Esodo, 1947 l’addio alle proprie terre sottomesse, in scena a teatro

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Esodo, 1947 l’addio alle proprie terre sottomesse, in scena a teatro

Con il trattato di Pace del 1947 l’Italia perse territori dell’Istria e della fascia costiera, circa trecentomila persone scelsero, piuttosto che essere sottomessi, di andarsene. Di questo dolore e di queste vicende tratta l’opera di Cristicchi. Lo spettacolo si è tenuto l’8 marzo, al Teatro del Giglio di Lucca.

“Da quella volta non l’ho rivista più. Cosa sarà della mia città? Ho visto il mondo e mi domando se sarei lo stesso, se fossi ancora là. Non so perché stasera penso a te, strada fiorita della gioventù…”

1947, la canzone di Sergio Endrigo

Questi sono alcuni versi della canzone – 1947 – che Sergio Endrigo scrisse circa un ventennio dopo questa data, che cambiò drammaticamente la vita sua e dei molti profughi giuliani e dalmati che furono costretti a abbandonare la natia Pola, passata alla Jugoslavia a causa degli esiti della sconfitta italiana, nella Seconda Guerra Mondiale. All’epoca dei fatti il cantautore aveva 14 anni.

Proprio di questo Simone Cristicchi ha voluto scrivere e raccontare nel suo intenso monologo che si sviluppa attraverso tali tragiche vicende. “Pensate di dover all’improvviso abbandonare la vostra casa, il vostro quartiere, la vostra città, il vostro tutto per andare incontro all’ignoto…”. Queste le prime parole che ci introducono prendendoci per mano, in una narrazione dolorosa, quanto necessaria, di una pagina della storia d’Italia nell’esodo che interessò nel nostro Novecento, istriani, fiumani, dalmati e giuliani. Non si è mai parlato abbastanza di questa vicenda e la memoria di chi poteva raccontare si è andata via via offuscando, si è sbiadita tra le pagine di libri mai scritti.

Cristicchi e il quartiere Giuliano Dalmata a Roma

Cristicchi quella memoria ha cercato di recuperarla, non solo consultando e confrontando fonti, ma andando anche a parlare con coloro che avevano voluto dimenticare e questa memoria collettiva si è poi intrecciata con quella di quando, ragazzino, andando al Liceo dell’Eur, attraversava ogni mattina il Quartiere Giuliano Dalmata chiedendosi chi fosse, magari un condottiero? Fino a scoprire che non si trattava di una persona, ma di un evento storico legato a un espatrio forzato.

Il Magazzino n. 18 del Porto Vecchio di Trieste

Lo spettacolo si concentra sul luogo simbolo dell’esodo, il Magazzino n.18 collocato nel Porto Vecchio di Trieste, divenuto ormai un luogo della memoria, in cui ancora oggi è possibile vedere gli oggetti di uso comune che sono stati lasciati e mai più recuperati dalle famiglie in transito. Al suo interno mobili, sedie, armadi, materassi, letti, stoviglie, suppellettili, ma anche fotografie che raccontano un’altra vita bruscamente interrotta e mai più ritrovata. 

Con il trattato di Pace del 1947 l’Italia perse vasti territori dell’Istria e della fascia costiera, circa trecentomila persone di fronte a una situazione complessa quanto dolorosa scelsero, piuttosto che essere sottomessi, di andarsene dalle loro terre poiché destinate a non essere più italiane. 

Molti fra quelli che decisero di rimanere andarono incontro alle foibe (nome delle grandi caverne verticali tipiche delle regioni carsiche), teatro delle esecuzioni sommarie perpetrate dai partigiani Jugoslavi ai danni dei nostri connazionali. In questi luoghi trovarono la morte migliaia di persone, il numero è ancora oggi imprecisato, perirono sia donne che bambini indistintamente e i più fortunati si ritrovarono deportati in campi profughi sradicati e annientati della loro identità.

Chi era Norma Cossetto

L’opera fra parole e musica si conclude con alcune immagini di testimoni, che in nome della propria fede e dei propri ideali hanno sacrificato la loro vita. Fra questi Norma Cossetto, violentata da 17 aguzzini e gettata ancora viva nella foiba di Villa Surani, per aver rifiutato di rinnegare le sue origini e aderire alle bande che consegnarono l’Istria alla Jugoslavia. Nel 2005 le è stata riconosciuta la Medaglia d’Oro al merito Civile.

“Li chiamavano fascisti ma in realtà erano soltanto italiani”.