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Nel ventre della banca

In rosso, congelato, in flusso, molto liquido, fallito. I nuovi volti del denaro 

È lunedì mattina, 1 febbraio. Scegliamo di visitare due filiali di banca. La prima è in un quartiere popolare a nord ovest di Bologna, la clientela è costituita soprattutto da clienti privati, per lo più anziani. “Sono venuta a vedere se mi è arrivata la pensione perché il mese scorso mi è arrivata due giorni dopo, ho dovuto aspettare per pagare due bollette che stavano scadendo. Adesso voglio essere sicura che mi abbiano pagata il primo del mese”, sopracciglio semisollevato e carrellino della spesa a scacchi pronto per essere scarrozzato per il quartiere dalla pensionata bella piantata. 

Nel ventre della banca

Il direttore ci riceve e ci racconta la sua banca. “Ormai chi ha davvero tanto bisogno, non viene più da noi. Sa che non otterrà nulla, perciò non perde tempo”. È una delle prime cose che ci dice e forse rappresenta il grande cambiamento. Chi non ha denaro, nemmeno la frequenta più la banca. E immediatamente pensiamo alle alternative per chi si sente un limone già spremuto, non ci vengono in mente situazioni rassicuranti. 

Che cosa succede in banca? Chiediamo al direttore di filiale che scegliamo di chiamare Mario, come un piccolo Draghi di quartiere, per come dimostra di vedere le cose in maniera chiara, dal suo forte di periferia. Prima ci racconta la banca italiana, poi il Paese che con questa banca si relaziona. “Il panorama degli istituti di credito è variegato per dimensioni e storicità. Per esempio, i crediti cooperativi sentono meno il problema degli esuberi di personale, mentre i grandi gruppi hanno il problema dei costi di personale, ma hanno più possibilità di fondi e di relazioni con la Banca Centrale Europea. Di sicuro le dimensioni sono importanti per ottenere economie di scala, per cui le fusioni sono utili soprattutto laddove non vi siano sovrapposizioni dimensionali. Sono importanti anche per assimilare una regolamentazione divenuta esorbitante e normative molto stringenti sui numeri e sui parametri”. 

Tra il 2009 e il 2018 gli sportelli bancari italiani si sono ridotti di circa 11.500 unità (-37%) e il numero dei dipendenti si è ridotto di circa 112 mila unità. Solo negli ultimi cinque anni, dal 2015 al 2019, il settore ha perso più di 6 mila sportelli, passando da 30.258 a 24.350, e 18 mila addetti (fonte BCE). In particolare, dal 2016 a gennaio 2021: in Emilia Romagna si è passati da 3800 filiali a 2373, a Bologna metropolitana da 688 filiali a 551.

“Per esempio tra i parametri da monitorare per valutare il cliente abbiamo quello dei flussi. Sono i movimenti a dirci lo stato di salute del cliente. Non più il patrimonio immobiliare”. “Ho una villa perché non mi dai i soldi? È quello che si domanda e ci domanda il cliente. Purtroppo non possiamo più considerare il patrimonio come un valore, almeno non come prima”. In effetti, i crediti ipotecari deteriorati in pancia alle banche sono tanti, i cosiddetti Npl (Non performing loans) rappresentano un problema tipico del sistema bancario italiano, con valori doppi rispetto alle banche europee (2020 compreso). 

“Chi è più in sofferenza in questo momento sono le persone come i dipendenti che sono i cassa integrazione, che magari avevano già un reddito basso e che, con la cassa integrazione, si è abbassato ulteriormente. Poi, c’è il commercio. Ci sono bar e ristoranti e l’abbigliamento che ha perso ormai tre intere stagioni”. “Per le imprese più strutturate, la grande liquidità sul piatto nell’immediato ha certamente aiutato. Le moratorie e i vari strumenti, la garanzia del fondo centrale per i 30 mila euro, hanno supportato. L’accesso al credito, in effetti, c’è stato”. “Credo che le grandi criticità si vedranno nei prossimi mesi, quando termineranno le moratorie e i crediti”. 

La novità del cattivo pagatore al primo rosso

La possibilità di congelare le rate di mutui e dei finanziamenti ha rappresentato uno scudo anche dalle segnalazione come “cattivo pagatore” in Centrale dei rischi. A tal riguardo non possiamo, però, non ricordare che la bruttissima tagliola è pronta a scattare, non appena la sospensione cesserà: paradossalmente è stata affilata proprio in questo periodo. Infatti, a partire da gennaio 2021 chi va in rosso diventa cattivo pagatore, per l’entrata in vigore del Regolamento Eba (Autorità bancaria europea). Più precisamente, lo sconfinamento dovrà superare la soglia di rilevanza: una soglia assoluta (100 euro per i privati e 500 per le imprese) e una relativa (l’1 % dell’esposizione complessiva nei confronti della banca); lo sconfinamento deve protrarsi per 90 giorni consecutivi. In tal modo si finisce classificati “a sofferenza” nella Centrale Rischi, per effetto di questa nuova definizione di default. Questa è la norma, anche se alla banca resta la discrezionalità di accettare gli sconfinamenti. I potenziali effetti negativi di queste nuove regole, sancite da una comunicazione prima di Natale, preoccupano molto anche chi si occupa ogni giorno di pignoramenti, esecuzioni e fallimenti. 

Fallimenti “mancanti”

Secondo le stime, e senza considerare gli effetti di queste ultime regole, “la contrazione del Pil registrata nel 2020 porterà a un aumento di circa 2.800 fallimenti entro il 2022. A questi potrebbero aggiungersi altri 3.700 fallimenti “mancanti” del 2020 che non si sono realizzati per gli effetti temporanei della moratoria e delle misure di sostegno” (Banca d’Italia). In pratica potrebbero esserci 6.500 fallimenti in più rispetto agli 11 mila verificatesi nel 2019 (+60%). Oltre alla moratoria sui fallimenti in vigore da inizio marzo a fine giugno, la Banca d’Italia segnala tra i motivi dei fallimenti “mancanti” il rallentamento generale dell’attività dei tribunali, in conseguenza alle misure di contenimento della pandemia. “Verissimo – ci conferma un giudice che si occupa della materia -, l’attività è stata rallentata dalle restrizioni per contenere il covid, anche solo i tempi della sanificazione delle aule e la necessità di non creare assembramenti per chi attende ha portato a programmare le udienze con una grande diluizione. Poi, a ciò si aggiunge il problema dei cancellieri. Se anche ci sono dieci giudici e dieci stanze a disposizione, se poi si hanno solo 3 cancellieri, si possono fare solo tre udienze. È un problema noto, riguarda tutto il territorio nazionale. Per fortuna è stato fatto il concorso per 2700 cancellieri e forse a breve avremo più personale”. I posti a concorso sono 136 unità solo a Bologna. 262 a Milano, 308 a Napoli, 242 a Roma e così nelle principali città. Al problema pandemia, si aggiunge perciò anche qualche disfunzione ordinaria. Per quanto riguarda i soli fallimenti che, come sappiamo, hanno riflessi sul sistema produttivo e finanziario significativamente superiori a quelli di una liquidazione volontaria o di altre modalità di uscita dal mercato, “la questione è particolarmente rilevante per il nostro Paese date le note disfunzioni del sistema di gestione delle crisi d’impresa e delle insolvenze. Le procedure fallimentari hanno durate molto elevate – la durata media dei fallimenti chiusi nel 2019 era pari a 7,5 anni – e consentono recuperi ridotti ai creditori, in particolare a quelli non garantiti” (fonte Banca d’Italia). 

La saggezza dell’imprenditrice

La seconda tappa la facciamo in una filiale di un Comune della prima cintura bolognese che ha tra la propria clientela anche tante piccole imprese. “È arrivato l’estratto conto: con gli interessi non abbiamo pagato neanche le spese del conto. I bolli li hanno presi dai soldi che avevamo messo da parte, in un librettino. Sono venuta a chiedere se li possiamo mettere in un altro modo”, la signora incontrata all’uscita della filiale ci spiega che il denaro costa poco e che in Germania, si sente dire, che addirittura si deve pagare per farsi tenere i soldi in conto corrente, ma non le importa perché tenacemente tornerà per mettere i soldi in modo da coprire almeno le spese fisse.  Incontriamo, poi, una imprenditrice che ha appena preso i moduli per i 30 mila euro. Ci racconta, trent’anni di attività con la famiglia. Avevano dei dipendenti, ma pian piano hanno dovuto rinunciare. “Siamo stati più volte tentati di fare il salto, di diventare un’impresa più grande, ma poi abbiamo scelto di trovare un equilibrio, come più piccoli”. “Questa scelta ci ha aiutati, forse la banca questa cosa l’ha valutata, ci ha considerati imprenditori prudenti, affidabili, poi avrà sempre guardato al flusso di incassi e pagamenti. Hanno anche visto che negli anni non abbiamo preso i soldi dell’azienda per metterli sul conto privato”. Sono queste alcune riflessioni espresse per raccontarci che hanno chiesto i 30 mila euro, garantiti dallo Stato, e li hanno avuti molto facilmente. “Non abbiamo dovuto presentare nulla, la banca sa tutto di noi, presentiamo ogni anno anche un bilancio preventivo, oltre a quello consuntivo”. “Questi soldi ci serviranno per pagare il trattamento di fine rapporto di un dipendente e per aggiustare un furgone”. “Avevamo valutato l’acquisto di un nuovo mezzo, ma costa troppo e poi si fa anche fatica a trovarlo come serve, ecologico, per entrare in centro storico, ma allo stesso tempo deve essere frigo e il mercato non offre molto in tal senso. Allora aggiustiamo quello che abbiamo”. Poi, torna ai 30 mila euro, da restituire in dieci anni a un tasso molto molto basso, dicendoci una cosa che ci induce a riflettere: “sono soldi che possono aiutare imprese che lavorano e che non hanno grandi problemi, non sono certo la soluzione per chi non ha lavorato in tutti questi mesi o per chi ha difficoltà serie. Penso a chi fa ristorazione, che ha perso fino all’80% del fatturato. Per ristoranti che avevano un certo giro parliamo anche di un milione in meno in un anno. Figuriamoci cosa possano significare 30 mila euro”.