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«Russia e Ucraina devono scendere a compromessi». Le parole pronunciate dal presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko nei giorni scorsi attirano, non di poco, l’attenzione. E lo fanno, ancora di più, se lette accompagnate dalle altre sue recenti dichiarazioni: dall’invito a Emmanuel Macron a farsi promotore di un dialogo di pace fino alle scuse di questi giorni nei confronti di Volodymyr Zelensky per alcune minacce passate sottolineando come la Bielorussia non rappresenti un pericolo diretto per Kyiv.

Un cambio di tono, quello delle ultime settimane, evidente soprattutto per chi osserva la guerra in Ucraina dal 2022.

Verrebbe da chiedersi se il presidente Lukashenko sia diventato improvvisamente un uomo di pace.

Eppure, la vera questione è un’altra: perché questo cambiamento proprio ora?

La risposta non è semplice e potrebbe trovarsi nella posizione sempre più delicata occupata da Minsk all’interno della guerra. La Bielorussia è stata ed è, infatti, uno dei principali alleati della Russia fin dall’inizio dell’invasione. Non ha mai esitato nel permettere alle forze russe di utilizzare il proprio territorio, ha ospitato e ospita truppe e infrastrutture logistiche di Mosca – comprese armi nucleari tattiche – ma, almeno formalmente ha sempre evitato di inviare l’esercito bielorusso oltre confine. Lukashenko stesso lo ha ripetuto più volte negli ultimi mesi.

Se da una parte, la dipendenza politica e militare da Mosca è chiara e la sopravvivenza politica del regime continua a dipendere dall’appoggio del Cremlino, dall’altro un coinvolgimento maggiore della Bielorussia nel conflitto rappresenterebbe un rischio enorme per essa stessa.

Ed è proprio qui che emerge la complessità della posizione bielorussa.

Questo è esattamente quello che, tecnicamente, viene definito “balancing”: ovvero quella strategia orientata al mantenimento di un equilibrio tra diversi attori più forti per non finire, però, letteralmente schiacciati da uno di essi. Per anni Lukashenko ha costruito la propria politica estera proprio su questo principio, cercando di mantenere aperti canali con l’Occidente pur rimanendo uno degli alleati chiave della Russia e riuscendo comunque a restare formalmente fuori dal conflitto. Una posizione certamente ambigua ma che gli ha permesso per lungo tempo di preservare un certo margine di autonomia – seppur minimo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha però ridotto drasticamente il margine di manovra di Minsk che oggi dipende dalla Russia molto più che in passato. Ma dipendenza non significa necessariamente coincidenza totale degli interessi.

Ed è proprio in questo contesto, quello di una guerra che doveva durare pochi giorni e dall’esito incerto vista la posizione sempre più complessa in cui si trova Mosca giorno dopo giorno, che il recente attivismo diplomatico di Lukashenko assume il suo significato. Le telefonate con leader europei, gli appelli al compromesso e persino le parole insolitamente concilianti rivolte a Zelensky possono essere lette come il tentativo di ricostruire uno spazio politico autonomo in vista di un futuro che, pur essendo ancora tutto da scrivere, è oggi sicuramente più favorevole a Kyiv di quanto non fosse mesi fa.

Non si tratta di una rottura con Putin. Tuttavia, è probabile che Lukashenko voglia evitare che il destino del proprio regime venga legato in modo irreversibile all’esito della guerra.

La Bielorussia non si sta allontanando dalla Russia, ma il leader bielorusso sta probabilmente cercando di garantire un futuro a Minsk qualunque sarà l’esito del conflitto.

Immagine 1: Alexander Lukashenko, September 15, 2023, Creative Commons Attribution 4.0

Immagine 2: Vladimir Putin and Alexander Lukashenko in Valaam. Kremlin.ru, Creative Commons Attribution 4.0