
L’asfalto che non perdona
18 Gennaio 2026Milano-Cortina 2026: atlete di Iran e Ucraina
Abbiamo intervistato due atlete che provengono da Paesi attraversati da violenza e guerra Yelyzaveta Sydorko, atleta ucraina di short track, e la fondista iraniana Samaneh Beyrami Baher. Ecco per loro cosa significa il peso di una bandiera.
Ekecheiriaera l’antica tregua greca, un cessate il fuoco proclamato per i Giochi Olimpici che spostava la competizione su un terreno neutro. Milano-Cortina 2026 si svolgerà, invece, in un mondo attraversato da crisi sempre più numerose: una guerra nel cuore dell’Europa che entrerà nel suo quarto anno proprio nei giorni dei Giochi, immagini che sembrano provenire da una distopia orwelliana ma che, sfidando regimi, giungono fino a noi e gravi crisi che mettono all’angolo il diritto internazionale.
ll dibattito sulla partecipazione degli atleti russi e bielorussi ha occupato gran parte dello spazio mediatico, mentre sullo sfondo resta la dimensione umana di chi realizzerà il sogno di una vita ma con il pensiero rivolto ai connazionali rimasti a casa che faranno il tifo intrecciando la speranza della vittoria sportiva a quella, ben più grande, della libertà.
Per Kiev, in questi anni, lo sport è diventato anche uno strumento simbolico e di resistenza. È il caso di Yelyzaveta Sydorko, atleta ucraina di short track – pattinaggio di velocità – che detiene il titolo di Master of Sport in Ucraina. È reduce dai Campionati Europei disputati in questi giorni, mentre la guerra continua inevitabilmente a segnare ogni aspetto della sua vita quotidiana e di quella del suo Paese.

“Le Olimpiadi invernali del 2026 si svolgeranno in concomitanza con il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. Che effetto fa gareggiare in un evento così importante in un momento tanto difficile per il Paese che rappresenti e cosa rappresentano per te questi Giochi Olimpici?”
«Partecipare alle Olimpiadi significa anche mostrare la forza dell’Ucraina», racconta. «Dimostrare che continuiamo a lottare, non solo al fronte. Che siamo ancora forti e crediamo in un futuro migliore facendo tutto il possibile per questo. Sono orgogliosa di avere questa opportunità».
Un orgoglio che si intreccia con la storia personale “Soprattutto pensando a mio padre che difende l’Ucraina in prima linea e può essere orgoglioso di sua figlia”.
“Pensi che lo sport possa aiutare le persone nei momenti difficili? Quanto ha aiutato te, in questo periodo?”
«Per un momento ti permette di astrarti da ciò che accade intorno. Ti costringe a pensare anche a te stessa, alla tua salute, a chi sei. La disciplina e la forza contano, ma in gara è soprattutto la volontà di lottare, di mostrare al mondo cosa puoi fare e quanto vali».
«Spero che la mia partecipazione possa ispirare qualcuno in Ucraina», conclude. «Magari un momento di orgoglio, magari la motivazione per iniziare a fare sport anche in un periodo così difficile e mostrare al mondo chi sei».
Diverso, ma non meno complesso, il contesto iraniano. L’Iran arriva a Milano-Cortina mentre il paese attraversa tensioni profonde che hanno portato a migliaia di morti in pochissimi giorni a causa della dura repressione che sempre più ne complica il quadro politico internazionale.
Samaneh Beyrami Baher, fondista iraniana che, quando non è sulle piste è Dottoressa magistrale in architettura, si è qualificata per la sua seconda Olimpiade. Cresciuta vivendo e allenandosi in Iran, da qualche mese calca le piste del sud della Spagna e del nord Italia per prepararsi al meglio a Milano-Cortina 2026 che, ci dice essere, molto più che una competizione sportiva per lei che ogni anno festeggia il suo compleanno con un duro allenamento dove tenta di battere il record del compleanno precedente.

“Cosa sono per te le Olimpiadi?”
«Per me le Olimpiadi sono molto più di una competizione. Sono il risultato di molti anni di duro allenamento, disciplina, sacrificio e scelte di vita incentrate sullo sport. Ho dedicato gran parte della mia vita a questo obiettivo. Ogni volta che mi trovo sulla linea di partenza, ricordo l’intero viaggio — le sfide, le battute d’arresto, i momenti di ricostruzione e il sostegno che ho ricevuto».
“Gareggiare in un evento come le Olimpiadi significa sentire una grande responsabilità, ma anche orgoglio e gratitudine», con la consapevolezza di rappresentare non solo sé stessa, ma «la resilienza e i sogni di molte persone che continuano a credere in un futuro migliore».
«Lo sport è sempre stato per me un simbolo di speranza, pace e connessione tra le persone», racconta. È un linguaggio universale che collega le culture e unisce le persone attraverso il rispetto e la competizione leale. Anche piccoli momenti di ispirazione possono creare energia positiva e speranza nella società» continua lei.
“C’è un messaggio che vorresti inviare ai giovani iraniani, in particolare alle giovani donne, attraverso la tua partecipazione ai Giochi Olimpici?”
«Credere nelle proprie capacità e di non rinunciare mai ai propri sogni. Il percorso non sempre è facile, ma la pazienza, il duro lavoro e la fiducia in sé stessi possono aprire molte porte. Spero che la mia partecipazione ai Giochi Olimpici dimostri che con impegno e passione è possibile trasformare i limiti in opportunità» e aggiunge «lo sport mi ha insegnato che il fallimento non è la fine, ma una parte necessaria della crescita».
Milano-Cortina 2026 sarà ricordata, purtroppo, anche per tutto ciò che, parallelamente, accadrà nel resto del mondo negli stessi momenti in cui festeggeremo o ci arrabbieremo per un traguardo raggiunto o per un tempo mancato.
Non è lo sport a risolvere le crisi internazionali, non è certo questo il suo ruolo. Eppure, riesce in qualcosa che va ben oltre l’atto agonistico in sé: ci ricorda di credere nelle nostre capacità, ci insegna ad accettare il fallimento e, soprattutto, ci mostra che, pur provenendo dagli angoli più lontani e diversi del mondo, i sogni che coltiviamo sono spesso gli stessi.
Ma in queste Olimpiadi, più di altre, tra una partenza e un traguardo, sarà inevitabile pensare a ciò che resta fuori dall’inquadratura; alle persone che guarderanno quelle stesse gare facendo il tifo da rifugi, da case senza luce o interrotti da una sirena anti missile, o a chi non avrà modo di guardarle perché impegnato a lottare affinché il suo Paese non venga dimenticato e ricordandoci che non basta chiudere internet per zittire un popolo.






