Azadeh Alemi: una vita consacrata alla Libertà e alla Resistenza

Castel Volturno contro il CPR: al corteo migranti, politica e Chiesa

26 Ottobre 2026

Castel Volturno contro il CPR: al corteo migranti, politica e Chiesa

26 Ottobre 2026

Dall’infanzia segnata dalla detenzione nelle carceri iraniane all’impegno per i diritti umani, Azadeh Alemi ha trasformato l’esperienza della persecuzione in una battaglia per la libertà e la giustizia. La sua storia personale si intreccia con la memoria del massacro dei prigionieri politici del 1988 e con la lotta di un popolo che continua a chiedere verità e democrazia.

Per raccontare questa storia bisogna tornare indietro di decenni e andare in Iran. È il 1981 quando Azadeh Alemi di 3 anni vede per la prima volta le sbarre di un carcere. Lì trascorrerà, nella prigione di Hamedan, sei mesi insieme alla nonna. Poco tempo prima, a soli sette giorni di distanza l’uno dall’altro, entrambi i suoi zii, Hadi, di 25 anni, e Reza, di 22, erano stati giustiziati con l’accusa di appartenere all’organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK). Nemmeno la moglie di uno dei due zii fu risparmiata: venne uccisa mentre era al quinto mese di gravidanza. In quel periodo, la madre di Azadeh, anch’essa legata ai PMOI/MEK, era in carcere, condannata a 8 anni di prigione, mentre il padre e il nonno erano fuggiti in esilio. La nonna era stata arrestata proprio per costringerla a fornire informazioni.

Azadeh tornerà in carcere qualche anno dopo, all’età di sei anni, questa volta insieme alla madre, appena uscita di prigione. Le due verranno rinchiuse nel carcere di Evin, in una cella angusta, fredda e claustrofobica, con una minuscola finestrella in alto, da cui filtrava appena un po’ di luce. A disposizione, soltanto due coperte stese sul pavimento gelido. L’unico rumore a interrompere il silenzio era quello delle serrature che scattavano, ogni volta che la madre veniva condotta fuori dalla cella per essere interrogata e torturata.

È il 1988, pochi mesi prima del massacro dei prigionieri politici in Iran, quando la madre di Azadeh viene rilasciata, riuscendo a salvarsi. Inizia così la loro fuga verso la Turchia: madre e figlia, accompagnate da trafficanti, attraversano a cavallo le montagne al confine, lasciandosi alle spalle la vita che avevano conosciuto in Iran.

Azadeh Alemi è nata nel 1979, tre mesi dopo la rivoluzione iraniana che portò alla caduta dello scià. Dall’età di undici anni vive in Francia è la portavoce del CSDHI – Le Comité de Soutien aux Droits de l’Homme en Iran, un’organizzazione attiva nella denuncia delle violazioni dei diritti umani in Iran. Madre di tre figli e impegnata nella difesa dei diritti umani e nel sostegno alla Resistenza iraniana, Alemi ha trasformato una storia personale segnata dalla prigionia e dalla persecuzione in un impegno pubblico per la libertà e la giustizia in Iran. Come ricorda spesso nelle interviste: «Fu in quella cella che imparai cosa significasse davvero la resistenza. Crescemmo con una certezza incrollabile: la libertà non è un privilegio, è un diritto. Ma sapevamo che questo diritto ha sempre un prezzo».

Per LaRedazione ha rilasciato la sua prima intervista in lingua italiana.


Torniamo tra le mura del carcere di Evin, negli anni che precedono il massacro dei prigionieri politici. Azadeh è ancora una bambina, costretta a vivere in detenzione e a confrontarsi con le guardie di un regime che non risparmia nemmeno i più piccoli, incapace di mostrare pietà persino di fronte a una bambina.

«Durante la detenzione, mia madre mi vedeva soffrire. Credo che per una madre assistere al dolore della propria figlia, vederla privata della libertà, sia straziante. Eppure, proprio da lei ho imparato cosa significhi resistere: nonostante le vessazioni e le torture a cui era sottoposta, cercava di non lasciar trasparire il proprio dolore e di non cedere ai ricatti».

Resistenza è la parola chiave di questo racconto, il filo rosso che attraversa l’intera storia di Azadeh e che ritorna, ancora e ancora, nel corso dell’intervista. Fin dalle prime battute, ci tiene a sottolineare un aspetto fondamentale: la sua non è una storia isolata, unica.

«La mia storia non è diversa da quella di tante altre famiglie iraniane. Ci sono bambini che sono stati incarcerati insieme alle madri, altri che sono cresciuti lontano dai genitori, perché questi avevano scelto la strada della lotta politica, proprio come mia madre. E ci sono famiglie che hanno perso figli, coniugi e genitori, uccisi a causa della loro appartenenza all’opposizione, in particolare, ai Mojahedin del Popolo iraniano».

Mentre parla, Azadeh mi racconta di famiglie spezzate, private dei propri affetti dalla persecuzione sistematica degli oppositori da parte del regime teocratico iraniano. Una persecuzione che non si ferma a chi viene arrestato o condannato, ma si estende anche ai suoi cari, sottoposti a pressioni e intimidazioni per colpire chi si oppone al potere.

Di fronte a queste storie di persecuzione e di sacrifici, chiedo ad Azadeh di raccontarmi dei suoi zii, Hadi e Reza, e del ruolo che hanno avuto nella sua vita.

«I miei zii, Hadi e Reza, rappresentano proprio questo: persone che non hanno mai voluto piegarsi, inginocchiarsi o arrendersi. Mi hanno lasciato un’eredità preziosa, quella della resistenza e della libertà. Hanno preferito sacrificare la propria vita piuttosto che vivere senza dignità e sottomessi al potere. Anche mia madre ha dedicato la sua vita alla lotta per rovesciare il regime e portare avanti la propria battaglia politica. Ha vissuto nel campo di Ashraf*: una scelta dettata dalla convinzione che la propria esistenza non potesse prescindere dalla lotta politica e dalla difesa dei suoi ideali.

Nella foto, gli zii di Azadeh Alemi e la moglie di uno dei due, anch’essa uccisa

I miei zii, mia madre, insieme a moltissime altre persone, sono quelli che io chiamo i Partigiani della Resistenza. So che, dall’esterno, si potrebbe pensare che crescere in una famiglia segnata da sacrifici così grandi sia stato difficile. Io, invece, considero un privilegio aver avuto una famiglia come la mia, che attraverso le loro azioni di coraggio mi ha trasmesso una forza straordinaria e valori profondi, insegnandomi il significato della libertà e della Resistenza.

Questi ideali sono nel mio sangue. Sono parte di me, della mia storia e della mia identità. Sono valori che ho cercato di trasmettere ai miei figli e che spero possano, a loro volta, trasmettere ai loro. Perché credo che la libertà non sia soltanto un diritto da difendere, ma anche un’eredità da custodire e tramandare. Sento di avere una responsabilità: quella di mantenere viva la memoria di chi ha sacrificato tutto per i propri ideali, di raccontare la loro storia e di fare in modo che il loro sacrificio non venga dimenticato, perché la loro lotta vive ancora nei valori che ci hanno trasmesso e nella speranza di un futuro di libertà e dignità per tutti».

Hai parlato dell’importanza di mantenere vivo il ricordo di chi ha sacrificato tutto per i propri ideali. Quanto è importante ricordare ciò che è accaduto in Iran nel 1988 per comprendere la repressione attuale?

«Prima vorrei fare una premessa: il massacro del 1988 non appartiene soltanto al passato. I meccanismi di repressione che lo hanno reso possibile sono tuttora in funzione. Pensiamo alle uccisioni dell’8 e 9 gennaio scorso, quando migliaia di giovani sono stati uccisi per aver manifestato in difesa dei propri diritti. Ma questo è solo un esempio: da quando è al potere, il regime dei mullah esercita sistematicamente violenza contro la popolazione. La repressione si consuma nelle carceri, attraverso torture, violenze fisiche e psicologiche e la negazione di cure mediche e visite familiari, ma anche nelle strade e nella vita quotidiana, con le Guardie della Rivoluzione, i pasdaran, presenti in ogni angolo a sorvegliare e controllare la popolazione. A tutto questo si aggiunge inoltre una crisi economica sempre più grave: i lavoratori sono impoveriti, la disoccupazione è elevata e i prezzi dei beni essenziali continuano a crescere, rendendo sempre più difficile la vita della popolazione. Il regime sfrutta inoltre le tensioni e i conflitti internazionali per rafforzare i controlli e colpire manifestanti, dissidenti e oppositori. Una repressione che, tradotta in numeri, assume dimensioni impressionanti: dall’inizio dell’anno si contano già oltre 1.000 esecuzioni».

Azadeh ha ragione, i numeri fanno impressione. Secondo le informazioni diffuse da Iran Human Rights Monitor almeno 1135 detenuti sono stati giustiziati dall’inizio dell’anno; mentre Leopoldo Maldonado Gutiérrez, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di opinione e di espressione, ha recentemente comunicato che dal 19 marzo 2026 sarebbero stati impiccati almeno 46 tra prigionieri politici e manifestanti. Nel frattempo, numerosi detenuti, in particolare quelli arrestati durante le proteste di gennaio 2026, rischiano la condanna a morte o un’esecuzione imminente. Per comprendere la portata di questa repressione e le sue ripercussioni, occorre tornare al 1988, quando migliaia di prigionieri politici furono giustiziati o vittime di sparizioni forzate, la maggior parte dei quali appartenenti ai Mojahedin del Popolo iraniano. Un massacro che continua a rappresentare una ferita aperta nella memoria collettiva del Paese.

Domando quindi ad Azadeh perché questa tragedia sia ancora così attuale e quale significato assuma oggi per il popolo iraniano.

«Nel 1988 si consumò una delle pagine più drammatiche e sanguinose della storia del popolo iraniano: il massacro di 30.000 prigionieri politici. Migliaia di detenuti furono uccisi attraverso esecuzioni sommarie, arbitrarie ed extragiudiziali, in una delle più gravi violazioni dei diritti umani nella storia contemporanea dell’Iran. A partire dalla fine di luglio, in seguito a una fatwa emanata dall’allora Guida suprema Ruhollah Khomeini, furono istituite in tutto il Paese commissioni speciali, passate alla storia come le “commissioni della morte”, incaricate di interrogare i detenuti e decidere, in pochi minuti, della loro vita o della loro morte».

Il massacro si protrasse per circa due mesi, fino alla fine di settembre, durante i quali migliaia di uomini e donne furono giustiziati senza un processo regolare e senza garanzie di difesa. Bastavano poche domande sulle proprie convinzioni ideologiche e sulla propria appartenenza politica perché venisse decretata una condanna a morte. Tra le vittime vi erano anche prigionieri che si trovavano in carcere da anni, alcuni prossimi alla fine della pena e altri che avevano già scontato la propria condanna. La violenza, tuttavia, non si esaurì con le uccisioni. Molte vittime furono sepolte in fosse comuni clandestine, mentre altri prigionieri furono fatti sparire e, in numerosi casi, alle famiglie non vennero mai fornite informazioni certe sulla sorte dei propri cari. L’occultamento dei corpi e delle prove, insieme al silenzio imposto dalle autorità del regime, contribuì a nascondere la reale portata del massacro e a prolungare la sofferenza dei familiari.

«A rendere questa tragedia ancora più grave è l’impunità che continua a circondare i responsabili», denuncia Azadeh. «A distanza di decenni, i responsabili non sono ancora stati chiamati a rispondere delle proprie azioni e le famiglie delle vittime continuano a chiedere giustizia. Il massacro del 1988 non è soltanto una ferita ancora aperta nella storia dell’Iran, ma anche una questione che riguarda l’intera comunità internazionale. Le esecuzioni extragiudiziali, le sparizioni forzate e l’occultamento dei corpi sono crimini che non possono essere lasciati nell’impunità, né cancellati dalla memoria collettiva. Garantire giustizia alle vittime significa accertare le responsabilità e restituire dignità a chi è stato ucciso e alle famiglie a cui è stato negato persino il diritto di conoscere la verità».

Questa impunità è resa ancora più evidente dal fatto che alcuni dei funzionari coinvolti nel massacro del 1988 hanno continuato, e in alcuni casi continuano tuttora, a ricoprire incarichi di rilievo. Quanto ha inciso questa continuità sulla possibilità di fare piena luce su quei crimini?

«È impossibile costruire un futuro democratico in Iran senza che i crimini commessi negli anni Ottanta vengano indagati e perseguiti. È più che mai necessario che le costanti violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime iraniano nel corso di questi decenni siano sottoposte all’esame dei tribunali internazionali, affinché venga accertata la verità e sia garantita giustizia alle vittime.

Per tornare alla tua domanda, il problema della continuità delle figure coinvolte nella repressione è centrale. Tra i nomi più noti figura quello dell’ex presidente Ebrahim Raisi, accusato di aver avuto un ruolo nelle esecuzioni del 1988. Un altro nome significativo è quello di Gholamhossein Mohseni-Ejei, attuale capo della magistratura iraniana, figura di vertice del sistema giudiziario del Paese. La permanenza ai vertici delle istituzioni di figure associate alle uccisioni degli anni 80 rende ancora più difficile
ottenere giustizia per i familiari delle vittime.

Per questo le associazioni, le organizzazioni per i diritti umani, la società civile e la politica hanno la responsabilità di denunciare quanto accaduto in questi decenni in Iran. Hanno il dovere di mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media sul massacro del 1988, affinché questa tragedia non venga dimenticata e possa essere conosciuta anche dalle nuove generazioni. Si tratta di una pagina di storia ancora troppo poco raccontata, nonostante la gravità delle violazioni commesse e le conseguenze che continuano a segnare la società iraniana.

Un contributo fondamentale in questo percorso è stato offerto da Javaid Rehman, ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran. Nel suo rapporto Atrocity Crimes, pubblicato nel luglio 2024, Rehman ha esaminato le esecuzioni, le sparizioni forzate e le gravi violazioni commesse nel 1981-1982 e nel 1988, sostenendo che vi siano ragioni per qualificare tali atti come crimini contro l’umanità e genocidio. Il suo lavoro rappresenta un importante richiamo alla necessità di indagini indipendenti, di accertamento delle responsabilità e di percorsi concreti verso la verità. Fare luce su questi atti non significa soltanto rendere giustizia a chi è stato ucciso e alle famiglie che ancora attendono risposte: significa anche contrastare l’impunità e impedire che simili atrocità possano ripetersi».

Accanto al dolore delle famiglie, che dopo decenni continuano a chiedere verità per i propri cari, resta il timore che vengano cancellate anche le tracce della loro storia. A Karaj, in Iran, è stato demolito l’ex carcere Gohardasht – simbolo del massacro del 1988. La televisione di Stato ne ha documentato l’avvio il 13 settembre 2026; il 4 ottobre sono state abbattute le ultime torrette di guardia. I lavori, giustificati con futuri progetti residenziali o commerciali, rischiano di cancellare prove fondamentali e rappresenta una ferita ulteriore per chi non ha mai smesso di cercare giustizia.

Puoi parlarci di questi atti e di cosa significhi, per le vittime e i loro familiari, vedere scomparire anche i luoghi che testimoniano ciò che è accaduto?

«La distruzione del carcere di Gohardasht è un ulteriore tentativo di cancellare le tracce di quanto accaduto nel 1988. Ogni spazio di quella prigione racconta una storia di dolore, persequzioni e vite spezzate. Io auspicavo profondamente che quel luogo di morte e tortura potesse diventare un museo della memoria. Uno spazio in cui le nuove generazioni potessero conoscere ciò che è accaduto nel 1988 e rendersi conto di quanto sia importante difendere la libertà e la dignità umana. Perché nessuno possa dire, un giorno, di non aver saputo. La memoria non appartiene soltanto a chi ha vissuto quella tragedia, ma a tutti noi: custodirla significa impedire che quelle vite vengano cancellate una seconda volta.

Gohardasht era uno dei principali luoghi di esecuzione dei prigionieri politici nell’area di Teheran. Nei suoi corridoi, tristemente ricordati come il «corridoio della morte», i detenuti venivano condotti bendati davanti alle cosiddette commissioni della morte e molti di loro venivano poi giustiziati. Le testimonianze dei sopravvissuti, insieme ai documenti e alle ricostruzioni degli ambienti, sono state fondamentali per documentare questi crimini e contribuire alla condanna di Hamid Nouri nel processo svedese del 2022.

La demolizione di Gohardasht si trasforma così in un crimine che si aggiunge a quelli già commessi tra quelle mura. Alle torture, alle esecuzioni e alle vite spezzate si aggiunge oggi la distruzione delle prove che potrebbero contribuire a fare luce su quelle atrocità».

L’abbattimento di Gohardasht non sembra essere un caso isolato, ma si inserisce in un più ampio tentativo del regime di eliminare le tracce dei crimini commessi in passato. Per le famiglie delle vittime, questo significa subire un’ulteriore ferita: dopo aver perso i propri cari, rischiano di vedere scomparire anche i luoghi e le prove che potrebbero contribuire a ricostruire la verità. In che modo si manifesta questa strategia?

«La distruzione di Gohardasht si inserisce in un più ampio tentativo, portato avanti da decenni dal regime iraniano, di cancellare le tracce del massacro del 1988. Tra i luoghi simbolo di questa tragedia c’è Khavaran, a Teheran, che custodisce i resti di diverse centinaia di vittime delle sparizioni forzate e delle esecuzioni extragiudiziali segrete del 1988. Le famiglie si battono da anni per preservarne la memoria, nonostante il rischio che le tracce delle sepolture vengano cancellate. Così è successo nell’aprile del 2021 quando le autorità del regime avrebbero costretto alcuni membri comunità bahá’í: a seppellire i propri defunti nello stesso terreno destinato alle vittime del massacro del 1988, rischiando così di compromettere ulteriormente la conservazione e il riconoscimento dei luoghi di sepoltura dei prigionieri uccisi.

Cimitero di Khavaran, Teheran

Una dinamica analoga ha interessato il cimitero di Behesht-e Zahra: l’11 agosto 2025, sotto scorta armata, bulldozer e macchinari pesanti hanno raso al suolo la Sezione 41, dove si trovavano circa 9.500 tombe di prigionieri politici giustiziati negli anni Ottanta, molti dei quali appartenenti al PMOI/MEK e uccisi soprattutto nel 1981. Non si tratta, tuttavia, di un episodio senza precedenti: già tra il 2005 e il 2007, una parte dell’area era stata trasformata in un parcheggio.

Ma il regime commette un grave errore se crede che, cancellando le tombe e abbattendo i luoghi della memoria, possa cancellare anche la verità. Può tentare di distruggere le prove e occultare i propri crimini, ma non potrà cancellare né il dolore delle famiglie né il ricordo di questi eventi nella coscienza collettiva. Prima ancora di essere chiamato a rispondere davanti ai tribunali internazionali, questo regime è già stato condannato e giudicato dal popolo iraniano».

Parlando del popolo iraniano, nonostante le violenze, le uccisioni e le esecuzioni, colpiscono il coraggio e la determinazione con cui continua a lottare per la libertà e i propri diritti. Da dove nasce questa forza e in quali forme continua a manifestarsi oggi la volontà di resistenza degli iraniani?

«All’inizio ti ho detto che la repressione si manifesta sia dentro le carceri che all’esterno, per le strade… ecco, anche le azioni di resistenza e contrasto al regime avvengono sia fuori che dietro le sbarre. Pensiamo alle Unità di Resistenza del PMOI/MEK, che organizzano azioni di opposizione in diverse città iraniane, bruciando striscioni e banner con le immagini dei funzionari del regime e prendendo di mira simboli e centri del potere. Ci sono poi i giovani che scendono in strada per rivendicare libertà e diritti e chiedere la caduta del regime e un cambiamento politico.

Ma la resistenza continua anche dietro le sbarre. Un esempio è la campagna “No to Execution Tuesdays”, con cui i prigionieri politici organizzano scioperi della fame settimanali per protestare contro la pena di morte, e al momento l’iniziativa coinvolge detenuti in 66 carceri iraniane. Immaginiamo cosa significhi rifiutare il cibo quando si è già privati della libertà e si vive sotto la minaccia delle esecuzioni. È un gesto di grande coraggio: anche dal carcere, queste persone continuano a far sentire la propria voce e a lottare per il diritto alla vita, dimostrando che l’apparato repressivo non riesce sempre a soffocare la volontà di resistere del popolo iraniano».

Cosa dovrebbe fare, secondo te, la comunità internazionale per sostenere il popolo iraniano nella sua lotta per la libertà?

«Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana ribadisce da anni, attraverso la sua leader Maryam Rajavi, che sarà il popolo iraniano stesso a rovesciare il regime e che la guerra o un intervento straniero non rappresentano la soluzione. Allo stesso modo, il movimento si oppone a un ritorno al passato attraverso la restaurazione della monarchia, già responsabile, sotto lo scià, di una dittatura caratterizzata dalla repressione del dissenso e dalla limitazione delle libertà politiche».

A questo punto, Azadeh mi racconta che la sua famiglia ha una lunga storia di lotta, le cui radici risalgono proprio all’epoca della dittatura dello scià. Per questo, sottolinea l’importanza che la comunità internazionale sostenga e riconosca la Resistenza iraniana, abbandonando le politiche di accondiscendenza nei confronti del regime, senza imporre soluzioni dall’esterno né favorire un ritorno alla monarchia.

E aggiunge: «Il fatto che il CNRI sia guidato da una donna, Maryam Rajavi, è significativo e testimonia come, nella visione del movimento, l’Islam non sia necessariamente un ostacolo all’emancipazione femminile. Come ribadito nel suo Piano in dieci punti, l’obiettivo è instaurare una Repubblica democratica e laica, fondata sulla libertà, sull’uguaglianza di genere e sulla partecipazione delle donne alla vita politica e istituzionale.

La distinzione fondamentale, nel pensiero di Rajavi e del MEK, è tra un Islam fondamentalista, utilizzato dal regime iraniano per giustificare la repressione e le discriminazioni, e un Islam democratico, ritenuto compatibile con la libertà individuale, la sovranità popolare, la tolleranza religiosa e la parità tra uomini e donne».

La libertà, l’uguaglianza e la possibilità di vivere in un Paese in cui nessuno venga perseguitato per le proprie idee sono gli ideali per cui Azadeh continua a lottare. Ma questa battaglia politica si intreccia con un desiderio intimo e profondo, che l’accompagna fin dall’infanzia: tornare un giorno in Iran, nella terra che è stata costretta a lasciare, ma che non ha mai smesso di sentire come casa.

Dalle parole di Azadeh emerge una convinzione che attraversa tutta la sua storia: un giorno tornerà in Iran. Quel Paese che ha lasciato da bambina, ma che non l’ha mai davvero lasciata, continuando ad accompagnarla nei ricordi, negli affetti spezzati e nella battaglia politica a cui ha dedicato la propria vita. Azadeh è certa che rivedrà la sua terra e che quel ritorno avverrà in un Iran libero, dove nessuno debba più pagare con la prigionia o con la vita il prezzo delle proprie idee.

Azadeh, in persiano, significa “libera”. Forse è proprio in questo nome che si racchiude il senso più profondo della sua storia: una vita segnata fin dall’infanzia dalla repressione, ma mai piegata nella sua aspirazione alla libertà. Ed è proprio nella memoria di quelle vite, nella ricerca della verità e nella volontà di trasmettere alle nuove generazioni gli ideali di libertà e giustizia che, per Azadeh, continua a vivere la Resistenza. Perché cancellare i luoghi, nascondere le prove e mettere a tacere i testimoni non significa cancellare la storia. E finché ci sarà qualcuno disposto a raccontarla, quella storia continuerà a vivere.

*Il Campo Ashraf nacque in Iraq nel 1986 e divenne una delle principali basi del PMOI/MEK, i cui membri risiedevano nei campi di Ashraf 1 e Ashraf 2. A seguito degli attacchi e delle condizioni di insicurezza, nel 2016 è stato effettuato il trasferimento dei membri in Albania, presso Ashraf-3, complesso completato definitivamente nel 2019 e situato a Manëz, un comune nel distretto di Durazzo. Il campo ospita circa 3.000 membri del PMOI/MEK e rappresenta oggi il centro della loro vita comunitaria e delle attività politiche in esilio.

Le foto sono state gentilmente concesse da Azadeh Alemi. Nell’immagine di copertina Azadeh con la mamma.