Schiavitù, Risoluzione Onu per risarcire i discendenti

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14 Aprile 2026
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Il Palazzo di Vetro si trasforma, ancora una volta, in un’aula di tribunale a ritroso. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha recentemente approvato una risoluzione che non si limita a condannare la tratta transatlantica degli schiavi, ma la cristallizza come il “più grave crimine contro l’umanità” della storia.

Un’affermazione che, pur poggiando sulla tragedia innegabile che ha coinvolto almeno quindici milioni di persone, apre una voragine di interrogativi giuridici, storici e politici. Non è in discussione l’orrore del commercio di esseri umani, ma la pretesa di trasformare la storia in un atto d’accusa unilaterale, finalizzato a una redistribuzione economica globale sotto forma di risarcimenti.

La risoluzione, avanzata dal Ghana, emerge in un clima di crescente pressione da parte del blocco dei paesi africani (African Group) e dei Caraibi (CARICOM).

L’obiettivo dichiarato è la giustizia riparativa.

Il testo approvato non chiede solo il ricordo, ma esige scuse formali, la restituzione di beni culturali e, soprattutto, un quadro finanziario per i risarcimenti diretti ai discendenti delle vittime e agli Stati colpiti. Il voto ha ricalcato le faglie geopolitiche del nostro tempo. Da una parte, il “Sud Globale” compatto nel richiedere un conto economico per il passato coloniale; dall’altra, il blocco occidentale, stretto tra il peso morale della propria storia e la necessità di difendere i pilastri del diritto internazionale. Tutti i Paesi europei, più Giappone e Canada si sono astenuti, esprimendo forti riserve, non tanto sul riconoscimento della gravità della tratta, quanto sull’impianto sanzionatorio e retroattivo della risoluzione. Stati Uniti, Israele e Argentina hanno votato contro.

L’approccio della risoluzione appare, sotto un’analisi critica, marcatamente parziale. Presentare la tratta transatlantica come un crimine esclusivo dell’Occidente significa ignorare le dinamiche sistemiche della schiavitù come istituzione universale. Secoli prima dell’arrivo delle caravelle europee, la schiavitù era una pratica consolidata all’interno delle strutture sociali africane. I capitribù e i regni guerrieri (come il Dahomey o l’Impero Ashanti) gestivano mercati di esseri umani derivanti da guerre intertribali e debiti. Si trattava pertanto di una pratica endogena alla struttura sociale di quelle popolazioni.

Spesso dimenticata per convenienza ideologica, la tratta gestita dalle popolazioni arabe verso il Nord Africa e il Medio Oriente è durata oltre un millennio, coinvolgendo un numero di vittime paragonabile, se non superiore, a quella transatlantica, con la differenza strutturale della castrazione sistematica dei maschi neri, che ne ha impedito la persistenza demografica. Ignorare questi fattori non è solo un errore storiografico, ma una scelta politica volta a isolare il “Primo Mondo” come unico colpevole, derubricando i complici e i precursori a comparse irrilevanti.

La posizione dei Paesi Europei non si fonda sul negazionismo, ma sul principio di legalità. Esistono tre pilastri critici che rendono la risoluzione ONU un precedente pericoloso: definire la tratta transatlantica come il “più grave” crimine contro l’umanità stabilisce una gerarchia etica discutibile.

Significa forse che l’Olocausto, i Gulag sovietici, il genocidio cambogiano o quello ruandese sono crimini di serie B? Il diritto internazionale si basa sull’uguaglianza della dignità delle vittime; creare una classifica dell’orrore serve alla propaganda, non alla giustizia. Un principio cardine della civiltà giuridica occidentale è che non si può essere condannati per fatti che, al momento della loro commissione, non erano costituiti come reato dalle leggi vigenti. Applicare categorie giuridiche del XXI secolo a contesti del XVII significa smantellare la certezza del diritto.

Se non vi era illegalità internazionale all’epoca dei fatti, non può esistere oggi un obbligo legale di risarcimento. Le scuse sono un atto morale; l’indennizzo economico è un atto sanzionatorio che richiederebbe un nesso causale diretto e individuale, impossibile da stabilire dopo tre secoli. Il tentativo di attualizzare la risoluzione trasformandola in un “processo all’Occidente” appare ancora più stridente se si osserva la mappa dei diritti umani odierni. Mentre l’Europa riflette sulle proprie colpe passate e implementa politiche di integrazione, in vaste aree del mondo islamico e asiatico sopravvivono forme di servitù istituzionalizzata. Si pensi al sistema della Kafala in Medio Oriente, dove i lavoratori migranti sono legalmente vincolati ai loro datori di lavoro, privati del passaporto e dei diritti minimi, in una condizione che molte organizzazioni internazionali non esitano a definire “schiavitù moderna”.

Perché la risoluzione ONU non pone lo stesso accento sanzionatorio sulle pratiche correnti di chi oggi, nel 2026, calpesta la dignità umana?

La sensazione è quella di un attacco ideologico al modello occidentale, reo di essere l’unico ad aver sviluppato gli anticorpi morali per autocriticarsi. La tratta transatlantica degli schiavi è stata una ferita purulenta nella storia dell’umanità. Riconoscerne l’atrocità è un dovere civile. Tuttavia, la risoluzione ONU rischia di scivolare in una deriva “anti-woke” al contrario: una strumentalizzazione del dolore passato per ottenere vantaggi finanziari e geopolitici nel presente. Votare per risarcimenti miliardari basati sulla colpa ereditaria non cancellerà il passato, ma alimenterà nuovi risentimenti. È necessario coraggio intellettuale per decidere se fondare il futuro su una memoria condivisa capace di abbracciare la complessità storica nella sua interezza, o se cedere a un modello di giustizia retroattiva che trasforma il passato in un ricatto permanente ai danni delle generazioni attuali.

La giustizia non si ottiene trasformando i discendenti degli schiavi in creditori perenni e i discendenti degli schiavisti in debitori morali a vita. La vera riparazione dovrebbe risiedere nel consolidamento della democrazia, dello Stato di diritto e nello sradicamento delle schiavitù che nell’indifferenza di molti firmatari della risoluzione, continuano a umiliare l’uomo ancora oggi. L’Occidente non può e non deve accettare un processo kafkiano dove la sentenza è già scritta, il reato è retroattivo e il giudice è, spesso, chi ancora oggi pratica ciò che a parole condanna.