
Ucraina: il racconto della dottoressa di Mediterranea
8 Agosto 2026
Un’architettura di sicurezza collettiva firmata all’ombra dei luoghi santi dell’Islam, pensata per ridisegnare la mappa del potere dall’Egeo all’Oceano Indiano. Sotto le volte sacre della Mecca, il 7 agosto 2026, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif hanno siglato un accordo di difesa trilaterale destinato a imprimere una svolta radicale agli equilibri di potere euro-asiatici e mediorientali. Un’intesa dal ritmo incalzante e dalle ambizioni colossali, nata sotto la pressione di crisi regionali acute e aperta a traiettorie di espansione che costringono Washington, Gerusalemme e Teheran a ricalcolare d’urgenza le proprie strategie.
Il cuore del documento firmato a Mecca è netto e non ammette ambiguità interpretative: qualsiasi attacco armato contro uno dei tre Stati contraenti sarà considerato un attacco sferrato contro tutti e tre. È questa clausola di difesa collettiva, speculare all’articolo 5 del Trattato Nordatlantico, ad aver spinto analisti e osservatori a definire l’intesa una sorta di “Nato mediorientale” o, più accuratamente, un patto di deterrenza euro-asiatico.

Il trattato non si limita tuttavia alla sola enunciazione del principio di mutua assistenza. Strutturato per massimizzare l’interoperabilità tra i tre eserciti, l’accordo prevede:
-Integrazione della deterrenza strategica. L’intesa si innesta e amplia la precedente alleanza bilaterale di difesa siglata tra Riad e Islamabad nel settembre del 2025 (il Strategic Mutual Defence Agreement), estendendo di fatto l’ombrello della deterrenza strategica e le capacità missilistiche e nucleari pakistane a una protezione allargata che ora abbraccia anche Ankara.
-Cooperazione industriale e tecnologica. Vengono gettate le basi per massicci trasferimenti tecnologici, condivisione d’intelligence in tempo reale e programmi congiunti di ricerca e sviluppo nel settore della difesa avanzata, sfruttando la straripante crescita dell’industria militare turca (famosa soprattutto per i sistemi di droni e guerra elettronica).
-Esercitazioni e pianificazione congiunta. Vengono istituiti tavoli permanenti di stato maggiore per la gestione coordinata delle crisi regionali, della sicurezza transfrontaliera e delle operazioni antiterrorismo.
Un elemento cruciale che emerge con forza da questa architettura diplomatico-militare è la sua natura marcatamente sunnita. Riunire la potenza finanziaria e petrolifera dell’Arabia Saudita, il secondo esercito per dimensioni della NATO e una formidabile macchina industriale come quella turca, uniti all’arsenale strategico di una potenza atomica come il Pakistan, significa cementare un blocco geopolitico a forte trazione sunnita. Non si tratta di un semplice ritorno alle alleanze confessionali del passato, ma di un calcolo orientato alla proiezione di potenza. Di fronte alla frammentazione dei tradizionali sistemi di sicurezza, i tre Paesi hanno scelto di istituzionalizzare una cintura di sicurezza islamica che trascende i confini mediorientali per proiettarsi dall’Anatolia fino al subcontinente indiano. Questo asse risponde all’esigenza di Riad di non dipendere esclusivamente dalle garanzie occidentali, offrendo al contempo a Erdoğan la possibilità di espandere l’influenza strategica turca nel Golfo e a Islamabad di consolidare il proprio ruolo geopolitico di primo piano nel mondo islamico.
Questo patto trilaterale arriva a pochissimi giorni di distanza da un altro accordo epocale: l’intesa sul nucleare civile siglata a Washington il 22 luglio 2026 tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita (noto come accordo 123). L’intesa stabilisce una partnership di durata trentennale per lo sviluppo del programma nucleare civile saudita. Consente la costruzione di impianti avanzati di reattori e, punto cruciale e fortemente dibattuto, autorizza capacità di arricchimento dell’uranio sul suolo saudita, superando vecchie resistenze di Washington, pur inserendosi in un quadro di controlli e salvaguardie bilaterali.
L’accordo nucleare con gli Stati Uniti e il patto di difesa trilaterale con Turchia e Pakistan non sono slegati; al contrario, compongono una strategia a doppio binario di Riad. Da un lato, l’Arabia Saudita blinda la propria transizione energetica e tecnologica legandosi a doppio filo agli Stati Uniti; dall’altro, tramite il patto di Mecca, si dota di uno scudo di sicurezza multilaterale autonomo in grado di proteggerla dalle turbolenze di una regione sconvolta dai conflitti recenti. L’emergenza di questo blocco trilaterale innesca immediate onde d’urto sulle potenze regionali e globali.
L’Iran guarda al patto con profonda ostilità e aperta preoccupazione. La combinazione di una Riad dotata di tecnologie nucleari avanzate, unita allo scudo militare turco-pakistano e alle tensioni belliche vissute nei mesi scorsi, viene interpretata dalla Repubblica Islamica come un accerchiamento strategico volto a neutralizzare la sua proiezione di potenza regionale.
Lo Stato ebraico vive l’accordo con forte nervosismo. Il coinvolgimento della Turchia — attualmente ai ferri corti con Gerusalemme e legata da una crescente rivalità strategica — in un’alleanza di difesa che protegge Riad complica enormemente i piani di normalizzazione diplomatica (gli Accordi di Abramo) e introduce un elemento di forte instabilità ai confini strategici israeliani. Inoltre questo patto potrebbe apparire una risposta indiretta o simmetrica all’asse militare e marittimo stretto da Tel Aviv con la Grecia e Cipro in chiave marcatamente anti-turca nel Mediterraneo orientale. Sebbene il patto trilaterale sia principalmente orientato a stabilizzare il fianco meridionale ed orientale del Golfo e a erigere un argine contro l’influenza iraniana, la convergenza tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia crea inevitabilmente un contrappeso geopolitico di vastissimo raggio. L’inclusione di Ankara fornisce a Riad un pilastro navale e militare di prim’ordine che si muove in aperta competizione con l’architettura di sicurezza che Israele ha cercato di tessere con Atene e Nicosia.
Gli Stati Uniti adottano una posizione ambivalente ma per certi versi pragmatica. Se. da un lato, il Pentagono e il Dipartimento di Stato vedono con favore una maggiore condivisione degli oneri in cui alleati chiave come Turchia e Pakistan si fanno carico della stabilità del Golfo alleggerendo il carico americano, dall’altro lato ciò dimostra la progressiva perdita di monopolio strategico americano sulle architetture di sicurezza dell’area.
Le ambizioni del patto non sembrano esaurirsi nei tre firmatari originari. Fonti diplomatiche suggeriscono che l’architettura dell’accordo sia stata deliberatamente concepita in modo modulare, così da consentire in futuro l’adesione o forme di associazione ad altri Paesi dell’area mediorientale e del Nord Africa che condividano l’esigenza di una maggiore autonomia strategica e di un rafforzamento della deterrenza collettiva.
Monarchie del Golfo minori, Stati del subcontinente o partner strategici che guardano con sospetto ai vuoti di sicurezza lasciati dalle potenze tradizionali potrebbero presto bussare alle porte di questo nuovo asse. La “Mezzaluna Strategica” nata alla Mecca ha ridisegnato la mappa della sicurezza globale: il Medio Oriente non è più un teatro unipolare o rigidamente dipendente dai diktat occidentali, ma un sistema multipolare in cui le medie potenze locali dettano le regole.
D’altro canto, la solidità di questa neonata intesa non potrà permettersi il lusso di una fase di rodaggio teorico. Tutti e tre i paesi firmatari si trovano, già al momento della firma, nel mezzo di gravi crisi della sicurezza e tensioni ai confini. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita se le milizie filoiraniane Houthi dovessero intensificare i lanci di missili e droni sulle infrastrutture energetiche saudite, chiederà l’intervento o la protezione contraerea e d’intelligence promessa da Ankara e Islamabad? Il Pakistan vive di mai sopite tensioni lungo la Line of Control in Kashmir che sfociano periodicamente in schermaglie aeree ed artiglieria, con l’India. C’è poi la Turchia che nonostante la comune appartenenza alla NATO persiste in frizioni su acque territoriali, spazio aereo e risorse energetiche con la Grecia.






