Iran: il ruolo del blackout digitale nella sopravvivenza del regime

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6 Giugno 2026

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“Bentornato Iran” compariva scritto su un post di Netblocks del 26 Maggio, mostrando i primi segnali di ritorno della connettività in Iran. Quel “Bentornato Iran” è poi rimbalzato in vari articoli e post mostrando un facile e prematuro entusiasmo, per un ripristino parziale e fragile.

Dopo 88 giorni di totale blackout, durante i quali un’intera popolazione è stata isolata dal resto del mondo e sottoposta a una repressione sistematica e violenta_ tuttora in corso e spesso ignorata o sottovalutata da ampi settori dell’opinione pubblica internazionale_ la possibilità di ricevere un messaggio o una chiamata da familiari e amici in Iran che non si sentivano da mesi e di cui non si avevano notizie ha rappresentato un momento di sollievo e comprensibile emozione.

Al tempo stesso, però, alcune narrazioni hanno contribuito a restituire un’immagine distorta della realtà, come se la situazione fosse tornata alla normalità e l’accesso alle comunicazioni fosse pienamente ristabilito per tutti i cittadini. In realtà, la riapertura della rete rimaneva, e in parte rimane, diseguale, controllata e tutt’altro che completa.

In un’analisi di Filterwatch – organizzazione specializzata nei diritti digitali, sottolineava: «Poiché questi cambiamenti sono iniziati solo oggi, il processo di riconnessione rimane altamente frammentato, e molti utenti continuano a segnalare che parti di questi servizi restano completamente inaccessibili. È troppo presto per prevedere la traiettoria definitiva di questo restauro».

È importante chiarire che il ritorno della connettività non si è tradotto immediatamente in un’esperienza reale e uniforme per gli utenti. Nelle fasi iniziali, infatti, il cambiamento è emerso soprattutto nei dati di rete e nei sistemi di monitoraggio, più che nella quotidianità delle persone, dove l’accesso rimaneva ancora intermittente e diseguale. L’apparente aumento del traffico dati è altamente disomogeneo e sempre più influenzato da un modello di accesso a livelli. Mentre infatti la maggior parte dei cittadini continua a subire forti restrizioni, gli utenti autorizzati dotati di “SIM BIANCHE” (linee di telecomunicazione che eludono il sistema di filtraggio nazionale) e del servizio governativo “Internet Pro” (accesso a internet in una risorsa a pagamento), riescono in molti casi ad aggirare il firewall nazionale e ad accedere ai servizi internazionali con poche interruzioni, evidenziando così una crescente disuguaglianza digitale.

«Internet in Iran è ancora lontano dal tornare completamente alla normalità. Per questo motivo, gli sviluppi degli ultimi giorni non dovrebbero essere visti come la fine della crisi di internet nel paese. Piuttosto, potrebbero segnare l’inizio di una nuova fase nella relazione in evoluzione tra lo Stato, le infrastrutture di comunicazione e il diritto degli utenti iraniani di accedere a internet globale” informa Filterwatch.

La paura del regime dietro il blackout

Un assedio digitale durato tre mesi. Dal 28 Febbraio al 26 Maggio milioni di cittadini in Iran sono stati privati di comunicare con il mondo esterno e di avere libero accesso alle informazioni. In questi mesi anche le organizzazioni per i diritti umani e i giornalisti all’estero hanno avuto enormi difficoltà per ricavare qualche dato e testimonianza di ciò che stava accadendo. Un report di Amnesty International parla chiaro: «Il blackout di internet imposto dalle autorità ha gravemente ostacolato la documentazione approfondita delle violazioni dei diritti umani», e aggiunge «Il blackout ha funzionato come pilastro centrale della strategia repressiva delle autorità, creando condizioni in cui crimini diffusi ai sensi del diritto internazionale possono essere compiuti impunemente».

La censura e l’autoritarismo digitale costituisco alcuni tra i principali strumenti attraverso cui la Repubblica islamica mantiene il proprio controllo e garantisce la propria sopravvivenza. Non sorprende, quindi, che la limitazione dell’accesso internazionale a Internet in Iran sia iniziata già nei primi giorni delle proteste nazionali. Nel tentativo di impedire la diffusione di informazioni sulle manifestazioni e di ostacolare il coordinamento delle proteste, il regime iraniano ha progressivamente limitato le comunicazioni con l’esterno. Questa strategia ha evidenziato il timore delle autorità nei confronti della mobilitazione popolare. Con lo scoppio della guerra, il 28 Febbraio, tali restrizioni si sono trasformate in un blackout digitale totale.

Come già sottolineato, questa interruzione delle comunicazioni non solo ha impedito ai cittadini di coordinarsi per rovesciare il regime, ma ha anche facilitato la diffusione della narrativa propagandistica della Repubblica islamica attraverso i suoi proxy, sia all’interno del Paese sia all’estero. Approfittando della difficoltà di accesso alle notizie, il regime ha sfruttato il blackout per diffondere versioni distorte e false degli eventi, distogliendo l’attenzione dalle violenze in corso, dalle esecuzioni, dagli omicidi di Stato e dalla repressione, e legittimando così la continuazione dei propri crimini.

Per questo, denuncia Amnesty, le autorità iraniane hanno attivamente criminalizzato gli sforzi dei cittadini per accedere a internet. La polizia (FARAJA), il Ministero dell’Intelligence e l’IRGC, hanno inviato messaggi di testo intimidatori a persone identificate per aver aggirato le restrizioni su internet tramite VPN, proxy o connessioni satellitari. Nei messaggi, tali pratiche venivano descritte come una minaccia alla sicurezza nazionale; i destinatari erano accusati di aver commesso reati e minacciati di sanzioni che includevano il blocco delle linee telefoniche e delle SIM, il sequestro di beni e il deferimento alle autorità giudiziarie. Le comunicazioni avvertivano inoltre che eventuali presunti collegamenti con “Stati ostili” o con il “regime sionista” avrebbero potuto comportare procedimenti ai sensi della Legge sullo spionaggio, che in Iran prevede anche la pena di morte.

La timida riapertura interpretata quindi come un cedimento del regime o un atto di clemenza verso la popolazione è un grave errore e può portare a una distorsione della realtà. A spiegarci questo è Shahrzad Sholeh, Presidente di ADDI – Associazione delle Donne Democratiche Iraniane in Italia: «Il ripristino di Internet dopo 88 giorni di soffocamento non nasce affatto dalla compassione. Al contrario, questa ritirata è un segnale della massima disperazione del regime e manda tre messaggi chiari:

Di crisi all’interno della struttura politica al potere fa riferimento anche un’analisi di Iran Focus, in cui si spiega che molti osservatori hanno interpretato la decisione del “ripristino” non come un reale cambio di rotta, ma come una concessione imposta dalle circostanze e dalla crescente pressione sociale. Secondo questa lettura, non vi sarebbe stata alcuna revisione sostanziale delle politiche di controllo della rete, ma una ritirata forzata sotto la pressione sociale. Per questo, numerosi attivisti impegnati nella difesa della libertà di Internet ritengono che l’apparato di censura e sorveglianza costruito negli anni sia rimasto sostanzialmente intatto. A loro avviso, il regime sarebbe stato costretto ad allentare alcune restrizioni per far fronte alle crisi interne ed esterne, senza però rinunciare agli strumenti necessari per reintrodurle in qualsiasi momento.

Non a caso questo processo di ripristino ha mostrato tensioni interne tra diverse istituzioni statali: una commissione speciale “Quartier Generale Speciale per l’Organizzazione e la Direzione del Cyberspazio”, ha votato per riaprire l’accesso a Internet, mentre la Corte amministrativa ha tentato di bloccarne le decisioni.

Le ripercussioni economiche del blackout, a rischio aziende ed imprenditoria digitale al femminile

Ancora una volta, il regime iraniano ha mostrato la propria natura, anteponendo la conservazione del potere, agli interessi della popolazione. Insieme agli effetti economici della guerra, l’isolamento digitale ha prodotto un impatto profondamente negativo sulla società, con conseguenze economiche gravi per migliaia di imprese. Da un lato, i cittadini – in particolare quelli che potevano permetterselo – sono stati costretti a ricorrere a strumenti costosi per comunicare e accedere alle informazioni, esponendosi al rischio di essere individuati e arrestati. Dall’altro, le aziende del settore tecnologico, le piattaforme di e-commerce e i professionisti del digitale hanno dovuto affrontare una diffusa crisi finanziaria.

«Sebbene il regime dia priorità alla censura per la propria sopravvivenza, questa paranoia ha devastato l’economia. Il Ministro delle Comunicazioni ha ammesso che la chiusura di internet ha inflitto perdite giornaliere di 5 trilioni di rial all’economia digitale, con perdite economiche giornaliere complessive che raggiungono i 50 trilioni di rial. Secondo l’Associazione E-commerce di Teheran, l’80% delle aziende ha registrato un calo delle vendite superiore al 50%. Poiché il 70% delle comunicazioni business-client si basava su piattaforme bloccate come Instagram, WhatsApp e Telegram, le aziende sono state decimate. Questa perdita catastrofica di ricavi ha scatenato un’enorme ondata di licenziamenti, con aziende tecnologiche e grandi rivenditori online che hanno licenziato tra il 30% e il 50% della loro forza lavoro» riporta un articolo pubblicato sul portale dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano.

Mantenere Internet chiuso per un periodo così prolungato equivale, di fatto, a paralizzare attività economiche e portare alla chiusura di numerose imprese. Significa alimentare la disoccupazione e privare del lavoro freelance, operatori del settore e giornalisti. A pagare un prezzo particolarmente alto, tuttavia, sono state anche le donne.

«In un Paese in cui il mercato formale applica politiche discriminatorie nei confronti delle donne, molte professioniste hanno trovato nel mondo digitale un’opportunità per bypassare le barriere imposte dal mercato del lavoro tradizionale, basato su stereotipi di genere, costruendo così la propria identità lavorativa e professionale. Piattaforme come Instagram, ad esempio, si sono rivelate strumenti ideali per avviare attività commerciali online senza sostenere costi proibitivi. Tuttavia, queste opportunità sono state spezzate dalle politiche di censura e dal controllo autoritario esercitati dal regime.

Per queste ragioni, NCRI Women’s Committee, definisce il blocco anche come una misura di repressione economica e di genere. “L’esito di questo blocco di tre mesi è stato la soppressione deliberata dell’indipendenza finanziaria e dell’agenzia sociale delle donne, in particolare nelle regioni marginalizzate e di confine”. Nelle aree rurali, molte donne curde e baluche traevano il proprio reddito dalla vendita online di manufatti artigianali. Con l’avvio del programma “Internet Pro”, il governo ha instaurato una nuova apartheid digitale, colpendo direttamente l’autonomia economica di queste comunità.