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Il lobbismo delle Big Tech dietro al Digital Service Act

di Silvia Cegalin

Mentre Elon Musk acquisiva Twitter inneggiando alla libertà di parola; qualche giorno prima, tra la notte del 22 e il 23 Aprile, l’Unione Europea approvava il Digital Service Act (Dsa). Un accordo che giunge dopo un anno e mezzo di trattative e confronti tra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio Europeo, sancendo il principio che: “ciò che è illegale offline lo deve essere anche online”.

Un provvedimento che è stato da subito considerato come una possibile stretta all’entusiasmo libertario del “tutto è permesso” del nuovo proprietario di Twitter, peccato però che il Dsa non entrerà in vigore prima del 2023, se non addirittura nel 2024.

Cosa prevede il Digital Service Act

Sebbene per veder attuato il Digital Service Act bisognerà attendere ancora un po’, le misure presenti in questo regolamento imporranno alle Big Tech, in particolar modo Google, Amazon, Meta, Apple e Microsoft, ma anche a tutte le società tecnologiche online che forniscono servizi all’interno dell’Unione Europea, di controllare ciò che viene pubblicato nelle loro piattaforme, con l’obbligo di bloccare contenuti illegali, tentativi di frode, immagini pedopornografiche, e incitazioni alla violenza e all’odio.

Un provvedimento che, affiancandosi al Digital Markets Act (Dma), nasce in risposta allo strapotere crescente delle grandi aziende tecnologiche che negli ultimi anni si sono, sempre più, trasformate in sedi dove avviene un frenetico scambio di informazioni, e dibattiti pubblici e politici; contribuendo, spesso, alla diffusione di fake news o di propagande politiche create ad hoc.

Ma c’è di più: oltre che a una stretta sui contenuti, la normativa prevede un monitoraggio sugli algoritmi valutando il livello di trasparenza, il divieto di pubblicità mirata sui minori (in origine l’UE aveva proposto il divieto per qualsiasi targeting), e il veto di usufruire di “dark patterns” (modelli oscuri) ovvero condurre il fruitore verso scelte che altrimenti non avrebbe preso.

A tutelare che le norme contenute nel Dsa vengano rispettate saranno intermediari indipendenti posti sotto la supervisione dell’Unione Europea, e chi le viola rischia sanzioni fino al 6% del fatturato globale dell’azienda.

Le spese di lobbying delle Big Tech per frenare” il Digital Service Act

Ovviamente il Digital Service Act (come il Digital Market Act) preoccupava molto le Big Tech, tant’è che da documenti requisiti da Corporate Europe Observatory e da Global Witness emerge una fervente attività di lobbying da parte delle grandi aziende tecnologiche nei confronti dell’Unione Europea.

Ma cos’è il lobbying? Per lobbying s’intendono tutte quelle strategie che un gruppo o un’impresa attua per influenzare le decisioni di un’istituzione ovviamente a proprio vantaggio. Una pratica che le Big Tech hanno attuato in questi lunghi mesi di negoziati.

Da quanto riportato dallo studio del Corporate Europe Observatory, organizzazione non-profit che dal 1997 si occupa di documentare le azioni del lobbismo aziendale, le grandi aziende online, per contrastare il Dsa e il Dma, hanno aumentato da Dicembre 2020 le spese di lobbying all’interno dei paesi UE. Secondo i dati pubblicati nel loro rapporto e provenienti dall’EU Transparency Register, le cinque grandi Big di Internet (le cosiddette GAFAM) hanno speso collettivamente oltre 27 milioni di euro solo nel 2021, con Apple che si aggiudica il primo posto raddoppiando la propria spesa.

Le pressioni sulla Commissione UE esercitata dalle Big Tech, in particolare Google

Ma c’è dell’altro: oltre le ingenti spese di lobbying, nel periodo di triloghi, le Big Tech avrebbero esercitato pressioni sulla Commissione per poter “dialogare” con commissari europei di alto profilo, in modo da poter esporre le loro idee e dubbi sulle future regolamentazioni.

Come si può leggere nel reportage: sono stati 46 il numero di incontri che Google ha avuto con la Commissione Europea da Dicembre 2019, mentre 40 quelli di Meta e Microsoft, con Amazon che arriva terza con 20 riunioni. Se si analizza poi tutto ciò in un quadro più ampio, risulta che i meeting dell’UE con società private sono stati 132, mentre 70 quelli con associazioni di categoria, e appena 52 con Ong, organizzazioni dei consumatori e sindacati.

Scandagliando nel dettaglio i documenti acquisiti dal Corporate Europe Observatory tramite richieste di libertà di informazione e provenienti dalla Commissione europea e dal governo svedese, e leggibili nella piattaforma svedese Handlingar.se che opera per la trasparenza e pubblicazione dei documenti di rilevanza pubblica, si può rintracciare, ad esempio per quanto riguarda Google, uno scambio di messaggi con le autorità svedesi alquanto intenso di considerazioni.

Interessante risulta anche essere una mail inviata dall’azienda DuckDuckGo a due membri della Segreteria Generale del Governo di Svezia che in merito al Dma e a Google scrive: «proponiamo una via da seguire per porre fine alle pratiche sleali di Google nel mercato dei motori di ricerca».

Che il lobbismo delle Big Tech abbia cercato di frenare il Dsa e il Dma non è, quindi, più un dubbio, ed è forse per questo che l’uso della pubblicità mirata è stata vietata solo verso i minori