
Schiavitù, Risoluzione Onu per risarcire i discendenti
14 Aprile 2026
Ne abbiamo parlato con Ilaria Avoni, Presidentessa di Piazza Grande
Tra il 26 e il 29 gennaio 2026, in quattordici città italiane – da Bologna a Palermo, da Roma a Torino – migliaia di volontari e operatori hanno condotto una rilevazione nazionale delle persone senza dimora.
La prima fase di conteggio, condotta il primo giorno, è stata poi seguita da una rilevazione campionaria di interviste. I primi dati quantitativi ci dicono che sono 10.037 le persone senza dimora in Italia di cui circa la metà ospitate in strutture di accoglienza notturna e la rimanente parte conteggiate invece in strada. Roma, da sola, raccoglie oltre un quinto del totale, seguita da Milano, Torino, Napoli, Genova, Palermo e Bologna.
Una vera e propria fotografia scattata per restituire un dato su un fenomeno che, per sua natura, tende a sfuggire. Una fotografia necessaria ma inevitabilmente parziale. Per questo motivo abbiamo parlato con Piazza Grande: realtà storica del territorio, attiva da anni nel lavoro al contrasto all’emarginazione che vede le sue radici nel primo giornale di strada in Italia ideato e distribuito da persone senza dimora attraverso cui – come ci dice la Presidentessa Ilaria Avoni – queste persone “riconquistano uno spazio pubblico di parola”.
Perché raccontarsi e definirsi è un atto politico importante soprattutto per chi è abituato a essere raccontato e definito. “Oggi quel sovvertimento proviamo a realizzarlo all’interno dei servizi e dei progetti che facciamo con le persone più emarginate e invisibili, perché con il nostro supporto possano ricostruire percorsi di vita dignitosi e recuperare una piena cittadinanza”
Bologna da vicino
Secondo le elaborazioni quantitative, a Bologna sono state intercettate circa 600 persone in totale. Un numero che restituisce certamente una dimensione concreta del fenomeno in città, ma che — come per il dato nazionale — rappresenta solo una parte di una realtà molto più complessa di quanto non si riesca a immaginare, una realtà fatta di storie, di persone, di pregiudizi e di fenomeni sociali che mutano.
“Credo che due siano gli elementi che negli ultimi dieci anni hanno portato alla luce un cambiamento nella composizione delle persone in strada. In primis la presenza di persone di origine straniera in uscita o mai entrati in percorsi di accoglienza spesso giovani e senza rete sul territorio, a volte con enormi traumi per il viaggio fatto. Secondo, la presenza di persone che lavorano, anche con condizioni che riterremmo buone, ma che non riescono più a trovare un’abitazione. Questo ovviamente è un effetto della crisi abitativa di cui si parla da tempo e che ha un impatto molto più ampio del nostro osservatorio”.
Ma chi sono le persone che rientrano in questo conteggio? Chi sono le persone che rendono la strada più che una strada? Quanto è eterogenea la condizione delle persone senza dimora con cui entrate in contatto?
“La varietà è tanta quanto quella umana, ma ci sono dei tratti trasversali riconoscibili; da sempre raccontiamo l’emarginazione non solo come una mancanza di casa, ma anche forse soprattutto di relazioni, che chi finisce in strada ha perduto, non ha mai avuto e fatica a ricostruire. Per questo è fondamentale che si parli delle persone e alle persone, perché ricostruire legami è un elemento necessario all’uscita dalla condizione di strada. Certo, poi servono anche delle case!”.
Una popolazione mobile, intermittente. Persone che entrano ed escono dalla strada. Che alternano accoglienza e marginalità. Che si muovono in una zona grigia difficilmente catturabile da una rilevazione puntuale.

“La varietà è tanta quanto quella umana”.
Per questo è importante andare oltre le cifre che, se prese da sole, rischiano di produrre un’illusione di comprensione e appiattire un tema già contornato di stereotipi. Nel racconto pubblico, la figura della persona senza dimora è, quasi sempre, semplificata. Il clochard. L’alcolista. Il drogato. Chi non ha voglia di lavorare. L’immigrato che vive sulle spalle dei contribuenti.
“Lo stereotipo che più spesso ci si trova ad affrontare nel pubblico generico è che essere senza dimora sia una questione di volontà “ha scelto di stare in strada” o di mancanza di volontà “non si sforza per uscirne”.
La prima in 12 anni ormai di lavoro nel settore – ci racconta la Responsabile di Piazza Grande – non mi è mai capitato di incontrarla. Nessuno sceglie di stare in strada, ci finisce per una serie di fallimenti di vita e poi lo sforzo per uscirne è veramente alto e spesso non ci si vuole scontrare nuovamente con altri fallimenti.
Poi quello che è più visibile in strada sono le persone alterate dall’alcol o dalle sostanze o da problemi di salute mentale, e quindi fanno paura. La risposta securitaria che sale subito alle labbra e alle cronache non è però quella che funziona, nella nostra esperienza. Certo, se ci sono reati c’è un sistema giudiziario che deve svolgere il suo compito, ma la radice va lavorato con servizio di supporto sociale, di salute mentale e dipendenze, con accoglienze adatte ad accompagnare questi percorsi”.
Dopo il conteggio
La crisi abitativa non è più lo sfondo ma il centro. La perdita della casa non è più solo l’esito di una marginalità estrema, ma un rischio che si allarga. E questo ridefinisce il fenomeno. Come ricordano gli stessi obiettivi della rilevazione, contare serve soprattutto a orientare le politiche pubbliche e migliorare i servizi. I numeri non bastano.
“Ancora ci troviamo davanti un approccio più legato alla gestione del fenomeno che non all’eradicamento della povertà, che è chiaramente un movimento lento e lunghissimo ma che deve essere l’orizzonte a cui puntare” ci dicono dalla Cooperativa bolognese continuando – “Questo permea la cultura diffusa sul tema povertà ed emarginazione, anche se i contesti in cui operiamo da questo punto di vista sono più avanti rispetto al panorama nazionale”.
L’indagine Istat, parziale e perfettibile, solleva questioni importanti le cui risposte spettano – o spetterebbero – alla politica e alle istituzioni che vengono messe, ora più di prima, davanti alle proprie responsabilità. Ogni città ha molteplici volti, alcuni di questi noti e grandiosi, altri invece più complessi e spesso vengono alla luce quando tutto attorno cala il buio. Di notte le città si trasformano e ne rivelano proprio alcuni di questi. Le mappe restano le stesse, le strade anche. Ma cambia il loro significato. Alcuni luoghi si svuotano, altri si riempiono. E poi ci sono gli interstizi: stazioni, portici, margini. Quei non luoghi resi famosi da Marc Augé. Spazi che di giorno sono sì, attraversamento, ma che invece di notte diventano permanenza e identità.
“Nessuno sceglie di stare in strada”.






