigo. Tutto è ordinato e organizzato ma la convivenza spesso non è facile. Mi viene riferito che, talvolta, anche un piccolo futile motivo riesca a innescare quella rabbia sopita e stratificata covata dentro. Sarà riversata inevitabilmente sulle coinquiline, dimenticando molto spesso che chi condivide l’alloggio, divide anche la stessa medesima esperienza. Attualmente le ospiti sono 9, anche se i posti a disposizione sono complessivamente 12, di cui 4 riservati alle emergenze. Sono i servizi sociali a indirizzare le donne nel luogo protetto, dopo aver valutato i casi e averne accertato la criticità. Solitamente la permanenza massima è di 6 mesi, ma spesso i tempi si allungano. Cerco di entrare senza far rumore rendendomi invisibile, mentre ancora nella mia testa rimbalza la stessa domanda “Che forme ha la violenza?”. Due ragazze sgusciano fuori precipitosamente, mentre C. mi accoglie con estrema curiosità e interesse iniziandomi a raccontare parte della sua vita. C. è la più grande delle ospiti e anche l’unica italiana. Mi racconta che era un’imprenditrice di successo, che aveva dei locali, dei ristoranti, ma per colpa di un fallimento tutto le è stato portato via. Poi a causa di un atto di generosità riservato a un figlio di amici pregiudicato e spacciatore si è ritrovata minacciata e fuori di casa. Non ha perso il senso dell’umorismo, è in protezione da un mese e mezzo e, nonostante abbia dei figli, ha preferito non rivolgersi a loro non volendoli “disturbare”. Al secondo piano nel grande salone addobbato a festa trovo J. Una ragazza marocchina di 25 anni con il suo bambino che di anni ne ha tre. Timidissima, mi colpiscono il suo sguardo e le sue mani piccole come quelle di una bambina. Le lascio del tempo per metabolizzare la mia presenza. Non parla bene l’italiano, mi mostra le farfalle intarsiate nei monili che indossa dicendomi che per lei sono un simbolo di libertà. Quella libertà che ha perso più di due mesi fa, quando il marito ha iniziato a bere e a maltrattarla. Adesso pare abbia intrapreso un percorso di riabilitazione e lei spera di potersi presto ricongiungere a lui. La vedo allontanarsi e ritornare con indosso una tunica del suo paese finemente decorata. Mi racconta che le trame sono state ricamate dalla sorella. Nelle fughe precipitose spesso non si ha tempo di raccogliere quanto necessario, ma spesso viene prelevato qualcosa di estremamente simbolico, un oggetto che rappresenta un legame fra la vita passata e quella che sarà.

W. mi si para davanti con tutta la sua imponenza. È una donna massiccia, alta e estremamente affascinante, mi dicono essere ipovedente, ma il suo incedere sicura nella stanza non lo dimostra. Ha la borsa, la credo in procinto di uscire, si affrettano a spiegarmi che per lei è un gesto normale tenerla con sé. Parliamo del suo percorso, lei proviene dalla Repubblica Democratica del Congo. Fuggita dalla sua terra, ha attraversato molti stati, una fuga rocambolesca, passata per uno stupro e un avvelenamento del padre. Mi spiega dettagliatamente il suo arrivo avvenuto come per tanti tramite un barcone e di quanto sia grata all’Italia per averla accolta e salvata. Ha trovato parecchio conforto nella fede e nella musica, avendo iniziato anche a suonare la chitarra. Poi c’è T. un ragazzino russo figlio di A. che non ho modo di incontrare perché ancora al lavoro. T. mi permette di entrare nella sua camera, nel suo spazio privato. Ha 14 anni, è molto bello, esile con due grandi occhi azzurri. Il tempo di salutarmi e si rimette a chattare presumibilmente con un suo amico. Non parla in italiano, ma la conversazione pare essere molto distesa e allegra. Non lo voglio disturbare, mi soffermo a guardare i suoi pupazzi adagiati sul letto e velocemente scivolo via. Rientro in cucina, il vero cuore della casa che ha iniziato a pulsare. Anche R. è rientrata dal lavoro, mi ha detto di occuparsi di pulizie, una ragazza pakistana che si aggira con il telefono in mano impegnata in una interminabile videochiamata. La sua è una di quelle storie che non vorresti mai ascoltare. Era sposata, ma il marito l’ha ripudiata, non riuscivano ad avere figli. Sono iniziati i maltrattamenti e la comunità anziché proteggerla l’ha spinta fuori, allontanandola. Suo marito, ottenuta la separazione, è già in procinto di sposarsi con un’altra donna. La seguo durante la preparazione del pranzo. Con le sue mani veloci si spiana un chapati e, mentre taglia senza effetti collaterali per lei quintali di cipolle, io invece non resisto e mi devo allontanare. Nel frattempo rientrano anche K. e M. le due ragazze nigeriane entrambe estremamente giovani e belle. Sono state salvate dalla tratta e dai marciapiedi, dove tristemente erano finite. La loro storia è simile a quella di altre connazionali. Con la promessa di un lavoro, di un’opportunità in Europa vengono spinte a partire. Ma il lavoro promesso non è mai quello trovato, iniziano quindi i ricatti, c’è un debito da riscattare, e molte volte si ricorre anche a intimidazioni legate alla magia nera. Ovviamente impiegheranno anni per saldare i loro debiti, affondando sempre più in spirali di violenze e sofferenza. Intanto in cucina si mischiano odori e sapori della cucina pakistana e di quella nigeriana, anche questo aiuta a trovare un linguaggio comune le contaminazioni spesso sono necessarie e funzionali all’integrazione. Alla fine di questa giornata non ho trovato tutte le risposte che cercavo, ma ho sicuramente capito che qualsiasi forma abbia la violenza, c’è sempre un modo per uscirne, soprattutto se lo si affronta assieme a qualcun altro.

C. L’ospite italiana mi ha fatto leggere alcune sue poesie permettendomi di condividerne una.

Sono sola in questa stanza al buio.

C’è un lampione che mi guarda.

I pensieri vagano lontano, ma so che questi pensieri

mi porteranno felicità.

Foto di Dania Ceragioli