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Davos 2023, i grandi assenti

Il mondo del business, della politica e degli intellettuali si riunisce per tracciare la rotta dell’economia, del clima e della sicurezza mondiale. Accade ogni anno, a gennaio, fra le montagne svizzere di Davos, dal 1971.

Per quasi tre decenni il simposio svizzero ha rappresentato l’esaltazione della globalizzazione, ne ha registrato, edizione per edizione, i risultati e i successi. È sotto la neve di Davos che le nuove democrazie dell’Europa dell’Est si sono approcciate all’economia liberale ed è sempre lì che i Paesi emergenti si sono guadagnati la visibilità e la credibilità nei confronti degli investitori e degli Stati di tutto il mondo. 

Davos, fine dell’era del multilateralismo

Quel contesto oggi non c’è più. La libera circolazione delle merci è rimasta intrappolata nella regnatela di ostacoli imprevedibili, come la pandemia e le tensioni geopolitiche internazionali. Sarebbe troppo ingenuo ridurre tutto al sangue sparso da Putin nel cuore dell’Europa. Ci sono intere filiere industriali che ancora soffrono gli effetti dei lockdown.

La Cina è sempre più lontane dall’Occidente. Stati Uniti ed Unione Europea si danno battaglia sui sussidi alle industrie ambientali (un tema questo che avevamo approfondito sul nostro giornale con grande anticipo, ormai due mesi fa).

I grandi assenti

Per tutti questi motivi il mosaico delle presenze e delle assenze agli eventi dell’edizione 2023 del Forum di Davos, non è trascurabile. Come non trascurabile è il titolo scelto dagli organizzatori per l’edizione che è andata in scena fra 16 e il 20 gennaio, ovvero “la cooperazione in un mondo frammentato”. Prevedibile l’assenza della Russia, nonostante fino al 2021 fosse fra le più influenti e benvenute al raduno, tanto che la Roscongress Foundation, organizzazione riconducibile a Vladimir Putin gode di un “memorandum di cooperazione” con il World Economic Forum, da ormai sei anni. L’assenza più evidente è quella della Cina. Sempre protagonista indiscussa nelle ultime edizioni a Davos. Dopo aver spremuto al massimo la globalizzazione e la libertà di commercio per accrescere la propria potenza economica e politica, si è distaccata dai partner storici occidentali. Ma sa di non poterne fare a meno. Per la prima volta, anche l’economia cinese rallenta e i ritmi di crescita del 3% fatti registrare quest’anno sono un segnale della necessità per Pechino di riallacciare i rapporti con l’Occidente.

Occidente grande assente all’appuntamento 2023

Unico a farsi vedere fra i leader del G7 è stato il tedesco Olaf Scholz. Persino il premier britannico Rishi Sunak ha glissato l’appuntamento, tradendo la tradizione secondo cui da Londra non si manca mai a Davos. Sulla stessa tendenza l’Italia, che non ha inviato delegati governativi. Presenti chi era più indigente di visibilità internazionale come la leader finlandese Sanna Marin o il greco Mitsotakis.

Emirati Arabi protagonisti del World Economic Forum

Gli osservatori più attenti, tuttavia, hanno notato la partecipazione massiccia, mai come quest’anno, di rappresentanti delle satrapie euroasiatiche e mediorientali in cerca di legittimazione globale. Su tutti hanno spiccato gli Emirati Arabi Uniti, che come scrive Federico Fubini: ‹‹a Davos non sono presentati come la monarchia assolutista che ospita il denaro sporco dei russi o permette ai russi di importare tecnologie di guerra. No, a Davos gli Emirati sono il Paese che ospiterà il prossimo vertice globale sul clima e per questo ha stretto un “accordo” con il World Economic Forum. Non si sa se e quanto paghi. Poco importa che il Paese sia appena stato declassato, da Reporter senza Frontiere, al 138esimo posto al mondo per libertà di stampa››.

Gli Emirati, protagonisti indiscussi del Forum, vogliono scrollarsi di dosso l’etichetta di potenza regionale legata esclusivamente al petrolio e all’extra-lusso, per accreditarsi come snodo nevralgico fra l’est e l’ovest del mondo, fra i produttori e i consumatori, in questo contesto di frammentazione, dove tutto è in divenire.

Davos 2023, torna il bilateralismo

Davos 2023 è la testimonianza più lampante di come le grandi potenze abbiano deciso di mettere in soffitta l’era del multilateralismo, per tornare a un più riparato bilateralismo. Davos è sempre stato il salotto della globalizzazione, ma in questi giorni si è parlato di off-shoring, re-shoring, near-shoring e friend-shoring, ovvero di riportare la produzione fra i propri confini o fra quelli di Paesi amici. E questo non solo per motivi economici, ma soprattutto politici. La nuova globalizzazione non risponde più a ragioni puramente economiche, ma anche al tentativo di tutelarsi da tensioni geopolitiche. Scopriremo nei prossimi mesi, se questa tendenza tenderà a consolidarsi o se torneremo al mondo che avevamo conosciuto sino a pochi anni fa.

Una cosa è certa: le risposte, molto probabilmente, non arriveranno da Davos.