
Hantavirus, qual è il villaggio in cui il virus passò da uomo a uomo
12 Maggio 2026
Il regime iraniano impiega la pena di morte come strumento sistematico di repressione politica e controllo sociale. Questo articolo vuole dare voce ai detenuti che sono stati privati della vita a causa delle proprie idee politiche. Attraverso le loro lettere e gli ultimi loro gesti, si metteranno in luce le violenze e le torture inflitte dal regime iraniano, dimostrando al contempo che nessuna dittatura può spegnere l’aspirazione alla libertà né il coraggio.
«Stavo camminando per Enqelab Street quando sono stato aggredito alle spalle e arrestato. […] Più di dieci persone mi circondarono. Uno di loro, un uomo anziano della squadra operativa del Ministero dell’Intelligence che pesava circa 130 chili, si sedette sopra di me […]. Giunti alla guarnigione l’interrogatore mi disse: “Devi parlare e confermare le accuse che stiamo rivolgendo contro di te, altrimenti continuerò a picchiarti fino al mattino”».
Inizia così la testimonianza di Babak Alipour studente di giurisprudenza di 34 anni raccolta dall’associazione Justice for the Victims of the 1988 Massacre in Iran (JVMI) e trasmessa nell’Agosto 2025 al relatore speciale delle Nazioni Unite. Alipour è stato giustiziato il 31 Marzo insieme a Pouya Ghobadi, di 33 anni. Il giorno precedente e quello successivo, altri quattro prigionieri coimputati nel medesimo processo _Akbar Daneshvarkar (58 anni), Mohammad Taghavi Sangdehi (59 anni), Abolhassan Montazer (67 anni) e Vahid Bani-Amerian (34 anni)_condannati a morte nel 2024 per appartenenza all’Organizzazione Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK)*, furono anch’essi impiccati.
Non si tratta di casi isolati: la pena di morte viene utilizzata dal regime iraniano come strumento sistematico di repressione politica e controllo sociale, con l’obiettivo di intimidire, soffocare il dissenso e annientare qualsiasi forma di opposizione organizzata. In questo contesto, il regime ha avviato una campagna di esecuzioni mirate contro prigionieri politici, tra cui manifestanti delle recenti proteste nazionali, membri del MEK e persone accusate di spionaggio a favore di Israele. Tra le ultime esecuzioni di questi giorni si segnalano quelle di Mohammad Abbasi, un detenuto durante le proteste di Gennaio; di Ehsan Afrashteh, un 32 enne specializzato in sicurezza informatica, condannato a morte con l’accusa di spionaggio per Israele; e quella di Erfan Shakourzadeh, prigioniero politico di 29 anni, ricercatore nel campo della tecnologia satellitare e studente di ingegneria aerospaziale.
Lo shutdown di internet imposto dalle autorità iraniane impedisce alle organizzazioni indipendenti e umanitarie di ottenere informazioni complete su quanto avviene all’interno del Paese e nelle prigioni, ma ciò che riesce comunque a trapelare conferma, tuttavia, come la macchina repressiva del regime sia sanguinaria e spietata.
Le testimonianze e le ultime ore dei sei prigionieri politici affiliati al PMOI/MEK
Babak Alipour è stato arrestato a Teheran il 27 Dicembre 2023. Nella sua testimonianza raccolta da JVMI, racconta che durante l’interrogatorio, semplicemente per essersi rifiutato di presentarsi davanti alla telecamera, è stato picchiato.
«Hanno iniziato a picchiarmi per costringermi a parlare. Una persona mi teneva le mani ammanettate, un’altra mi spinse in un angolo, il loro capo squadra mi ha invece schiaffeggiato, e colpendomi con il dorso della mano, mi diede un pugno dietro la testa. Successivamente fui preso a pugni nello stomaco, nelle ginocchia e nei testicoli».
Alipour denuncia come le minacce e le violenze, sia verbali che fisiche, contro di lui siano continuate durante tutto l’interrogatorio:
«Successivamente, il secondo interrogatore ha iniziato a umiliarmi e a provocarmi, cercando di farmi reagire in modo da poter registrare qualcosa da usare come prova contro di me in tribunale. Ha proseguito insultando me e i miei familiari, e poi mi ha anche aggredito fisicamente, colpendomi alla testa e al volto. A causa dei pugni, la pelle sotto l’occhio destro si è lacerata, l’orecchio destro è rimasto ferito e ho provato dolore e gonfiore dalla fronte alla nuca, tanto che per diversi giorni non riuscivo nemmeno a poggiare la testa sul cuscino».
Alipour aggiunge anche che è stato minacciato di morte ripetutamente con un’arma da fuoco e che tutte queste umiliazioni e soprusi avvennero alla presenza di una persona presentata come il Vice Procuratore di Teheran.
Pouya Ghobadi, ingegnere elettrico, fu arrestato a Teheran nel Maggio 2018 e sottoposto a quattro mesi di isolamento nel braccio 209 del carcere di Evin. Durante questo periodo, secondo Iran Human Rights Society, subì brutali interrogatori e torture, tra cui percosse che gli causarono emorragie interne. Rilasciato nel Febbraio 2023 in seguito a un’amnistia generale, fu costretto in esilio a Nikshahr, nella provincia del Sistan e Baluchistan.
Il 23 Febbraio 2024 fu nuovamente arrestato al confine di Chaldoran mentre tentava di lasciare l’Iran. Anche la sua testimonianza è stata raccolta da JVMI e trasmessa all’ONU.
«Sono stato arrestato dalle guardie di frontiera insieme a diciassette richiedenti asilo afghani, tra uomini, donne e bambini. Fin dal momento dell’arresto siamo stati picchiati e minacciati di morte. Le donne e i bambini venivano lasciati soli, mentre tutti gli uomini subivano aggressioni fisiche e venivano insultati con parole volgari e offensive. Le percosse avvenivano all’aperto, in un freddo pungente, sulla neve alta più di mezzo metro. Circa dodici uomini furono rinchiusi in una stanza di appena 2,5 metri per 2,5 metri e costretti a dormire con i vestiti bagnati. L’accesso al bagno ci era concesso solo due o tre volte». A causa dell’esposizione al freddo e dei trasferimenti in condizioni disumane dalla frontiera di Khoy al carcere di Maku e poi a Evin, Ghobadi si ammalò, ma gli fu comunque assegnata una delle celle più gelide.
Ghobadi denuncerà inoltre i trattamenti avvenuti nelle precedenti incarcerazioni:
«Dal 22 Febbraio 2019 al 25 Febbraio 2023 sono stato incarcerato per aver sostenuto l’Organizzazione Mojahedin del Popolo Iraniano. Durante questo periodo ho assistito a numerose violazioni dei diritti umani contro di me e contro altri. […] Tra Gennaio e Febbraio 2020 sono stato testimone di comportamenti brutali da parte delle guardie carcerarie. In tre occasioni un prigioniero è stato picchiato da più agenti con pugni, manganelli e tubi di ferro. Per aumentare la sua paura, gli hanno avvicinato un microfono alla bocca, trasmettendo le sue urla in tutta la sala, costringendolo a chiedere scusa pronunciando parole degradanti».
Amnesty International in una nota di un anno fa lanciava l’allarme per salvare i 6 prigionieri politici: Alipour, Ghobadi, Daneshvarkar, Taghavi Sangdehi, Montazer e Bani-Amerian, comunicando che secondo fonti attendibili tutti questi detenuti durante la detenzione e gli interrogatori sono stati torturati e maltrattati. Violenze che sono continuate fino al giorno prima della loro impiccagione
Carcere di Ghezel Hesar: sono le 21.30 del 29 Marzo quando le guardie fanno irruzione nel reparto in cui si trovano i prigionieri politici. Iran Human Rights Monitor, comunica che un testimone che ha assistito al blitz riferirà: «Le guardie ci hanno assalito armate di pistole, catene e manganelli. Alla porta c’era Akbar Daneshvarkar: fu il primo ad essere colpito con una violenza tale che i suoi vestiti si strapparono». Il testimone, che per ragioni di sicurezza ha deciso rimanere anonimo, comunicherà che nonostante l’atmosfera fosse piuttosto tesa, tra scherni e risate, il detenuto Daneshvarkar si rivolse verso la guardia, gridando: «Perché hai così tanta paura? Siamo noi quelli che stanno per essere giustiziati; perché hai paura?» e in quel momento scoppiò a ridere.
Babak Alipour, con il suo solito sorriso rassicurante, chiese agli altri prigionieri: «State tutti bene, ragazzi?». Nel frattempo tre uomini lo circondarono, incatenandolo con manette e catene, lui reagì usando il proprio busto per spingerli via così da poter salutare tutti i suoi compagni.
Non c’è uno tra questi 6 detenuti che non abbia dimostrato coraggio. Queste ultime ore di vita sono state lo specchio della loro esistenza, dedicata alla resistenza e al non farsi schiacciare dalla macchina della morte della Repubblica islamica. Prima dell’esecuzione, questi 6 prigionieri politici hanno anche intonato canti di resistenza atti a sfidare il regime.
Sempre il testimone racconta che finché lui era ammanettato, Bani-Amerian gli prese il viso tra le mani e lo baciò, dicendo: «È arrivata la chiamata per l’ultimo viaggio. È il momento. La libertà dell’Iran e del nostro popolo vale questo sacrificio». In quell’istante gli agenti trascinarono fuori Bani-Amerian. La sua resistenza non si arrestò nemmeno in quel momento: quando alzando due dita formando una V, in segno della vittoria, uscì.
Con loro c’è anche Abolhassan Montazer, uno tra i prigionieri politici più anziani, con una lunga esperienza di detenzione iniziata già all’epoca del regime dello scià. Il testimone ricorda che Montazer ripeteva sempre che “bisognava recarsi all’esecuzione con la testa alta, con dignità e con fierezza”. «Fu davvero cosi: con assoluta calma, mentre era incatenato da un paio di manette a un altro prigioniero, riuscì comunque a salutare gli altri detenuti» riferisce il testimone a IHRM.
La vendetta del regime contro le famiglie dei prigionieri politici giustiziati
In Iran anche per recarsi all’ufficio del medico legale e dalla magistratura per chiedere dove si trova la salma del proprio caro si può essere incarcerati. È importante sapere infatti che i corpi dei prigionieri politici recentemente giustiziati non sono stati ancora restituiti alle loro famiglie. Quando il regime iraniano non può colpire direttamente i prigionieri, la sua violenza si riversa sui familiari. I parenti oltre aver perso un proprio caro in un omicidio di Stato, non possono nemmeno commemorarlo o svolgere i riti funerari in quanto il corpo è stato letteralmente sequestrato dalle autorità del regime. Ancora oggi, molti parenti attendono senza risposta la restituzione dei corpi dei loro cari. Ogni giorno si chiedono, con angoscia crescente: dove sono finiti?
E a porsi questa domanda e a pretendere di sapere dove fosse la salma del fratello Akbar Daneshvarkar, sono state anche Akram Daneshvarkar e Azam Daneshvarkar che da fine Marzo si recavano negli uffici e al carcere di Ghezel Hesar per avere informazioni e pretendere la restituzione. Per questo motivo il 18 Aprile sono state arrestate con l’accusa di “raduno e collusione contro la sicurezza interna e disturbo dell’ordine pubblico”, e successivamente trasferite al carcere di Qarchak a Varamin. La loro principale richiesta era ottenere informazioni sul luogo di sepoltura del fratello.
Akram Daneshvarkar, di 54 anni, informa il portale di NCRI Women’s Committee, aveva partecipato attivamente alla campagna “No ai martedì delle esecuzioni”, e insieme ai genitori, aveva lottato per ottenere la sospensione della condanna a morte del fratello.
Qualche giorno prima del loro arresto, il 4 Aprile, era stata imprigionata Masoumeh Azhini, di 63 anni, sorella del prigioniero politico Mahmoud Azhini (impiccato nel massacro del 1988). Masoumeh era stata arrestata già nel 2019 per aver cercato giustizia per suo fratello ed era stata incarcerata per un anno nella prigione di Fardis, Karaj. Da allora, è stata sotto costante sorveglianza e pressione dell’intelligence, affrontando ripetute convocazioni e minacce. Non sono state rese pubbliche informazioni sulle sue condizioni attuali o sul luogo in cui si trovi.
La detenzione di Akram, Azam e Masoumeh si inserisce in un contesto più ampio di pressioni e intimidazioni sempre più frequenti nei confronti delle famiglie che cercano giustizia per parenti giustiziati o scomparsi.
Il ruolo attuale e passato di Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, capo della Magistratura
«Una delle richieste legittime del popolo è che chiunque abbia commesso crimini, chi collabori con il nemico, chi agisca come sua fanteria, sia dentro che fuori dal paese, venga identificato e processato senza indugio. I processi devono svolgersi rapidamente, naturalmente nel rispetto della legge, dell’equità e della giustizia. Proprio questo è ciò che il nemico teme. Questi individui spregevoli e maledetti credono di poter piegare la magistratura ai loro capricci, imponendo regole a loro piacimento. Dicono: “Niente esecuzioni”. E chi siete voi per decidere che non ci debbano essere esecuzioni?».
Questo ha dichiarato Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, il capo della magistratura del regime iraniano, il 30 Aprile. Asserzioni che confermano la sua dura posizione verso i prigionieri politici, in particolare quelli arrestati durante le recenti proteste nazionali. Mohseni-Eje’i ha infatti più volte sostenuto e ordinato l’emissione di condanne a morte, spesso giustificate con accuse di spionaggio o presunti legami con media stranieri.
Tra Marzo e Aprile di quest’anno, sotto la sua supervisione, la macchina esecutiva ha portato alla morte più di una dozzina di persone, instaurando un clima di terrore diffuso. Il recente e sanguinoso bilancio comprende diversi episodi significativi, tra cui l’esecuzione dei 6 prigionieri affiliati all’Organizzazione Mojahedin del Popolo Iraniano.
La condotta sanguinaria di Mohseni-Eje’i nei confronti dei dissidenti iraniani non è una novità. Tra il 1986 e il 1988, infatti, ricoprì il ruolo di Rappresentante della Magistratura presso il Ministero dell’Intelligence e avrebbe avuto un ruolo attivo nel gruppo decisionale responsabile delle condanne a morte extragiudiziali durante il massacro del 1988. Sebbene, si legge in un rapporto su di lui di Iran Human Rights Monitor, non facesse parte direttamente dei cosiddetti “Comitati della Morte”, incaricati di emanare gli ordini di esecuzione, la sua posizione fu fondamentale per l’attuazione di queste esecuzioni.
Il richiamo al 1988 non riguarda solo Mohseni-Eje’i, ma evidenzia anche come la sistematicità odierna nell’uso della pena capitale abbia spinto gli esperti a denunciare un ritorno dello stesso modus operandi delle esecuzioni di massa di quell’anno. Già nel rapporto Is a Human Catastrophe Unfolding in Iran’s Prisons? di IHRM si sottolineava come, al termine del conflitto di Giugno, la Repubblica islamica avesse intensificato l’eliminazione fisica dei detenuti, una pratica che continua ancora oggi, in modo quotidiano e sistematico.
Il massacro del 1988. Era il 1988 (1367 nel calendario persiano), quando si verificò un atto di violenza senza precedenti nella storia iraniana. Migliaia di prigionieri politici (circa 30.000), per lo più affiliati all’opposizione dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran, ma non solo, furono condannati a morte in seguito a una fatwa emessa dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini nel Luglio dello stesso anno. I prigionieri furono giustiziati senza alcun diritto a un processo o a un’assistenza legale e subirono torture e violenze sistematiche. Venivano sottoposti a estenuanti interrogatori, spesso bendati o condotti in modo improvvisato, durante i quali era loro imposto di rinnegare le proprie convinzioni politiche e ideologiche. A tal fine, le autorità redigevano liste dei prigionieri con colonne di domande a risposta sì/no, come “ti penti?” o “preghi?”, segnando ciascuna risposta con un segno di spunta o una croce. Chi si rifiutava di pentirsi, collaborare o rinnegare la propria fede e appartenenza politica veniva ucciso. Per impedire ogni contatto tra detenuti, furono chiuse anche le aree comuni delle carceri, comprese le infermerie, spingendo molti carcerati al suicidio. Coloro che sopravvissero agli interrogatori furono comunque condannati a morte: le esecuzioni avvenivano in segreto, senza informare le famiglie, e i corpi venivano sepolti in fosse comuni. L’ex presidente iraniano, Ebrahim Raisi, fece parte della cosiddetta “Commissione della Morte” nei penitenziari di Evin e Gohardasht, numerosi testimoni hanno riferito del suo ruolo nelle esecuzioni di massa del 1988, per questo fu soprannominato “il Boia”.
Il ruolo di Mohseni-Eje’i sarà cruciale anche negli anni successivi al massacro: «Negli anni ’90, la sua presenza nel Ministero dell’Intelligence continuò e il suo nome fu direttamente associato a un progetto noto come Piano Al-Ghadir. Secondo i rapporti, tale piano prevedeva il rapimento e la scomparsa forzata di ex prigionieri politici e dissidenti, individui che continuavano a subire sorveglianza e molestie anche dopo il rilascio», riferisce l’IHRM.
La sua efferatezza e il ruolo centrale nella repressione delle proteste nazionali in Iran gli ha valso il soprannome di “Il Giudice della Morte,” un appellativo condiviso con un altro giudice, Abolghassem Salavati.
Le organizzazioni dei diritti umani hanno più volte invitato la comunità internazionale e le Nazioni Unite a intervenire con urgenza, tra le loro richieste compreso l’invio di una missione d’inchiesta nelle carceri iraniane, mentre gli esuli iraniani e dissidenti chiedono da anni la chiusura delle ambasciate della Repubblica Islamica, l’espulsione dei diplomatici e agenti del regime e l’annullamento delle condanne a morte e il rilascio dei prigionieri politici. Al momento non sembra esserci volontà e impegno di soddisfare queste richieste.
*L’Organizzazione Mojahedin del Popolo Iraniano, fondata nel 1965 e in esilio dagli anni ’80, è oggi guidata da Maryam Rajavi, presidente eletta nel 1993 del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI/NCRI) creato nel 1981. Il leader storico e co-fondatore, suo marito Massoud Rajavi, è scomparso dal 2003. Sigle usate nel testo: PMOI: People’s Mojahedin Organization of Iran (denominazione ufficiale in inglese). MEK: Mojahedin-e Khalq.






