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Locride, la tela del ragno: ospedali e case della salute

di Alessandro Zenti

Negli ultimi giorni ci sono state notizie che hanno focalizzato ancora di più l’attenzione sulla situazione della sanità della locride. L’ultima riguarda la dottoressa arrestata in ospedale per concussione, avrebbe incassato circa 4mila euro per un certificato falso.

Abbiamo deciso di andare a vedere da vicino cosa accade. Ed ecco la nostra inchiesta, corredata da un’intervista che abbiamo voluto riportare per testimoniare l’impegno di chi, in Calabria, si batte per la legalità e la sanità. Il tutto non prima di aver compiuto un intero giorno di viaggio: 450 chilometri, Calabria-Basilicata, con Trenitalia, 10 ore e 35 minuti.

Ospedale di Locri

Lospedale di Locri si presenta in maniera piuttosto decadente. Purtroppo non abbiamo potuto dare uno sguardo all’interno perché siamo stati allontanati, ci è stato vietato l’ingresso dal personale di sorveglianza abbastanza nervoso che ripeteva in maniera automatica “fate la richiesta e fatevi autorizzare”. Tutta questa situazione sembrerebbe scaturire da una visita al nosocomio che il sindaco Giovanni Calabrese ha fatto tempo fa, a cui ha fatto seguire delle dichiarazioni che poco sono piaciute al direttore sanitario. Successivamente il direttore sanitario della struttura, Domenico Fortugno, con la disposizione 479/DSH che sembrerebbe proprio una “reazione”, mette di fatto al bando dall’ospedale locrese il sindaco e i giornalisti, per questioni di “tutela della privacy”. Nelle ultime ore Fortugno è stato ufficialmente sollevato dall’incarico perché “non ha attivato i posti Covid” e alla direzione sanitaria ospedaliera arriva adesso il dottor Giuseppe D’Ascoli, già vicedirettore e responsabile del servizio di medicina preventiva (ndr).

L’11 giugno si è avuto la caduta del controsoffitto del Pronto soccorso, non si sono registrati feriti, perché al momento del crollo per fortuna non c’era nessuno. Dalla prima ricostruzione pare che ci siano state forti infiltrazioni di acqua che ne hanno causato il cedimento.

Lospedale di Gerace anch’esso appare abbastanza fatiscente, mai aperto, una vera e propria cattedrale nel deserto. Dall’ingresso, nonostante l’erba alta, si scorgono bene i colori sbiaditi e i segni del tempo. La struttura nasce nel 1974, sequestrata fino al 1994. L’idea di fondo era quella di creare l’unico centro di eccellenza dell’Italia meridionale per lungodegenza, riabilitazione e day hospital sul modello dell’Antonini di Firenze. Nonostante sia attigua alla casa del procuratore Gratteri, la struttura è stata oggetto in passato di furti. “Oggi non più perché un po’ ovunque ci sono militari”, ci dice un residente, infatti nei pressi dell’ospedale incontriamo un presidio delle Forze armate.

Lospedale di Siderno, dai colori sbiaditi, un alveare di dimensioni importanti lambisce una delle finestre dello stabile. Salgo i gradini e vado a vedere l’hospice, ambiente spoglio, solo un estintore, il pavimento e logoro e lercio con delle chiazze frastagliate. Continuando nel salire i piani dell’edificio, arrivo all’ultimo, il soffitto è in pessime condizioni.

Sulla questione della sanità calabrese abbiamo intervistato Sasà Albanese del Comitato per la Casa della Salute di Siderno

Com’è nato il comitato?

“Il tutto è partito da un’iniziativa mia, poi si sono aggregate altre persone, abbiamo coinvolto le parti politiche di qualunque colore perché era una battaglia di principio, di merito, non doveva avere declinazioni di parte. Era un paese che doveva votare, abbiamo incluso tutti i candidati a sindaco, così abbiamo fatto un comitato unitario, per dire siamo tutti insieme nel chiedere Sanità pubblica. Poi, a questa battaglia si sono affiancati anche pezzi di Istituzioni, i commissari che abbiamo a Siderno, il vescovo, sono arrivati i giornalisti, i candidati alla Presidenza di regione, Tanzi e De Magistris. Per la verità, di quelli interessati alle questioni regionali sono venuti Tanzi e De Magistris e qualche consigliere in carica che non sapeva che ci fosse un problema sanitario e allora l’ha scoperto con noi. E non appena c’è stata la sostituzione dei vecchi commissari, nel mese di febbraio, con l’insediamento del nuovo, il primo atto è stato lo sblocco della pratica della casa della salute di Siderno. Ha firmato tutti gli atti, l’ufficio tecnico dell’ASP doveva trovare le linee guida con Invitalia perché, per fare la gara, bisognava inserirvi una società ad hoc e in questo caso è Invitalia, la stessa di cui è amministratore delegato il famoso Arcuri”. 

Può farci un quadro della situazione sanitaria calabrese?

Siamo partiti con una battaglia per far riaprire un ospedale che abbiamo a Siderno che, sino a dieci anni fa, funzionava e aveva anche delle eccellenze, c’era un reparto di oncologia che funzionava benissimo, uno di urologia, c’era una maternità.

Il problema allepoca qual era? 

C’erano dei doppioni, tu trovavi il reparto di maternità a Siderno e a Locri, trovavi il reparto di urologia a Siderno e Locri. Era insostenibile come modello, quelli erano i sistemi ospedalieri nati negli anni ‘60/70, della cultura un po’ campanilistica, vi erano le lotte di ogni territorio per avere il proprio ospedale. Quando, poi, è scoppiato il problema della sanità pubblica in Calabria ed è venuto fuori il forte indebitamento, si è fatta un’operazione, decidendo di chiudere una serie di ospedali tra cui Siderno e stiamo parlando di 18 ospedali in Calabria. L’impegno dell’epoca, nel 2010, ovvero quando è stata proposta la chiusura, è stato quello di riconvertire la sanità calabrese e ricostruire l’offerta sanitaria attraverso il potenziamento dei presidi ospedalieri. Per quanto riguarda la locride, bisognava intervenire con finanziamenti sull’ospedale di Locri, mentre l’ospedale di Siderno doveva essere riconvertito in casa della salute.

Sono stanziati fondi per la sanità?

All’arrivo del Covid noi ci siamo interessati di questa vicenda e abbiamo scoperto che, per l’ospedale di Siderno, erano stati finanziati 9.760.000€ per la riconversione in casa della salute, dal 2013, fermi, non erano stati fatti gli atti. Negli anni ci sono stati accordi di programma e non si è mosso nulla. Poi, noi abbiamo messo in moto una manifestazione, tutte le domeniche un presidio davanti all’ospedale, abbiamo coinvolto il vescovo. Questi 9.760.000€ facevano parte di un pacchetto di un miliardo e mezzo, e oltre. Infatti, nel 2013 sono stati impegnati un miliardo e mezzo di euro in Calabria per la sanità, erano fondi strutturali, sono stati bloccati con una destinazione, bisognava realizzare tre grandi hub ospedalieri, uno in provincia di Vibo Valentia, uno a Corigliano, uno a Palmi: per questi grandi ospedali sono stati impiegati all’incirca 500.000.000€. Dei 18 presidi ospedalieri chiusi, 10 erano stati immaginati da riconvertire in case della salute e, per ognuna di esse, c’era una posta economica: Siderno aveva 9.760.000€, Scilla quasi 9.000.000, Cariati 8.500.000, Taurianova ne aveva altri e così via. A questi, si aggiungono altri fondi destinati per il miglioramento dei presidi ospedalieri rimasti nella rete ospedaliera: Locri, Polistena, Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza.

Quale cifra siete riusciti a far sbloccare?

Di un miliardo e mezzo di euro si è riusciti a mettere in moto dopo tanti anni (quasi dieci) solo la cifra di Siderno vale a dire i 9.760.000€, per questa è stata imbastita tutta la procedura che doveva partire il 19 aprile, con la gara, poi ci sono stati ritardi tecnici e uscirà il bando tra pochi giorni. Per il resto non si è speso nulla. Locri ha un finanziamento di quasi 15.000.000 di euro per sistemare una struttura che è decadente. Un ospedale che va rimesso a posto, c’è un mare di servizi che vanno implementati. Tutti gli ospedali in Calabria, tranne qualche eccezione, sono più o meno in queste condizioni. Oggi sono andato a Oppido Mamertina, ci siamo recati a vedere l’ospedale, dieci anni fa ero stato lì con un senatore, presidente della commissione bicamerale sanità. All’epoca siamo entrati nella parte nuova dell’ospedale in costruzione, salendo le scale in cemento che erano ancora in costruzione, con i tavolacci per passamano e per terra c’erano tavole. Percorrevi un corridoio tra i calcinacci, poi aprivi una porta ed entravi in una sala operatoria di ultima generazione. Così era dieci anni fa, così l’ho trovata oggi, dopo dieci anni. Un anno fa, invece, a Locri sono andato con un mio parente in una sala per fare la risonanza, anche in quel caso siamo passati attraverso un cantiere.

Cosa succede a questi fondi? 

L’altro giorno l’ASP di Reggio Calabria ha licenziato un pagamento di 550.000 euro per un intervento da fare nella struttura: è stato pagato il progetto ma l’intervento non è mai stato fatto. Ci sono cose da raccontare che vanno al di là delle condizioni della struttura stessa. C’è una ruberia diffusa perché tu, oggi, dopo dieci anni, non puoi pagare somme di questo tipo per progetti che non hanno mai visto la luce. Siamo in questa fase, si è stati commissariati nel 2016, da quel momento è il governo che nomina un commissario alla sanità, il quale ha anche poteri che vanno al di là dell’ordinario, però poi per funzionare deve avvalersi del personale che trova nelle strutture tra la Regione Calabria e il personale che lavora nelle Asl. Alle volte vengono nominati consulenti esterni cosiddetti “manager di lungo corso” che quando se ne vanno, dopo dieci anni, ritroviamo l’indebitamento aumentato.

Ci costano tanto, ma noi ora stiamo parlando di un miliardo e mezzo di euro di soldi disponibili che non vengono spesi: c’è un Responsabile Unico del Procedimento, un altro dirigente della Regione Calabria che ha la competenza e la responsabilità dei tre grandi ospedali per i quali, in dieci anni, non abbiamo messo un mattone.

Chi ne trae beneficio?

Bisogna capire che in tutto questo abbiamo una sanità pubblica che si riduce sempre più come offerta sanitaria e, per contro, una privata che cresce. Poi, viene fuori lo scandalo dei privati, alcuni anche di eccellenza come erogazione di servizi: si scopre che, in alcuni casi, paghino due volte o tre volte le fatture. I privati lievitano e il pubblico non riesce a fare un passo in avanti, neanche in questo anno di pandemia, durante il quale, in Calabria, si sono aperte diverse situazioni di lotta, sono nati diversi comitati, diverse realtà hanno posto al centro la questione specifica. L’unica conquista che, però, non è ancora concreta è questo impegno di mandare a gara i lavori per la realizzazione della casa della salute di Siderno. Dovrebbero finirla tra 3 anni.

Tutto questo cosa ha comportato?

Intanto i servizi si sono ridotti perché gran parte del personale oggi è anche impegnato nel sistema delle vaccinazioni. Qualche mese fa, la Regione ha consegnato in pompa magna tre risonanze magnetiche, agli ospedali di Polistena, Locri e Melito Porto Salvo, risonanze magnetiche che sono chiuse in uno sgabuzzino perché non hanno il personale per gestirle. Per fare un laboratorio, ad esempio, di Radiologia, devi avere un radiologo, quindi prima devi assumere un radiologo, altrimenti il laboratorio non ti serve. Qui sta succedendo il contrario. Non si predispone l’atto aziendale per metterci il personale di cui si ha bisogno e ci si ritrova con macchinari che ci sono, ma che non funzionano perché manca il personale. Succede anche il contrario: il personale c’è, ma non fa nulla perché non ha i macchinari.

Per quanto riguarda la casa della salute di Siderno?

Nella casa della salute di Siderno, c’è in questo momento, prima che si completi la situazione, un embrione di servizi: abbiamo l’oculista ma non ha nessuno strumento per fare l’oculista, abbiamo un cardiologo ma non ha gli strumenti per fare i controlli cardiologici. Abbiamo avuto un incontro con la responsabile del distretto qualche settimana fa e ci poneva davanti a questa situazione abnorme: l’avere una serie di specialisti disponibili poco, due ore ogni 10 giorni, un’ora ogni 15 giorni, e noi poi chiediamo l’implementazione, ma cosa chiediamo a fare l’implementazione delle ore, se non hanno gli strumenti? Conviene prima fare una battaglia per avere gli strumenti, ma stiamo comunque sbattendo contro muri di gomma. Fino a qualche mese fa, avevamo nell’ASP di Reggio Calabria tre prefetti nominati dal governo perché l’Asp di Reggio Calabria era stata sciolta per infiltrazioni mafiose. Il capo era un certo Meloni che veniva dalla Sardegna, arrivava una volta ogni 15 giorni a Reggio, non ha mai firmato un atto, a quanto mi risulta. Tra l’altro, alcuni erano anche prefetti in pensione. Noi ci troviamo in una situazione dove, se la politica non riprende il suo ruolo di governo finalizzato ad offrire servizi, noi siamo prigionieri di una burocrazia che non risponde a nessuno.

Come immaginate la Casa della Salute di Siderno?

Bisogna intervenire sull’ospedale per renderlo efficiente, con i servizi specialistici, e bisogna costruire questo contenitore “casa della salute” per avere la medicina di territorio perché casa della salute significa anche avere unità mobili che possano far visita a domicilio, mettere insieme i medici di medicina generale e dotarli di un laboratorio analisi, di un laboratorio di radiologia, così il paziente invece di andare in ospedale, va nella casa della salute, poi, ne esce o con una cura o curato con una diagnosi e, comunque, poi la struttura deve accompagnarlo verso la specialistica. Oggi, invece, qui succede che, non avendo i presidi di medicina del territorio, l’unico punto è l’ospedale di Locri in un territorio di 145.000 abitanti, per qualunque cosa si finisce là e, poi, ci si trova in una situazione di imbuto perché la struttura non è in grado di reggere. 

A che punto siamo con commissariamento della sanità oggi?

Ho incontrato anche Longo che è il nuovo commissario (da novembre) in Calabria, per lui tutto si declinava in “il problema della sanità in Calabria è la ndrangheta” e ha anche ragione che c’è la ndrangheta, perché dietro un sistema pubblico che non funziona c’è una ndrangheta che si annida nel sistema privato e su questo non c’è dubbio. Ma bisogna offrire anche delle soluzioni, non basta che si gridi che c’è la ndrangheta. Ci sono anche gruppi di potere, queste cliniche private legate alla degenerazione della politica, perché spesso molte cliniche private sono strumenti per raccogliere voti ed eleggono consiglieri regionali che fanno le convenzioni, un sistema che si autoalimenta. La cosa più grave è questa. In Calabria abbiamo centomila problemi che non possiamo risolvere perché non abbiamo soldi, per esempio, stasera sono tornato da un paese alle pendici dell’Aspromonte, per andare all’altro paese vicino, ci si impiega mezz’ora e le persone facevano notare che l’unica cosa che il governo ha pensato di inserire nel Recovery sembra essere il finanziamento del Ponte sullo stretto. Ed ecco la cosa più grave: per la sanità calabrese la questione si rovescia, abbiamo i soldi e non vengono spesi. Non solo, se non si muovono, c’è il rischio di perderli perché i fondi strutturali, dopo un certo periodo, l’Europa li può rimodulare e potrebbe decidere di assegnarli ai Paesi che li spendono.

Che cos’è il fenomeno della migrazione sanitaria in Calabria?

Quasi 300.000.000€ l’anno finiscono in migrazione sanitaria, questo per il conto di perequazione: lo Stato, quando distribuisce i soldi alle regioni, da quelli per la Calabria deve toglierne una parte per darli alle regioni che hanno curato i cittadini calabresi. Per cui una parte di queste risorse finisce in migrazione sanitaria, un’altra fetta finisce nel calderone dei privati attraverso le convenzioni. L’ASP di Reggio Calabria, ma anche quella di Cosenza, ha miliardi di debiti ma nessuno li certifica perché sono anni che non fanno neanche la rendicontazione e i bilanci, siamo in un magma, con l’aggravante che, in questo periodo, si sono ancora ridotti i servizi per via del Covid e tanta gente non sa dove andare a curarsi. Il rischio è che noi non saremo mai in grado di quantificare questa enorme massa di problemi che sono legati ad una sanità che non funziona. 

Com’è la situazione sullospedale di Locri?


Per l’ospedale di Locri c’è una situazione molto pesante: anche quelli che hanno voglia di lavorare in condizioni precarie perché non hanno le materie prime minime o non hanno la strumentazione adatta, rischiano di non poter reggere alla pressione che arriva dal territorio. Negli ultimi tempi sono stati aggrediti diversi infermieri e qualche medico. Il nodo principale da mettere in chiaro in questa denuncia, in questa attenzione che si dà alla sanità calabrese, è quello di denunciare il fatto che, per una volta, la Calabria ha le risorse ma non vengono utilizzate. In una situazione in cui la casa sta crollando, i soldi sono tenuti sotto il mattone, con il rischio che li perdiamo.

Sulle tensioni che sfociano in violenza, riportiamo anche il contenuto di una conversazione avuta il 6 giugno con un autista di autobus, mentre ci accompagnava a destinazione.

“All’ospedale di Locri, in passato, ci sono stati anche omicidi di operatori sanitari, come Girolamo Marino, primario facente funzioni del Reparto di Chirurgia dell’Ospedale di Locri, ucciso in un agguato il 22 ottobre 1988 e, successivamente, il 20 Marzo 1993 è stato ucciso Domenico Nicolò Pandolfo, primario neurochirurgo. C’è un clima esasperato, alcuni anni fa c’è stato l’omicidio di un primario perché una signora che doveva partorire è morta durante il parto, il marito ha sparato al primario, poi, c’è stato l’omicidio eccellente Fortugno che era anche un po’ collegato a queste dinamiche sanitarie. I carabinieri e la polizia, al pronto soccorso di Locri, sono chiamati un giorno sì e l’altro pure”. 

Concludiamo l’inchiesta con un focus su una pratica che oggi sembra molto diffusa in ambito socio-sanitario


Il “pizzo” sugli arretrati della pensione

Negli ultimi giorni ci sono state notizie che hanno focalizzato ancora di più l’attenzione sulla situazione della sanità della locride. L’ultima riguarda la dottoressa arrestata in ospedale per concussione, avrebbe incassato circa 4mila euro per un certificato falso. Questa è solo una delle storie venuta a galla, in realtà – racconta Sasà Albanese – è un costume molto diffuso, è un meccanismo che dura da anni, quasi tutti quelli che hanno diritto a pensioni o a reversibilità o hanno problemi di malattie e devono ricevere aiuto dallo Stato hanno bisogno di fare queste pratiche. E si crea una sorta di filiera. Alcuni medici e non solo loro, ma anche i CAF o tanti soggetti di servizio, si mettono in mezzo per fare le pratiche e, poi arriva il giorno in cui dicono “la pratica è bloccata, è ferma”, per oliare serve qualcosa. Siccome sanno già più o meno quanto spetterebbe al paziente, al soggetto, allora gli chiedono dal 50 al 70 – 80% di tutto quello che è larretrato. Un esempio di questo sistema? Mia madre ha novant’anni e non ha nessuna autonomia, non ha né l’accompagnatore né niente, perché c’è una pratica ferma. Tre anni fa ci hanno detto che se davamo 7 mila euro sarebbe stata subito sbloccata. Non ci è arrivata la richiesta scritta altrimenti si poteva pure denunziare. E ora, dopo tre anni, siamo ancora fermi e non le hanno riconosciuto l’accompagnamento. Dall’altra parte, ci sono tante persone che non hanno diritto che, invece, pagando, ottengono certificazioni di finte malattie o di finte condizioni e hanno i benefici del caso. C’è un sistema che ha una doppia lettura, da una parte quelli che hanno diritto che, se non pagano, non si vedono riconosciuto il diritto, dall’altra, gente che paga e non ha diritto e si vede riconosciuto un diritto che non gli spetta. È molto diffusa questa pratica ma non credo solo nella locride. E’ un malcostume che, purtroppo, in questo territorio della locride è diventato pratica, anche in virtù del fatto che una volta nella locride c’erano le commissioni mediche e oggi non ci sono più perché nelle commissioni mediche ci poteva essere qualcuno che caldeggiava la pratica e si poteva mettere d’accordo, però in una commissione c’era anche chi valutava le carte. Invece questi Ctu, consulenti tecnici d’ufficio, che agiscono, diciamo, in solitudine diventano i veri titolari della pratica, quelli che poi decidono se è sì o no. Questa è la punta dell’Iceberg di un sistema malato, se non corrotto, molto diffuso”.

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