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Cittadini intrappolati tra bombardamenti e violenza statale
Durante le proteste che hanno avuto inizio alla fine di Dicembre, il regime della Repubblica islamica ha compiuto un’ondata di repressione violenta, uccidendo migliaia di cittadini. Al contempo, secondo quanto riportato da Iran Human Rights Monitor, sono già oltre 600 le esecuzioni registrate dall’inizio dell’anno. Ma dal 28 Febbraio, a questa violenza sistemica del regime, si è aggiunta una nuova minaccia: i bombardamenti derivanti da una guerra illegale, che costituisce una violazione della Carta delle Nazioni Unite, scatenata da Israele e dagli Stati Uniti.
Gli attacchi non si limitano a colpire solo obiettivi militari, ma devastano anche infrastrutture civili, tra cui aree residenziali, centro medici e/o sociali e scuole. Dall’inizio del conflitto, l’organizzazione per i diritti umani Hrana ha documentato almeno 1.369 vittime civili, tra cui 207 bambini.
In questo contesto, in cui civili, minori e prigionieri sono privi di adeguate tutele, in quanto il regime iraniano li usa come scudi umani, si aggiunge un ulteriore elemento di repressione: il blackout digitale. In corso da quando è iniziata la guerra, questa misura censoria limita l’accesso alle informazioni e ostacola la comunicazione tra i cittadini, rendendo impossibile chiedere aiuto e informare i familiari all’estero sulla propria situazione.
Il blackout prolungato è una forma di violenza
Su Guerre di Rete in un recente articolo, ho analizzato la repressione digitale in Iran, evidenziando la disparità nell’accesso a Internet. Mentre alcuni cittadini privilegiati (politici, funzionari pubblici, personalità del regime) godono di accesso libero, la maggior parte della popolazione subisce una severa censura; un sistema che crea una forma di apartheid digitale.
Un esempio tangibile di quanto brevemente descritto si è manifestato durante l’intervista al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, trasmessa il 15 Marzo su Face the Nation with Margaret Brennan della CBS. Verso la fine dell’intervista, la giornalista ha sottolineato al ministro come il suo intervento fosse stato reso possibile grazie all’uso di Zoom, mentre la popolazione iraniana non ha accesso a Internet. Brennan ha quindi chiesto al Ministro di spiegare le ragioni di questa motivazione.
“Beh, io sono la voce, perché sono la voce degli iraniani, e devo difendere i loro diritti. Ecco perché ho accesso a internet, per far sì che la nostra voce venga ascoltata dalla comunità internazionale. Ma internet è bloccato per motivi di sicurezza, perché siamo sotto attacco, siamo sotto aggressione, e dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere il nostro popolo. In qualsiasi Paese, si prendono misure urgenti per questo, per via della guerra” questa la risposta del ministro Araghchi.
Il blackout digitale viene quindi giustificato dal ministro citando motivi di sicurezza legati all’attacco militare.
Purtroppo, l’intervista si è conclusa poco dopo. Sarebbe stato interessante invece, e forse anche necessario per non avallare la propaganda del regime iraniano, chiedere spiegazioni sullo shutdown avvenuto a Gennaio. Perché se attualmente la scusante per interrompere le comunicazioni e avviare la censura è stato l’attacco militare da parte di Usa e Israele, giustificando di conseguenza la necessità di “misure urgenti”; a Gennaio non era in corso alcuna aggressione da parte di potenze straniere, ma una protesta sorta dalla popolazione iraniana contro il sistema economico, sociale e politico. Quindi in quel caso, secondo il ministro, la popolazione da chi doveva essere protetta, da se stessa?
Se fosse arrivata una risposta, molto probabilmente sarebbe riemersa la solita “questione della sicurezza nazionale”. A tal proposito è importante ricordare che, sotto la giustificazione di tutelare la “sicurezza nazionale”, il regime della Repubblica islamica, dalla sua fondazione, ha incarcerato, condannato a morte e impiccato numerosi cittadini considerati spie o “agenti di nemici esterni”. Tra le ultime esecuzioni con l’accusa di “spionaggio per Israele vi è quella di Kourosh Keyvani, avvenuta all’alba del 18 Marzo. Mentre il 19 Marzo sono stati impiccati Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e Saeed Davoudi a Qom. Arrestati durante le ultime proteste, i tre detenuti erano stati condannati a morte con varie accuse tra cui quella di moharebeh (inimicizia contro Dio).
Purtroppo non c’è stato modo di approfondire questa questione. Come non c’è stato modo di domandare al ministro in che modo un blackout di internet durante una guerra proteggerebbe la popolazione. E da chi? Non certo dalle bombe.
L’Iran non dispone di un sistema di allerta antiaerea funzionante e non vi sono rifugi pubblici, inoltre a causa del blocco digitale gli avvisi di evacuazione (qualora emessi) non raggiungono i cittadini in tempo utile; quindi se proprio si volesse tutelare la popolazione iraniana per prima cosa le autorità dovrebbero mobilitarsi per installare e attivare almeno dei sistemi di allarme.
Access Now, organizzazione che si occupa di censura, in un recente report sul blackout in Iran ha scritto: “Le interruzioni di internet nelle zone di conflitto hanno conseguenze di vita o di morte. Mettono i civili a rischio di morte, ferite e malattie, causano traumi psicologici e disagio mentale, interrompono i mezzi di sussistenza e bloccano l’accesso delle persone a beni essenziali per la sopravvivenza come cibo e medicine. Bloccano anche giornalisti e difensori dei diritti umani, indeboliscono la coesione sociale e causano danni socio-economici duraturi anche dopo il ripristino della connettività”.
Una delle conseguenze umanitarie più gravi del conflitto è stato il massiccio sfollamento interno della popolazione civile. Con l’intensificarsi degli attacchi e la crescente instabilità in diverse città, molte famiglie sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni e a cercare rifugio in altre zone del paese. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) riferisce che secondo stime preliminari, le recenti ostilità hanno sfollato tra 600.000 e un milione di famiglie all’interno dell’Iran. Questa cifra corrisponde a circa 3,2 milioni di persone. Stando a quanto riportato nel comunicato, la maggior parte degli sfollati starebbe fuggendo da Teheran e da altre grandi aree urbane, dirigendosi verso il Nord del Paese e le zone rurali in cerca di sicurezza. Con il prolungarsi delle ostilità, è probabile che questo numero continui a crescere, portando a un’ulteriore e preoccupante escalation delle necessità umanitarie. I gruppi più vulnerabili colpiti da questo sfollamento includono le famiglie a basso reddito, gli anziani e i bambini. Anche i rifugiati afghani, che vivono già in condizioni economiche e sociali precarie, risultano particolarmente esposti alle gravi conseguenze umanitarie del conflitto. Mentre i politici e gli alti funzionari possono rifugiarsi in strutture protette appositamente costruite per loro, i civili, al contrario, si trovano intrappolati tra i bombardamenti e la repressione statale.
Tuttavia, anche la dimensione psicologica ed emotiva non deve essere sottovalutata. Costringere la popolazione all’isolamento perpetuato nel tempo, impedendo ai cittadini di informarsi, comunicare e chiedere aiuto, potrebbe configurarsi come una forma di tortura.
Questo isolamento rappresenta una condizione che, sebbene colpisca in primo luogo gli iraniani all’interno del Paese, si estende anche agli iraniani esuli. L’impossibilità di sentire le proprie famiglie e i parenti più stretti in un momento in cui è in corso una guerra provoca in ognuno di loro sentimenti contrastanti, diversi e non sempre inquadrabili in una definizione, ciascuno reagisce a modo proprio.
Infine, Araghchi difende la sua posizione definendosi “voce del popolo iraniano”. A tale affermazione non servirebbe nemmeno una risposta, perché le numerose proteste che hanno scosso l’Iran nel 2026 e negli anni precedenti sono la prova evidente che questo regime e i suoi rappresentanti non godono più di alcuna legittimità e non sono più rappresentativi della volontà del popolo.
Mezzi di informazione usati per intimidire e minacciare i cittadini
Mentre internet è oscurato, le uniche informazioni accessibili per i cittadini iraniani provengono dai media statali, che sono strumenti di propaganda affiliati al regime. Ciò che colpisce maggiormente è l’uso intimidatorio e le minacce che vengono veicolate attraverso questi canali di “informazione”. Il 10 Marzo i media statali e la Radio diffusione della Repubblica Islamica dell’Iran (IRIB) hanno trasmesso un discorso del 9 Marzo del Comandante in Capo delle Forze di Polizia (FARAJA), Ahmadreza Radan. Il Comandante ha dichiarato che in uno stato di guerra qualsiasi raduno di protesta è considerato “cooperazione con il nemico”, autorizzando le forze armate a usare munizioni vere (fuoco diretto) contro i manifestanti; “piena prontezza con le dita sul grilletto” è l’espressione usata.
“Queste affermazioni avvengono in un momento in cui il paese è impegnato in guerra e attacchi militari, e molti cittadini di varie città si trovano ad affrontare l’insicurezza causata dai bombardamenti. In tali condizioni, la minaccia di una repressione armata delle proteste ha aumentato le preoccupazioni sulla situazione dei diritti umani dei cittadini in Iran” riporta Iran Human Rights Society.
Lo stesso Radan, riporta Hrana citando l’Agenzia Fars News, ha annunciato l’arresto di 500 cittadini, asserendo che 250 dei 500 prigionieri sono stati detenuti per aver inviato informazioni e comunicato con media stranieri.
Queste incarcerazionisi situano all’interno di un contesto sociale in cui l’ambiente urbano si è fortemente securizzato. Le testimonianze visionate da Iran Human Rights parlano di numerosi posti di blocco in diverse città, con strade pattugliate da Forze Basij e Guardie della Rivoluzione (IRGC).
La stessa festività di Chaharshanbe Suri (il “mercoledì rosso”) tradizionale celebrazione iraniana del fuoco che introduce il Nowruz, il Capodanno persiano, è stata oggetto di attenzione da parte delle autorità iraniane. Queste infatti hanno vietato fuochi d’artificio e assembramenti pubblici, ritenendoli potenziali minacce alla sicurezza nazionale, temendo che la festa potesse trasformarsi in un’occasione per proteste antigovernative.
In Iran, dove i giornalisti internazionali sono assenti, esiste il rischio che il linguaggio e la terminologia usati dal regime oltrepassino i confini nazionali, arrivando a influenzare talvolta anche i nostri media. Espressioni come “rivolte violente e armate”, “infiltrati sostenuti dall’estero”, “spie”, “terroristi” e “sovranità nazionale”, che sono utilizzati dalle autorità iraniane, sono state riprese e integrate nel racconto mediatico globale, incluso quello italiano.
Immagine di copertina di Mahdi Djawadi, via Unsplash






