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La costa che cambia
Sugli scogli poco fuori Saranda il mare è immobile e davanti, all’orizzonte, si intravede la sagoma di Corfù.
“Afer detit, afer mbretit”. Vicino al mare, vicino al re. Così recita un proverbio albanese. Parola di Fabian, 24 anni, arrivato a Macerata a undici, incontrato per caso sugli scogli di una spiaggia poco distante da Saranda, cittadina turistica del sud in piena espansione. L’Adriatico, ieri viatico per i migranti in cerca di una terra promessa, oggi è attraversato da migliaia di turisti ogni estate. Da Valona a Brindisi su barconi pericolanti allora, da Brindisi a Valona su navi con cabine e letti oggi. L’inversione della rotta non ha tolto centralità al mare, sul quale l’Albania prova a immaginarsi diversa: alberghi, investimenti, lungomari ridisegnati per il turismo europeo.
Dopo la caduta del comunismo il Paese ha aperto alla democrazia e al mercato, puntando su una fiscalità leggera per attrarre capitali stranieri. Viaggiando lungo la costa sud, incontrando persone e, osservando, una domanda emerge con vita propria: chi sta davvero beneficiando di questo sviluppo?
Valona, oltre il lungomare
Valona è il punto di partenza, con circa 90.000 residenti stabili che d’estate aumentano con l’arrivo dei turisti. Dalla nave, prima ancora di arrivare, si distingue la linea chiara del lungomare, come se fosse un sorriso: edifici bianchi, ordinati, alti. Alle spalle la città è abbracciata dai Monti Cerauni che chiudono l’orizzonte. Poi l’attracco. Il porto — il secondo del Paese per dimensioni — mostra segni evidenti di incuria. Il quartiere intorno è popolare, quasi marginale. Il sorriso bianco degli hotel finisce in fretta: basta girare l’angolo e l’asfalto si apre in crepe profonde, i marciapiedi si interrompono, gli intonaci si sfaldano. Agli incroci, lontano dalla passeggiata sul mare, uomini anziani si fermano con biciclette cariche di cassette di fichi. Restano accanto al sellino, in silenzio, aspettando che qualcuno si avvicini. I volti sono scavati, smunti. La distanza è di poche centinaia di metri, ma sembra un’altra città.
Eppure è proprio da qui che passa una parte decisiva del futuro della costa sud. Il turismo vale circa l’8-9% del PIL nazionale e il governo punta ne ha fatto uno dei pilastri della crescita. Lo spiega bene il porto di Valona, che è incluso in un progetto di riconversione: oltre 400 posti barca per imbarcazioni fino a 50 metri, con operatività prevista entro il 2027. Una marina pensata per la nautica di lusso.
«Il Paese è cambiato», raccontano Rosina ed Edmond, coppia albanese che vive all’Aquila da trent’anni e torna alle proprie origini ogni estate. «Però la ricchezza del turismo non arriva a tutti. Gli alberghi sono per pochi. Oggi comandano i privati». Parlano di una crescita visibile ma non condivisa, di una facciata che migliora mentre sotto — dicono — resta fragile.

Saranda, prima del cemento
Sulla strada che collega Valona a Orikum un asino attraversa lentamente la carreggiata. Poco più avanti, accanto a un cantiere aperto, alcune mucche pascolano indisturbate. Il traffico scorre intorno. È solo l’inizio della SH8, la strada panoramica che costeggia la Riviera albanese e conduce verso sud: una delle infrastrutture su cui il Paese punta per rendere accessibile la costa meridionale, ma che alterna tratti spettacolari a curve strette, carreggiate irregolari e salite impervie. Arrivando a Saranda certe sensazioni non cambiano: la trasformazione è in atto anche qui. Le insegne dei locali e degli alberghi disegnano il profilo del lungomare. La cittadina è un saliscendi che si sviluppa dalle colline verso il mare, mentre il traffico la fa da padrone.
In una piccola bottega a pochi passi dal porto incontro Luan, ottant’anni, fotografo. Il locale è stretto e disordinato: vecchie macchine fotografiche, album impilati, cornici annerite dal tempo. Poi apre un cassetto e tira fuori una foto del 1958: case basse, poche barche tirate in secca, una linea di costa quasi intatta. La cittadina allora era poco più di un villaggio di pescatori affacciato sullo Ionio. «Questa era Saranda», dice. «Oggi è tutto cemento. Si è costruito ovunque, senza misura. Si è pensato agli alberghi perché rendono di più. Ma le strade e i parcheggi? E poi c’è l’entroterra, sempre dimenticato».

La domanda trova riscontro appena si esce dalla sua bottega. In alta stagione gli assi stradali non riescono a reggere l’afflusso di visitatori. Le auto si accumulano soprattutto lungo la direttrice Saranda-Ksamil. I parcheggi sono pochi, i posti auto insufficienti, i mezzi pubblici quasi assenti. La crescita è visibile, ma l’organizzazione fatica a stare al passo.
Il mercato immobiliare restituisce una fotografia simile. Nel Piano Locale di Strehimit della Bashkia Sarandë, basato su dati INSTAT, il 37,6% delle abitazioni risulta non abitato, mentre il 14,9% è destinato a usi secondari o stagionali: una combinazione tipica dei contesti in cui la domanda turistica e d’investimento supera quella della residenza stabile.
Percorro una rampa di scala. Poco distante dalla bottega di Luan, sotto il livello del marciapiede, una sarta arrivata da Valona racconta un’altra faccia della stessa città. «Bastano uno o due mesi di lavoro e si vive tutto l’anno», dice. «Gli stranieri hanno capito che qui si può investire». Ma non è tutto. Abbassa lo sguardo e ammette: «Troppi hotel di lusso e poco verde. Non mi piace».
I numeri confermano l’accelerazione. Il turismo pesa ormai quasi un decimo dell’economia albanese e la costa sud è tra le aree più dinamiche del Paese. Secondo stime ufficiali, il settore potrebbe portare all’economia nazionale circa 6,7 miliardi di euro entro il 2030, consolidandosi come uno dei principali pilastri. Le istituzioni finanziarie internazionali classificano oggi l’Albania tra le economie a reddito medio-alto.
Il prezzo della crescita
Se si allarga lo sguardo oltre Valona e Saranda, il quadro è quello di un Paese che sta crescendo. Secondo i dati di InfoMercatiEsteri, il PIL albanese nel 2025 sarebbe aumentato di circa il 3,5%, confermando un trend espansivo nell’ultimo decennio. Il debito pubblico è sceso sotto il 60% del PIL dopo gli anni della pandemia, mentre l’inflazione — dopo il picco del 2022 — è tornata sotto il 2%. Anche gli investimenti diretti esteri restano elevati, arrivando a rappresentare oltre l’8% del PIL. Negli ultimi anni il governo ha costruito un sistema fiscale esplicitamente orientato ad attrarre capitali: nessuna limitazione alla proprietà straniera delle società, possibilità per gli investitori esteri di detenere il 100% del capitale e di trasferire liberamente i profitti all’estero. L’imposta sugli utili per le imprese è fissata al 15%, ma con regimi agevolati per alcuni settori considerati strategici. Gli hotel a cinque stelle, ad esempio, possono beneficiare di un’esenzione totale dall’imposta sugli utili per i primi dieci anni di attività, mentre l’IVA ordinaria al 20% scende al 6% per il settore alberghiero e l’agriturismo.
Sono strumenti di politica economica per consegnare un messaggio chiaro all’estero: investire in Albania conviene.
L’altro lato di questa medaglia ha però diverse ombre. Nel più recente Indice di Percezione della Corruzione di Transparency International, l’Albania ha ottenuto 39 punti su 100, collocandosi nella parte medio-bassa della classifica globale e segnando un arretramento rispetto all’anno precedente.
Appare chiaro un fatto, poi. Come un fil rouge che tiene tutto assieme. L’esecutivo guidato da Edi Rama — primo ministro socialista in carica dal 2013 — punta apertamente all’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea. Il Paese è candidato dal 2014, i negoziati di adesione si sono aperti nel 2022 e nell’ottobre 2024 è stato avviato il primo gruppo di capitoli negoziali. È attraverso questa lenta che bisogna leggere l’attrazione di investimenti, la modernizzazione delle infrastrutture e lo sviluppo del turismo, così come la costruzione dei Centri per migranti. Tutto questo fa parte di una strategia: dimostrare che l’Albania può correre come un’economia europea aperta e competitiva.
E la Riviera albanese — in fondo il Paese stesso — tenta di tenere il passo. Ma è una corsa che pur promettendo crescita e opportunità, lascia intravedere anche una ricchezza che resta concentrata nelle mani di pochi. L’Albania sta costruendo il proprio futuro o lo sta semplicemente mettendo sul mercato?
Sugli scogli di Saranda Fabian guarda il mare verso la Grecia. Dice che un giorno vorrebbe tornare a vivere qui. «Ma non adesso».







