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La mela di Stato tra 14 miliardi di pomi

Abbiamo condotto un’inchiesta, semplice, partendo da un discount di provincia per poi seguire le mele nel mondo, fino alla mela di proprietà statale, dell’Australia.

È la regina dei supermercati, la mela, anche se appare modesta. È il frutto più destagionalizzato, sempre presente, ed è anche il più vario. Tutto ciò la rende la queen dell’ortofrutta. D’altra parte, anche i nomi delle varietà sono piuttosto regali, da Lady a Gala, passando per il delicious che, solo a pronunciarlo, fa venire l’acquolina. E il mondo del business lo ha fiutato da tempo. 

Il 16 marzo abbiamo comprato tutti i tipi di mele esposte sul banco del supermercato. Otto varietà disponibili, per un totale di 32 euro spesi. Di tre tipi di mele abbiamo acquistato sia il calibro migliore che quello inferiore, nel sacchetto da due chilogrammi. La più costosa è la Pink Lady, la più economica è la Golden in sacchetto (categoria I, calibro 70-75): la prima acquistata a 2,48 euro al chilogrammo, la seconda a 0,99. Dopodiché le abbiamo lasciate su un tavolo, a riposare, 20 gradi di giorno e qualche grado in meno di notte.

Nel frattempo abbiamo intervistato due esperti, da una parte chi ha trattato mele, potandole, sfoltendole e raccogliendole per decenni, e dall’altra chi le ha vendute all’ingrosso, durante una vita lavorativa. “La Pink Lady – ci racconta chi ha raccolto mele per trent’anni – non la danno a tutti, da piantare. Vi è un numero limitato di piante assegnate”. Usano controlli ispettivi per verificare che non siano in eccedenza. Le piante vanno impollinate e difese1. Si devono diradare in modo da lasciarne 70-80 per pianta, così come si devono sfogliare i rami per consentire al frutto di diventare bello rosso. E, in effetti, è una mela bellissima, rosata, succosa, croccante.

Una mela di proprietà dello Stato

Le sue particolarità non finiscono qui. Ad ogni morso che diamo alla Pink Lady retribuiamo legittimamente la filiera, ma sosteniamo soprattutto l’Australia. La mela è di proprietà del Ministero dell’agricoltura dello Stato australiano che ne ha concesso l’uso a una società privata. Quando mangiamo una Pink Lady, perciò, paghiamo i diritti all’Australia, proprio come vengono pagati i diritti d’autore, per uno stream di una canzone. Senza dubbio, rappresenta un fatto insolito che uno Stato sia proprietario di una mela. Oltre a ciò, si stanno comunque affermando le mele club, ossia mele di proprietà di qualcuno, per coltivarle ci si deve iscrivere al club. Sono brevettate, paghiamo le royalties alla proprietà ogni volta che le mangiamo o quando facciamo una torta di mele. “Ci sono almeno 7-8 tipi di mele uscite da poco, come l’Ambrosia, la Kanzi, la Modi, la Jazz, l’Evelina. I vivaisti che sperimentano, innestando con biancospino o melo cotogno, testano le nuove piante assegnando prima dei numeri, verificano come vanno sul mercato e, poi, se tutto va bene, nascono questi nomi affascinanti”, ci spiega l’esperto di ortofrutta che ha gestito per quarant’anni la rete nazionale dell’ingrosso ortofrutticolo. “Sono mele bellissime, d’altra parte ormai si mangia prima con gli occhi che con la bocca. Una volta, c’erano mele come l’Abbondanza che si teneva mesi e mesi nelle cantine, prima anche nelle stalle e nei fienili, buonissima, ma bruttina, piccola, e non è più andata sul mercato”. Ci descrive ogni mela con aggettivi meravigliosi, arrotondando le lettere mentre li pronuncia, ci fa riflettere sulla bellezza e sulla unicità di ogni frutto. Tant’è vero che ora non riusciamo più a guardarle come semplici mele. 

La legge delle mele

La Norma per la mela, cioè il Regolamento della Commissione europea che stabilisce la norma di commercializzazione applicabile alle mele, del 15 gennaio 2004, riconosce che “alcune mele possono essere commercializzate con la denominazione commerciale per la quale è stata chiesta la protezione in uno o più Paesi”. Legittima così il proliferare di questi nomi molto evocativi, esotici o succulenti, in luogo della semplice varietà.

Tra nomi d’origine e nomi d’arte, la mela si conferma un prodotto molto forte sul mercato italiano, ma anche internazionale. In tempo di pandemia, ha saputo soppiantare anche buonissimi frutti tipicamente estivi, come le pesche. In particolare, la carenza di frutta di stagione la scorsa estate ha consentito di esaurire le scorte residue di mele della campagna precedente, in modo che il nuovo raccolto risultasse attesissimo sul mercato.

14 Miliardi di mele

Nel 2020 un prodotto di 2,1 milioni di tonnellate2 ha consentito alla mela prodotta in Italia di sostituire anche quella spagnola e francese, un po’ in sofferenza di produzione. Il primo nostro compratore si conferma la Germania che copre oltre un terzo delle nostre esportazioni. Poi, a sorpresa si posiziona l’Egitto. Anche l’Arabia Saudita è un grande importatore di mele nostrane. Soprattutto negli ultimi anni, questi sono Paesi extra Ue che hanno anche quadruplicato la loro richiesta di mele. Per quanto riguarda le quotazioni, la mela esportata vale mediamente 1 euro al chilogrammo. I prezzi per il mercato domestico variano dal minimo di 0,43 della Stark delicious a 1,53 della Cripps Pink (fonte Ismea). Nel nostro discount le abbiamo, perciò, ritrovate a 0,99 le più economiche, le Golden in sacchetto, fino a 2,48 euro al chilo per la Pink Lady (Cripps Pink). Al produttore vengono garantiti dai 20 ai 40 centesimi al chilogrammo prima della raccolta, “poi si vede” che molto spesso significa che quelli sono, non un centesimo in più.

In termini quantitativi, come produttori europei, siamo secondi solo alla Polonia la cui produzione viaggia sui 4 milioni di tonnellate, mentre a livello mondiale è il Cile a confermarsi il maggior esportatore, sia verso gli Stati Uniti, ma anche verso l’Italia. 

I continui progressi tecnologici nella conservazione in atmosfera controllata consentono alle mele di essere disponibili fino a 6-8 mesi dopo la loro raccolta. Si è perciò trasformato in un bene semi-conservabile, immagazzinabile e poi vendibile in qualsiasi momento. Dentro frigo e fuori frigo, non mancano infatti viaggi tra le diverse temperature, ma neanche i frequenti bagni: vengono lavorate nell’acqua e nelle vasche in cui galleggiano sapientemente, essendo costituite in parte da aria. E se anche i frigo vengono sempre più spesso soppiantati da artifici più “ammiccanti” come le pseudo-grotte, gli effetti collaterali non mancano, soprattutto di questi caroselli di temperatura. 

E torniamo alle nostre mele acquistate il 16 marzo. Il 3 aprile, cioè a distanza di 18 giorni, una delle nostre mele è completamente marcia e un’altra lo è per metà. Per entrambe il processo è cominciato a una settimana dall’acquisto, a partire da una piccola macchia/raggrinzimento vicino al picciolo. La prima è una Red Delicious di grande calibro, pagata 1,49 euro al chilo, l’altra una Fuji a 1,25 (in sacchetto, categoria I), perciò si tratta di due mele di diversa varietà e anche calibro. Al contrario, una Fuji di categoria extra che sembra la mela di Biancaneve, una Renetta e una Granny Smith (che sembra finta, fuori dal tempo) si sono conservate perfettamente, senza nemmeno una ruga. Bellissime.

1Per essere impollinate le piante hanno ormai bisogno che gli apicoltori portino le loro domestiche nelle zone coltivate per fare avvenire l’impollinazione che, appunto, non avviene più grazie alle api selvatiche e ad altri insetti impollinatori. Non a caso nei nuovi frutteti si incentivano la realizzazione di siepi e di strisce d’erba per favorire il proliferare di animali utili. Dalla cincia o il riccio che si nutrono di larve di insetti che infestano, alla coccinella che si nutre fino di cento afidi al giorno, così come il pipistrello. Analogamente si cerca di favorire la presenza di api e farfalle per l’impollinazione.

2Assomela