Il Pakistan bellicoso che fa da paciere

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C’è un luogo che, nelle ultime settimane, sembra essersi trasformato nel baricentro del mondo; un punto di equilibrio da cui dipendono la pace e la stabilità economica di intere nazioni. È un nome che rimbalza costantemente tra i titoli dei telegiornali e le prime pagine dei quotidiani. Quel luogo, stretto tra le vette himalayane del Karakorum a nord e le rive dell’Oceano Indiano a sud, è il Pakistan. In questi giorni, mentre tutti osserviamo con il fiato sospeso l’ennesima fiammata tra Washington e Teheran, è a Islamabad che i telefoni non smettono di squillare.

Il Pakistan non è solo un vicino ingombrante; è l’unico attore capace di sussurrare all’orecchio degli Ayatollah e, contemporaneamente, di negoziare con il Pentagono. Ma dietro questa facciata di mediatore necessario si cela un paradosso sanguinante: mentre Islamabad tenta di spegnere l’incendio tra USA e Iran, è impegnata in una guerra logorante e non dichiarata sul suo fronte occidentale con l’Afghanistan.

Perché il Pakistan si è offerto per mediare?

Il ruolo di mediatore del Pakistan nel conflitto USA-Iran non è un esercizio di altruismo, ma un istinto di sopravvivenza. Islamabad condivide con l’Iran un confine di oltre 900 chilometri, una frontiera porosa infestata da separatisti baluci e gruppi militanti. Un conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran trasformerebbe il Pakistan in un corridoio di instabilità, innescando una crisi di profughi ingestibile e tensioni settarie interne tra la sua maggioranza sunnita e la significativa minoranza sciita.

Per Islamabad, mediare significa evitare l’incendio in casa propria. È un funambolismo geopolitico: da un lato la necessità di mantenere i flussi finanziari e il sostegno militare americano, dall’altro l’esigenza di non irritare il vicino persiano, con cui condivide interessi energetici e la complessa gestione del dossier afghano. Tuttavia la schizofrenia geopolitica pakistana emerge guardando a Kabul.

Dopo aver sostenuto per vent’anni il ritorno dei Talebani sperando nella profondità strategica contro l’India, il Pakistan si ritrova oggi in un incubo: i Talebani afghani proteggono il TTP (Tehrik-i-Taliban Pakistan), i militanti che insanguinano le città pakistane. Islamabad sta dunque mediando la pace tra due potenze globali mentre bombarda le basi terroristiche oltre il confine afghano e ne subisce le rappresaglie. È una nazione che cerca di fare da pompiere nel Golfo Persico mentre il suo giardino di casa è avvolto dalle fiamme di una guerriglia transfrontaliera che non riesce a domare.

Se fuori il Pakistan appare come un diplomatico felpato, dentro è un’arena in fiamme. Al potere oggi siede una coalizione guidata dal Pakistan Muslim League-Nawaz (PML-N), con Shehbaz Sharif alla guida del governo, sostenuta da un fragile patto tra dinastie politiche e, inevitabilmente, dall’onnipresente apparato militare. Un governo tecnico-politico che cammina sui carboni ardenti dell’inflazione e del debito estero, sotto la stretta tutela del Capo di Stato Maggiore.

Perché il modello di governo del Pakistan potrebbe diventare nel futuro quello dell’Iran?

Per capire il Pakistan, bisogna infatti capire il GHQ (General Headquarters) di Rawalpindi. In Pakistan, i civili “regnano”, ma i militari “governano”. Questo sistema vede l’esercito come l’unico vero arbitro della vita politica, economica e giudiziaria.

È un modello di governance che molti analisti vedono oggi come lo specchio del futuro dell’Iran: una transizione dove il potere ideologico cede il passo a un’oligarchia militare-industriale, quella dei Pasdaran.

In Pakistan, l’esercito non è solo difesa; è un impero economico che gestisce banche, fabbriche di fertilizzanti e colossi immobiliari. Questo garantisce ai generali un’autonomia finanziaria che li rende impermeabili ai desideri dell’elettorato, trasformando la democrazia in una facciata procedurale.

Chi è Imran Khan

L’ombra che oscura ogni palazzo governativo è quella di Imran Khan.

L’ex stella del cricket e Primo Ministro, rimosso nel 2022 con un voto di sfiducia che ha gridato al complotto straniero, è attualmente detenuto. Khan ha infranto il tabù supremo: ha attaccato pubblicamente l’Esercito. Nonostante la detenzione e i tentativi di smantellare il suo partito (PTI), Khan rimane l’icona di una popolazione giovane che vede nei militari non più i salvatori della patria, ma il freno allo sviluppo. Oggi è di fatto il prigioniero politico più influente del mondo. La sua figura rappresenta la sfida più grande alla tenuta del “modello pakistano”.

La bussola pakistana punta verso tre direzioni cardine, ognuna carica di tensione.

Il nemico esistenziale è l’India, dalla partizione del 1947, il Pakistan definisce se stesso in opposizione a Nuova Delhi. La disputa sul Kashmir resta il nervo scoperto che giustifica l’ipertrofia del budget militare. La Cina è invece il polmone economico di Islamabad. Attraverso il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), Pechino ha investito decine di miliardi, trasformando il Pakistan nel proprio sbocco strategico sull’Oceano Indiano. Infine, il già citato Afghanistan.

Il rapporto del Pakistan con l’America

Il rapporto con Washington è, invece una saga di tradimenti e necessità reciproche che affonda le radici nella Guerra Fredda. Negli anni ’60 e ’80, il Pakistan è stato l’alleato chiave contro l’URSS (fondamentale per l’invio di armi ai Mujaheddin afghani). Dopo i fatti dell’11 Settembre, poi Islamabad è diventata l’alleato “non-NATO” nella guerra al terrore, incassando miliardi di dollari mentre, paradossalmente, settori della sua intelligence proteggevano i leader di Al-Qaeda e i Talebani. Oggi, Washington guarda al Pakistan con sospetto ma non può abbandonarlo: serve per il monitoraggio antiterrorismo e, appunto, come canale aperto verso Teheran. Per il Pakistan, gli USA sono la fonte di tecnologia militare e il garante presso il Fondo Monetario Internazionale, un partner indispensabile a cui però non viene più concessa la fiducia di un tempo.

Il rapporto del Pakistan con la Russia

In questo gioco di incastri, il Pakistan ha iniziato a guardare a Mosca. È un cambiamento storico: i nemici della Guerra Fredda oggi firmano accordi energetici. Il Pakistan ha bisogno del greggio russo a prezzi scontati e Mosca cerca nuovi mercati dopo l’isolamento occidentale. Questo avvicinamento non serve solo all’economia, ma è un segnale inviato agli USA: Islamabad ha alternative. La Russia, dal canto suo, vede nel Pakistan un pezzo fondamentale per la stabilità dell’Asia Centrale e un partner per contenere l’estremismo islamico che minaccia i suoi confini meridionali.

In questo quadro di fragilità economica, spicca un paradosso d’acciaio: il Pakistan è l’unica nazione del mondo musulmano a possedere la bomba atomica. Non è solo un’arma di difesa contro l’India; è il certificato di rilevanza globale del Paese. Nonostante le crisi energetiche e un tasso di inflazione che ha toccato vette drammatiche, l’arsenale nucleare resta l’unica “linea rossa” che nessuno, né l’Occidente né i vicini, osa calpestare. È lo scudo che impedisce al Pakistan di diventare “un altro Afghanistan” o “un’altra Siria”.

Cosa succede in Pakistan e al Pakistan

Con una popolazione che supera i 250 milioni di persone (la quinta nazione più popolosa al mondo), il Pakistan è un gigante demografico giovanissimo e inquieto. Si percepisce come il difensore del mondo musulmano, anche con azioni diplomatiche nelle sedi internazionali. Dalla sua nascita come patria separata per i musulmani dell’India britannica, ha cercato di proiettarsi come leader morale e militare dell’Islam sunnita. Eppure, questa proiezione esterna si scontra con una realtà interna fatta di leggi sulla blasfemia rigidissime e violenze settarie che colpiscono le minoranze. Questa missione morale è inoltre minata da una composizione sociale frammentata: Punjabi, che dominano l’esercito, Pashtun divisi dal confine afghano, i commercianti Sindhi e i separatisti Baluci.

Il Pakistan del 2026 è una nazione che sfida le leggi della gravità politica. È un Paese dove i generali sognano l’ordine cinese, i giovani sognano la rivoluzione di Imran Khan, e i diplomatici cercano di evitare che le tensioni tra USA, Iran e Afghanistan facciano saltare il tappo di una polveriera nucleare. Nato nel 1947 come “Terra dei Puri”, un sogno di patria per i musulmani del subcontinente indiano. Oggi è un Paese che corre per restare fermo, un laboratorio dove si sperimenta se uno Stato può sopravvivere al collasso economico grazie alla pura rilevanza geopolitica.

Il Pakistan non sta solo mediando tra Washington e Teheran; sta mediando con se stesso, cercando di capire se può continuare a essere uno Stato presidiato da un esercito o se deve finalmente diventare una nazione. Se fallirà, il rischio non è solo una crisi diplomatica, ma lo scricchiolio di un gigante nucleare le cui crepe interne sono già troppo profonde per essere ignorate. Finché il GHQ terrà le redini, il Paese rimarrà questo: un attore indispensabile, pericolosamente instabile e incredibilmente resiliente, sospeso tra il sogno di una guida spirituale dell’Islam e la realtà di una caserma globale.