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Ottant’anni dopo la sua nascita, l’Organizzazione delle Nazioni Unite continua a inseguire lo stesso obiettivo: garantire la pace. Ma il mondo che dovrebbe governare è ormai completamente cambiato e ogni crisi internazionale riporta alla stessa domanda: le Nazioni Unite sono ancora in grado di farlo?
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha richiesto un incontro urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per affrontare il rapido deterioramento della situazione in Libano e l’escalation militare nella regione.
Ma il Consiglio di Sicurezza ONU può davvero fare la differenza?
A primo impatto, verrebbe da dire di no per diverse ragioni. Per questo motivo riformare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è una di quelle idee che tornano ciclicamente nel dibattito internazionale. Ogni crisi globale, dalla guerra in Ucraina al conflitto in Medio Oriente, riapre la stessa domanda: l’Organizzazione delle Nazioni Unite è ancora in grado di assolvere al ruolo per il quale è stata creata nel 1945?
Queste domande sono oggi più forti di ieri.
Pochi mesi fa l’ONU ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno e in tutti questi anni il nodo è sempre stato ben noto e riguarda proprio il cuore di quel sistema costruito nel dopoguerra. Le Nazioni Unite basano il proprio funzionamento su una struttura relativamente “semplice” che prevede sei organi principali. Tra questi, due in modo particolare, portano avanti quel sogno nato ottant’anni fa: l’Assemblea Generale, organo collegiale a rappresentanza universale che riunisce oggi la quasi totalità dei paesi del mondo ma privo di poteri coercitivi e il Consiglio di Sicurezza, incaricato di garantire la pace e la sicurezza internazionale e dotato, invece, di potere decisionale.
Ed è proprio qui che sorge l’annoso problema: il Consiglio di Sicurezza è, in buona sostanza, inefficace.
Ottant’anni di paralisi diplomatiche
I motivi sono molteplici: in primis la sua stessa composizione. Esso è infatti formato da quindici stati, dieci a rotazione e cinque membri invece permanenti – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – che detengono il potere di veto che consente loro di bloccare qualsiasi risoluzione.
Dal 1945 a oggi questo potere è stato utilizzato quasi trecento volte (oltre 290 veti) trasformando spesso il Consiglio di Sicurezza in un luogo di paralisi diplomatica più che di decisione politica.
Una composizione che riflette, ancora, l’equilibrio di potere formatosi dopo la Seconda guerra mondiale ma che oggi non fotografa la situazione geopolitica globale. Un meccanismo pensato per evitare nuovi conflitti tra grandi potenze ma che, negli ultimi decenni, ha mostrato tutti i suoi limiti.
Si tratta di vere paralisi diplomatiche che accompagnano le crisi globali senza risolverle: dal dossier siriano alla guerra in Ucraina, fino alle tensioni in Medio Oriente, il Consiglio di sicurezza si è trovato più volte incapace di agire proprio a causa del veto incrociato tra i membri permanenti.
Alcuni veti “storici”
Il Consiglio non è mai riuscito, concretamente, a realizzare quello stesso obiettivo per cui era idealmente nato. Emblematici gli anni della Guerra Fredda, quando l’uso continuo del veto da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica paralizzò spesso il Consiglio. Nel 1956, durante la crisi di Suez, Francia e Regno Unito bloccarono con il veto una risoluzione che chiedeva il cessate il fuoco dopo l’intervento militare contro l’Egitto. Decenni dopo, nel 2003, la guerra in Iraq mostrò un’altra faccia della crisi del sistema: gli Stati Uniti decisero di intervenire senza un mandato esplicito del Consiglio di sicurezza, aggirando di fatto il sistema multilaterale. Ancora più recentemente, nel 2022 la Russia pose il veto, senza suscitare lo stupore di nessuno, impedendo di reagire all’invasione ucraina. Lo scorso anno, sono stati invece gli USA a bloccare la risoluzione che avrebbe potuto garantire alla Palestina il riconoscimento come membro a pieno titolo delle Nazioni Unite.
Non sorprende quindi che il tema della riforma sia tornato al centro del dibattito internazionale.

Un mondo cambiato
Il problema è prima di tutto geopolitico. Il sistema del 1945 non rappresenta più gli equilibri globali del XXI secolo. Grandi potenze emergenti come India o Brasile, per citarne un paio, rivendicano da anni un ruolo permanente nel Consiglio di sicurezza. Anche l’Africa – con ben cinquantaquattro Stati membri alle Nazioni Unite – chiede una rappresentanza stabile in un organo che oggi non include nessun Paese del continente tra i membri permanenti.
Ma non si tratta solo di questo; le Nazioni Unite hanno perso progressivamente centralità come foro di governance globale. In un contesto internazionale radicalmente mutato, segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, da sfide globali prive di risposte comuni e da crisi regionali che incidono sempre più su un mondo globalizzato e interconnesso, fanno sì che questo organismo nato ottant’anni fa non sia più in grado di svolgere il ruolo per il quale era nato: rappresentare il mondo. Il multilateralismo nato dopo la Seconda guerra mondiale si trova oggi sotto pressione. Le grandi potenze tornano a privilegiare logiche di competizione strategica e l’uso delle istituzioni internazionali diventa spesso parte decisiva proprio dello scontro geopolitico.
In questo contesto il Consiglio di sicurezza finisce inevitabilmente per rispecchiare le fratture della politica globale. Non è quindi solo una questione di seggi o di regole procedurali. È il segnale di un sistema internazionale che fatica sempre più a trovare strumenti condivisi di gestione dei conflitti.
Tuttavia, proprio qui emerge il paradosso della riforma.
Il paradosso del veto
Qualsiasi modifica strutturale del Consiglio di Sicurezza richiede l’approvazione dei due terzi dell’Assemblea generale ma soprattutto la ratifica dei cinque membri permanenti. In altre parole: per cambiare il sistema bisogna convincere proprio coloro che dal sistema attuale traggono il maggiore vantaggio. Insomma, per risolvere il problema del veto, serve che chi detiene il potere stesso del veto non lo eserciti.
È per questo sono molti gli osservatori che parlano di una riforma strutturalmente quasi impossibile.
Negli anni sono state avanzate numerose proposte: dall’ampliamento del numero dei membri permanenti alla creazione di nuovi seggi semi-permanenti, fino alla limitazione dell’uso del veto nei casi di crimini di guerra o genocidio. Ma nessuna di queste ipotesi è riuscita finora a raccogliere il consenso necessario. Anzi, non sono in pochi a temere che l’allargamento dei membri permanenti possa addirittura peggiorare il problema.
La domanda aperta
A ottant’anni dalla nascita delle Nazioni Unite, la riforma del Consiglio di sicurezza continua a essere considerata da molti necessaria ma da altri politicamente irrealizzabile. E forse proprio qui sta il punto. Perché il problema non è soltanto come riformare il Consiglio di sicurezza, ma se il mondo di oggi sia ancora disposto ad accettare un sistema multilaterale in cui il potere venga davvero condiviso.
E, soprattutto, se le grandi potenze siano ancora disposte a rinunciare a una parte del proprio.

Credit photo UN






